AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùl’economista ed ex ministro

Perché Giovannini è l’uomo di questa stagione politica e culturale (nonostante a Palazzo Chigi sia rimasto Conte)

Enrico Giovannini è un economista mainstream – accademico, ricercatore e poi direttore all’Istat, direttore delle statistiche dell'Ocse, presidente dell'Istat, ministro del lavoro – che però nei suoi lavori analitici e nelle sue prese di posizioni pubbliche ha, fin dagli anni Ottanta, provato ad usare punti di vista che, partendo dall’ortodossia, delineavano traiettorie impreviste

di Paolo Bricco

Giovannini: ottimismo per maggior europeismo nel governo

5' di lettura

Gli uomini non sono carte da gioco (o figurine Panini). La politica non è soltanto commedia (o tragedia). I meccanismi di ascesa (o di discesa) e di selezione (o di eliminazione) della classe dirigente hanno sottostanti culturali che, spesso, vengono sottaciuti o misconosciuti. Nelle ultime settimane Enrico Giovannini - economista, 62 anni - è stato per diversi giorni l’uomo del giorno. Prima che, nel rassemblement Partito Democratico-Cinque Stelle (con la partecipazione di LeU), si trovasse un punto di equilibrio per un governo presieduto di nuovo da Giuseppe Conte, il suo nome è stato al centro di discorsi e valutazioni per Palazzo Chigi. Lo stesso era successo quattordici mesi fa, in un equilibrio simile che poi non ha preso forma dando invece spazio all’alleanza fra Cinque Stelle e Lega, che è stata sciolta da Matteo Salvini poco prima di ferragosto.

Il governo Partito Democratico-Cinque Stelle rappresenta uno strano ircocervo che prova ad assorbire le istanze populiste e anti-sistema di un movimento e cerca di emulsionarle all’interno di una visione più tradizionale che appartiene al partito nato dai due partiti storici italiani, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana. Enrico Giovannini è un economista mainstream – accademico, ricercatore e poi direttore all'Istat, direttore delle statistiche dell'Ocse, presidente dell'Istat, ministro del lavoro – che però nei suoi lavori analitici e nelle sue prese di posizioni pubbliche ha, fin dagli anni Ottanta, provato ad usare punti di vista che, partendo dall’ortodossia, delineavano traiettorie impreviste. E che, negli ultimi anni, ha cercato di porre in discussione le basi epistemologiche dell’economia e a criticare la centralità di alcuni indicatori come il Pil.

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Il suo ultimo libro, che raccoglie molti di questi lavori e di queste urgenze intellettuali, è L'utopia sostenibile (Laterza, 2018). «Nei primi anni Ottanta – dice Giovannini – ho lavorato molto su Macroeconomics and Reality di Christopher Sims e su Time Series Analysis di George Box e Gwilym Jenkins. In particolare, quegli approcci proponevano metodi di lavoro innovativi nel campo dell’econometria, che apriva strade nuove rispetto ai modelli econometrici classici allora in voga, per esempio alla Banca d'Italia. La formalizzazione dei modelli e la matematizzazione sono importanti. Ma esiste anche la necessità di non appiattirsi sul pensiero egemonico del momento. Nel metodo e nei contenuti. Nel 1992, quando ci fu l'uscita dallo Sme operata dal governo Amato, la Banca d'Italia previde con il suo modello classico econometrico un aumento del Pil e dell'inflazione. Io, in quel momento, lavoravo all’Istat. E, inserendo nel mio modello econometrico le aspettative, cioè la psicologia di consumatori e produttori, previdi invece una bassa inflazione e una recessione, psicologica prima che economica, che non a caso si sarebbe interrotta soltanto quando Silvio Berlusconi lanciò il messaggio, senza entrare nel merito se si sia o no poi realizzato, del milione di posti di lavoro. Avevo ragione io perché, appunto, non vi fu inflazione e si entrò in recessione».

