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Perché le informazioni sono un po’ come lo zucchero

A volte troppe informazioni possono farci incorrere in costi anche pesanti o possono farci perdere possibili guadagni, altre volte, invece, possono dimostrarsi pericolose perfino per la nostra salute

di Vittorio Pelligra

(Adobe Stock)

6' di lettura

Le informazioni sono un po’ come gli zuccheri; un tempo erano scarsi e per questo preziosissimi. Il nostro cervello davanti agli zuccheri ha imparato a sopprime perfino il senso di sazietà, questo per consentirci di assumerne quanti ne vogliamo senza nessun freno fisiologico.
Quando centinaia di migliaia di anni fa vivevamo nella savana come cacciatori-raccoglitori gli zuccheri erano difficili da trovare, per questo ogni occasione doveva essere sfruttata al massimo, per fare scorte di energia per i periodi, frequentissimi, di scarsità. Non è un caso che un cucciolo di umano nasca con una dotazione di grasso quattro volte quella della media dei cuccioli degli altri mammiferi. È quella atavica necessità di fare scorte di energia la ragione per cui, oggi, nonostante le condizioni esterne siano radicalmente mutate, quello “spazietto” per il dessert lo si trova sempre anche dopo un pasto abbondante. Il cambiamento dell’ambiente e delle condizioni che abbiamo sperimentato nelle ultime decine di migliaia di anni, hanno, però trasformato quella che era una strategia vincente in un problema. Oggi, infatti, che gli zuccheri e le fonti di energia, in generale, sono diventati molto meno rari, questo stesso meccanismo è diventato maladattivo. Ci fa star male ed ammalare.

Perché le informazioni sono come gli zuccheri

Ecco, le informazioni sono come gli zuccheri. Un tempo erano scarse e per questo preziosissime. Quanto è affamato quel predatore che mi sta fissando da lontano nella radura? Quanto è amichevole quel gruppo di umani che è venuto a stanziarsi vicino alla nostra grotta? Quanto è credibile quel mercante al quale affido il frutto del mio lavoro perché lo venda in Oriente?
Quanto vale l’esperienza di quel maestro d’ascia che fabbrica le imbarcazioni che userò nelle mie spedizioni? Quanto fedelmente dovrò seguire i consigli degli anziani? Cosa c’è oltre le colonne d’Ercole?
Ecco che il nostro cervello sviluppa una grande avidità per ogni possibile dato che poteva rivelarsi importante per rispondere a quelle e a molte altre domande. Quelle informazioni che rendevano meno incerte le nostre decisioni. Ma oggi, che le informazioni a nostra disposizione sono diventate anche troppe, il nostro cervello continua ad essere ugualmente avido e, così, per la stessa ragione per cui l’eccessiva assunzione di zuccheri ci fa star male, allo stesso modo, l’eccessivo utilizzo di informazioni ci induce, spesso, in errore.

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L’asta del Mit

Qualche anno fa alcuni economisti comportamentali del Mit organizzarono un’asta per i loro studenti. In vendita c’era un po’ di tutto: vini pregiati, tastiere wireless, cioccolatini, tra le altre cose. L’asta era di quelle “a busta chiusa”: ogni partecipante avrebbe dovuto scrivere in un foglio il prezzo massimo che sarebbe stato disposto a pagare per ogni oggetto in vendita e poi questo foglio sarebbe stato messo in una busta e, questa, sigillata. Una volta terminato il periodo di valutazione e aperte tutte le buste si sarebbe aggiudicato quel particolare oggetto colui o colei che aveva indicato il valore più alto. Una procedura molto simile a quella che viene utilizzata per gli appalti pubblici. L’asta del Mit presentava, però, una particolarità. Prima di indicare i propri valori sul foglio, i partecipanti venivano invitati a scrivere nello stesso foglio le ultime due cifre del loro numero di previdenza sociale.

Cosa volevano provare i ricercatori attraverso questo strano procedimento? Il sospetto che nutrivano era che, anche un processo decisionale semplice come quello implicato nell’asta – decidere quanto vale per noi un singolo bene – potesse essere influenzato dal fenomeno dell’“ancoraggio”.
Alla luce dei risultati questo sospetto si rivelò più che fondato. Dalle risposte dei partecipanti emerse, infatti, che il valore che veniva attribuito ai beni in vendita era significativamente e positivamente correlato con le cifre del loro numero di previdenza sociale. Maggiore era il numero formato da queste due cifre, maggiore era la valutazione del valore del bene in questione (Ariely D. et al. 2004. “Coherent Arbitrariness: Stable Demand Curves Without Stable Preferences”. Quarterly Journal of Economics 118(1), pp. 73-106). Che legame c’è tra questi due valori, il numero di previdenza sociale e il prezzo di riserva di una scatola di cioccolatini? Da un punto di vista economico, nessuno.

La ricerca di informazioni

Da un punto di vista logico, neanche. Eppure, il nostro cervello non la pensa così. Perché noi non siamo esseri logici, ma psicologici. Per attribuire un valore soggettivo ad un bene – così come per esprimere qualunque altra stima numerica – la prima cosa che facciamo è di andare alla ricerca di ogni possibile informazione che possiamo ricavare dall’ambiente, e questo senza distinguere troppo tra quelle che sono le informazioni rilevanti e quelle irrilevanti. Succede non di rado, in situazioni simili, che finiamo per “ancorarci” a informazioni del tutto insignificanti – il numero della previdenza sociale – che, nonostante la loro irrilevanza, contribuiscono a determinare le nostre decisioni.

