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Perché la giustizia familiare non può attendere i tempi del virus

Il lockdown ha creato nuove ipotesi di figli contesi e rischi di sopraffazione per le convivenze forzate

di Filippo Danovi

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Il lockdown ha creato nuove ipotesi di figli contesi e rischi di sopraffazione per le convivenze forzate


4' di lettura

Anche la giustizia deve fare i conti con il lockdown, necessaria precauzione per contrastare il coronavirus, poiché i tribunali e le corti sono prima di tutto luoghi di aggregazione e ritrovo. Il processo, da sempre considerato un palcoscenico in cui recitano diversi attori (soprattutto le parti e i loro avvocati, sotto l'attenta regia del giudice), ha così dovuto calare il sipario.

Tra le misure adottate, con rafforzata progressione stante la drammatica espansione del contagio, vi sono state quindi la sospensione dei termini processuali e il rinvio d’ufficio delle udienze.
Il governo ha per verità mostrato sensibilità per il diritto di famiglia, prevedendo una deroga per tutte le controversie aventi ad oggetto obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia, per i procedimenti sullo stato di adottabilità, sui minori stranieri non accompagnati, sui minori allontanati dalla famiglia e, più in generale, per le situazioni di grave pregiudizio.

Non sono mancati dubbi: perché ad esempio il concetto di obbligazioni alimentari in senso ampio si estende a tutti i procedimenti di separazione, divorzio e crisi familiare in cui si discute di un assegno per il coniuge o per i figli. Ma soprattutto, l’intento del governo è rimasto di fatto lettera morta, in quanto diversi tribunali, chiusi al pubblico e dichiarati off limits anche proprio per riscontrate situazioni di contagio, si sono trovati nell’impossibilità anche pratica di portare avanti il regolare svolgimento dei procedimenti familiari. La paralisi che ne è derivata ha quindi dato luogo a molte situazioni di grave pregiudizio.

Le famiglie e i singoli cittadini si sono trovati spiazzati, anche perché nei contesti di crisi la forzata convivenza non può che alimentare le tensioni già esistenti e arrecare nuove insofferenze, rabbie e rivendicazioni. Alcuni hanno saputo reagire con responsabilità e intelligenza, cercando di reperire gli strumenti per un quieto vivere almeno nell’emergenza, e coppie in crisi hanno così paradossalmente migliorato il loro rapporto nel segno di una più stretta collaborazione per il bene dei figli. Per contro, tuttavia, nelle situazioni caratterizzate da un esercizio di posizione dominante o vero e proprio abuso di un partner ai danni dell’altro (le cronache sono tristemente note) il rischio è quello di consentire ulteriori indebiti episodi di sopraffazione.

La giustizia familiare non può quindi attendere i tempi del virus.
La giurisdizione in materia di famiglia non è infatti deputata alla tutela di diritti ordinari, di debito o credito, di proprietà o di natura commerciale, ma investe situazioni personalissime e diritti di rango anche costituzionale e primario che attengono alla sfera più intima della persona, quali quello alla libertà personale, alla libera espressione del pensiero e dei sentimenti, e quelli correlati al quotidiano sostentamento.

Un ulteriore campo problematico è poi anche quello delle separazioni e dei divorzi già formalizzati, in cui la previsione di un isolamento generalizzato e la richiesta di evitare per quanto possibile spostamenti forieri di rischi di contagio ha creato nuove ipotesi di figli contesi, perché talvolta il genitore presso il quale gli stessi sono prevalentemente collocati ha strumentalmente impedito i contatti con l’altro. Questi problemi sono risultati ancor più accentuati quando i due genitori vivano in regioni diverse. In questi casi infatti alcuni tribunali – nell’operare il pur dovuto bilanciamento tra il diritto alla genitorialità e il diritto collettivo alla salute – hanno ritenuto di privilegiare quest’ultimo, impedendo ogni trasferimento e il ricongiungimento all’altro genitore. Ciò a volte anche in modo indiscriminato, poiché la ripresa del minore ben avrebbe potuto avvenire con tutte le necessarie cautele del caso.

In questa situazione di generale confusione e di totale paralisi diversi tribunali hanno peraltro saputo reagire con intelligenza, volontà e attenzione. Hanno quindi adottato Protocolli e Linee Guida per consentire per quanto possibile alla macchina della giustizia di famiglia di funzionare.
Ciò è stato più semplice, ad esempio, nei procedimenti di separazione, divorzio o relativi a figli nati fuori del matrimonio basati su una sottostante intesa tra le parti. In questi casi si è ritenuta possibile la rinuncia alla comparizione personale avanti al tribunale e la regolare conclusione del procedimento con un’udienza soltanto virtuale.
Il Tribunale di Torino ha fatto anche un passo ulteriore, assicurando lo svolgimento anche dei giudizi contenziosi con udienze tutte svolte da remoto.

E, nello stesso senso, si sono mosse da ultimo anche le linee guida adottate dal Consiglio Nazionale Forense, che hanno sollecitato un potenziamento degli strumenti informatici per sopperire alla situazione di crisi e il ricorso a udienze virtuali, mediante strumenti di video conferenza.

In attesa dell’auspicato vaccino o di farmaci idonei a debellare il virus, il futuro che attende la giustizia, anche e soprattutto di famiglia, è dunque nel senso di una rinuncia se necessario alla presenza fisica della parte e dei difensori, ma non al fondamentale diritto alla tutela giurisdizionale. Ciò potrà avvenire con l’impiego di strumenti e risorse della tecnologia moderna che sappiano comunque assicurare il rispetto del contraddittorio e delle ulteriori fondamentali garanzie del giusto processo.

Nel frattempo, e per tutte le situazioni di crisi, occorre comunque fare appello alla responsabilità dei singoli, sollecitando la logica della reciproca collaborazione e il necessario sentimento di condivisione che in ogni momento di crisi dovrebbe muovere le coscienze.

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