Al di là dello specifico caso del 1992, per Giovannini il tema culturale generale è dunque l’inserimento – in una maniera più massiccia e consistente - della psicologia, delle aspettative e delle relazioni nel modello di interpretazione economica del reale.

La ragione per cui Enrico Giovannini viene guardato con interesse da più parti – non tanto politiche o partitiche, quanto sociali e culturali – è appunto il fatto che una personalità considerata un membro a tutto tondo dell’establishment – appunto l’accademia, il governo, l'Istat, l'Ocse, nel suo piccolo anche l’assidua partecipazione al workshop Ambrosetti – espone pubblicamente un pensiero e una tendenza alla divergenza dal mainstream che, nel caso di altre persone considerate meno “di sistema”, nella migliore delle ipotesi vengono guardati con simpatico sospetto e nella peggiore delle ipotesi vengono trattati con dileggio. «Negli anni Settanta – ricorda – non esisteva una uniformità di pensiero. Alla Sapienza di Roma si studiava con lo stesso rispetto l’economia politica, la politica economica, la storia economica. Federico Caffè e Mario Arcelli erano entrambi maestri, ma ciascuno aveva la sua visione. Ad un certo punto, però, c'è stata una ossificazione dei precetti dell’economia. La funzione di utilità centrata solo sulla massimizzazione del reddito e l'ottimo razionale sono diventati articoli di fede. La psicologia, le aspettative e le relazioni con la società e l'ambiente sono state non espulse, ma limitate e ridotte a poca cosa nei fondamenti della scienza economica».

La cultura e la società, nel caso specifico del percorso intellettuale di Giovannini, provano a fondersi. Nel senso che questa personale critica dall’interno del sistema – si sarebbe detto una volta con linguaggio politicista – si è svolta mentre nella realtà italiana e internazionale si sono verificati alcuni fenomeni storici. La fine della globalizzazione, che ha avuto il suo perno culturale nel Washington Consensus, che non era soltanto una agenda politica ma anche una forma precisa di pensiero. La diseguaglianza economica prodotta dalle nuove tecnologie. La durata della crisi che, in alcuni Paesi dell'Occidente come l'Italia, ha assunto una cifra non ciclica ma strutturale. L'affanno prodotto dall'incomprensione della realtà e dalla paura del futuro che hanno dato origine alla “retrotopia”, l’utopia del passato a cui tornare avendo la certezza che esso è perduto che è stata formalizzata dal sociologo Zygmunt Bauman.

«L'ambiguità del Pil – aggiunge Giovannini – consiste nel fatto che è stato considerato per anni come il principale, se non l'unico, indicatore della prosperità e, anche, del senso delle cose, e questo non ha nulla a che fare con la “decrescita felice”. Per tutte queste ragioni, occorre rifondare le misurazioni della realtà, come ormai viene riconosciuto a livello internazionale. E occorre riconoscere alla realtà una molteplicità ed una articolazione che non può soltanto essere spiegata con la razionalità, la formalizzazione e la pura matematizzazione». Per chiarire bene questo concetto, Enrico Giovannini adopera due esempi che, più mainstream, non si potrebbe: «Con i modelli classici non sarebbe possibile spiegare l'effetto del “whatever it takes” di Mario Draghi, che è interpretabile nei suoi effetti profondi e duraturi soltanto con la psicologia. E lo stesso vale ancora di più per Alan Greenspan. Vi ricordate? Negli Stati Uniti le sue scelte, che per l’ortodossia non avrebbero funzionato, funzionavano perché si diceva che il presidente della Federal Reserve sapeva parlare ai mercati. Bisogna ripensare, oggi, molte cose, prima fra tutte il concetto di “sviluppo”. Le istanze verso questo mutamento culturale verso uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista (economico, sociale, ambientale e istituzionale) provengono da tanti ambiti diversi. Occorre provarci». Anche per tutte queste ragioni – di ansia di cambiamento culturale, prima che di sensibilità politica – Giovannini è stato al centro delle cose negli ultimi tempi.

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