Quando le informazioni erano rare e difficili da reperire questo processo spasmodico di ricerca poteva anche avere un senso, ma oggi, invece, questo stesso meccanismo può dimostrarsi decisamente costoso.
Qualche anno fa, lo psicologo Paul Andreassen, allora all’Università di Harvard, organizzò un esperimento. Ogni partecipante - tutti studenti di economia - doveva scegliere un portafoglio titoli da gestire con la prospettiva, poi, di vendere e comprare azioni per un certo lasso di tempo.

Ogni partecipante avrebbe, così, avuto la possibilità di guadagnare o perdere una certa somma in denaro proporzionale al rendimento dell’investimento. I partecipanti vennero poi divisi in due gruppi. I membri del primo gruppo dovevano decidere se vendere o comprare sulla base delle serie storiche dei prezzi dei loro titoli. I membri del secondo gruppo, invece, avevano accesso illimitato ad ogni genere di informazione: report di analisti finanziari, le notizie dei canali specializzati, il Wall Street Journal, etc. Le cose andarono in maniera piuttosto strana.
Alla fine dell’esperimento i membri “disinformati” del primo gruppo avevano guadagnato, in media, più del doppio dei membri “informati” del secondo gruppo. Cos’era successo? La mole di informazioni cui avevano accesso i partecipanti del primo gruppo li aveva indotti a concentrarsi troppo su dati irrilevanti e a trascurare quei pochi dati importanti (Andreassen, P., 1990. “Judgmental Extrapolation and Market Overreaction: On The Use and Disuse of News”. Journal of Behavioral Decision Making 3(3), pp. 153-174).

I costi se le informazioni sono troppe

A volte troppe informazioni possono farci incorrere in costi anche pesanti o possono farci perdere possibili guadagni, altre volte, invece, possono dimostrarsi pericolose perfino per la nostra salute. Lo dimostra, tra gli altri, uno studio pubblicato qualche anno fa sul prestigioso New England Journal of Medicine. Gli autori della ricerca sottoposero a risonanza magnetica 98 soggetti perfettamente sani che, in particolare, non avevano mai sofferto di mal di schiena. I risultati delle risonanze furono, poi, inviate a dei medici esterni alla ricerca per una valutazione. Questi conclusero che solo il 36 per cento dei pazienti mostrava una colonna vertebrale sana. Tutti gli altri avevano qualche forma più o meno grave di patologia, dall’ernia del disco alla rottura dell’anello fibroso, dall’artropatia alle estrusioni, e avrebbero dovuto essere curati (Jensen, M. et al., 1994. “Magnetic Resonance Imaging of the Lumbar Spine in People without Back Pain. New England Journal of Medicine 331, pp. 69-73). Cure che, normalmente, prevedevano trattamenti invasivi e, perfino, interventi chirurgici. Eppure si trattava di anomalie che nulla avevano a che fare con lo stato di salute dei pazienti quanto piuttosto con il naturale processo di invecchiamento.

Anche qua si evidenzia un problema che ha origine nell’eccesso di informazioni che un esame diagnostico sofisticato come la risonanza magnetica può fornire al medico il quale, sommerso dai dati viene sopraffatto e può essere spinto a dare peso a fattori irrilevanti trascurando, magari, elementi rilevanti. Uno studio successivo pubblicato sul Journal of American Medical Association prese in considerazione le terapie assegnate ad un campione di 380 pazienti affetti da dolori cronici alla schiena. Metà del campione venne sottoposta a risonanza magnetica, l’altra metà ad una semplice radiografia.

Con il passare del tempo tutti i pazienti migliorarono e il loro dolore si attenuò. Tutti, senza nessuna differenza significativa tra quelli analizzati con la risonanza e quelli con la radiografia. La differenza, invece, emerse, e significativa, rispetto alle terapie prescritte alle due tipologie di pazienti. La probabilità di essere operato chirurgicamente risultò essere più che doppia per i pazienti sottoposti a risonanza rispetto a quelli che avevano ricevuto solo una radiografia. In generale vennero prescritte ai pazienti del primo gruppo cure più invasive, dolorose e costose per ottenere, alla fine, lo stesso risultato ottenuto dai pazienti del secondo gruppo. Oggi le linee guida adottate negli Usa sconsigliano l’utilizzo della risonanza magnetica nel caso di dolori alla schiena aspecifici.

Cosa serve per prendere buone decisioni

Siamo fatti così, siamo incapaci di ignorare informazioni irrilevanti. Un po’ come ci è impossibile non pensare all’elefante quando qualcuno di dice di non pensare a un elefante. Il nostro cervello è un organo meraviglioso, ma ha risorse necessariamente limitate. Quando lo sovraccarichiamo di informazioni più o meno rilevanti corriamo il rischio di indurlo a focalizzarsi troppo su quelle inutili e troppo poco su quelle importanti. E così la qualità delle nostre decisioni può risentirne in maniera determinante.

Per prendere buone decisioni, spesso, non avremmo bisogno di maggiori informazioni, ma di elaborare ed interpretare meglio quelle poche ma essenziali che abbiamo già a disposizione. A volte, come soleva ripetere Herbert Simon “La ricchezza di informazioni crea povertà di attenzione”. Così, come per salvaguardare la nostra salute fisica può essere utile mangiare meno e mangiare meglio, così anche con le informazioni, per aumentare l’efficacia delle nostre scelte, dovremmo puntare più sulla qualità che sulla quantità.

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