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Perché l’ascensore sociale è bloccato

di Quirino Camerlengo

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3' di lettura

La ricerca condotta dagli analisti di Bankitalia sull’ascensore sociale è l’occasione per ritornare alle riflessioni già svolte alcuni mesi fa. Qual è la conclusione cui perviene questo documento? Le condizioni di partenza sono determinanti per la posizione sociale degli individui, alla luce di fattori ambientali quali il quartiere di provenienza, le scuole frequentate, vincoli familiari e legami di amicizia. Ancora una volta, dunque, si denuncia il brusco rallentamento, o meglio, il consolidato blocco dell’ascensore sociale.

L’immobilità sociale svuota di significato quel principio di eguaglianza sostanziale, consacrato nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, che richiede un impegno delle istituzioni repubblicane per un pieno (non incompiuto o parziale) sviluppo della personalità e una effettiva (non simbolica o passiva) partecipazione di tutti alla vita comunitaria. L’immobilità sociale è anche fonte di antagonismi sociali, di rancore verso chi possiede ricchezza e opportunità grazie a una buona sorte. L’immobilità sociale, infine, fomenta il populismo, che intercetta il malessere dei soggetti deboli traducendoli in provvedimenti dettati dalla demagogia e della strumentalizzazione del popolo stesso.

Destra e sinistra hanno condiviso lo stesso errore: ignorare le tante richieste di promozione sociale provenienti dagli strati più deboli della popolazione. Gli schieramenti che hanno governato sino a pochi mesi fa hanno privilegiato, in modo miope, la strada della liberazione dal bisogno economico, con misure di sostegno che si sono rivelate il più delle volte forme eleganti di elemosina e di carità. Questi strati, invece, hanno sempre invocato opportunità di crescita e di riscatto sociale, percependo l’aiuto dello Stato come precondizione e non come risultato di tale impegno.

Destra e sinistra hanno condiviso lo stesso errore: ignorare le tante richieste di promozione sociale provenienti dagli strati più deboli della popolazione

L’indifferenza degli attori politici ha vanificato l’anelito progressista sotteso ai princìpi costituzionali di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale. Non sono mai neppure state immaginate politiche di lungo periodo o riforme strutturali idonee a stimolare la mobilità sociale. Ma la colpa non è soltanto delle istituzioni pubbliche.

Sin dagli studi di Mosca, Pareto, Michels, teorici delle élites, si riscontrava una diffusa tendenza all’autoreclutamento delle élites stesse: azioni di cooptazione, come bene ha chiarito Antonio de Lillo, volte a garantire la trasmissione ereditaria del potere agli stessi appartenenti ai ceti dominanti. Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente? Più alte sono le barriere erette all’ingresso nei centri di poteri, tanto minore e fluida sarà la mobilità sociale.

Quanto di più nocivo vi può essere per la mobilità sociale se non questo meccanismo autoreferenziale di selezione della classe dirigente?

Non è, quindi, azzardato imputare a questa forma di selezione una incidenza diretta nel blocco dell’ascensore sociale. Occorre così uno sforzo, serio e responsabile, da parte della stessa classe dirigente italiana per rimuovere quelle barriere che impediscono una reale, corretta, equa concorrenza. Ne trarrebbe giovamento la democrazia, con una più fluida circolazione del potere tra ceti e gruppi sociali. Ne trarrebbe giovamento la società, in quanto il ricambio così promosso potrebbe rivelarsi fonte di progresso. Ne trarrebbero giovamento gli individui, messi davvero nelle condizioni di credere nel merito quale motore di promozione e di riscatto sociale. Il merito, appunto.

Contro la meritocrazia è il titolo di un saggio di Kwame Anthony Appiah, che ha denunciato l’uso distorto del merito quale matrice di nuove élites di privilegiati. A suo tempo, Michael Young (The Rise of the Meritocracy, 1958), stigmatizzò il merito basato su di una selezione dell’élite in base al quoziente intellettivo. Ebbene, questi esempi di critica al merito, quale criterio di selezione, non fanno che enfatizzare i rischi di una degenerazione di un modello che, se applicato virtuosamente, potrebbe contribuire a rendere meno intollerabili le diseguaglianze.

Se i ceti dominanti rinunciassero a definire essi stessi i parametri per misurare il merito delle persone, se nel contempo le persone stesse accettassero di essere giudicate per l’impegno profuso, i sacrifici sopportati, il talento coltivato nel tempo, se si creasse un sistema sociale informato davvero alla pari dignità sociale di tutti, con interventi di solidarietà per chi non riesce nella «gara della vita» (Bobbio), il merito potrebbe funzionare senza destare queste obiezioni e paure. Del resto, non è forse vero che la nostra Costituzione, quando si occupa di diritto allo studio, presta una particolare attenzione verso i capaci e meritevoli che, anche se privi di mezzi, aspirano a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione?

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