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Perché l’economia italiana ha bisogno dell’Europa

di Sergio Fabbrini

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(Adobe Stock)

4' di lettura

Tra due settimane si andrà a votare per il Parlamento europeo. Dall’elezione diretta di quest’ultimo (1979), è la prima volta che i partiti si dividono sul futuro dell’Europa, piuttosto che sul presente dell’Italia. Così sta avvenendo anche negli altri Paesi dell’Unione europea (Ue). Le elezioni europee sono divenute sempre di meno di second’ordine rispetto alle elezioni nazionali (tradizionalmente di prim’ordine). Ciò è dovuto alla politicizzazione della politica e delle politiche europee, politicizzazione dovuta alla mobilitazione dei partiti sovranisti.

Poiché l’Europa fa parte della politica italiana e l’Italia è interdipendente con la politica europea, l’esito di quelle elezioni contribuirà a definire i rapporti tra l’Europa e l’Italia. Tenere distinta l’una dall’altra è un errore. Basti guardare al caos esploso nel Regno Unito, il Paese che più di altri ha cercato di distaccare l’arena nazionale dall’interdipendenza sovranazionale. Per questo motivo, occorre andare a votare (il prossimo 26 maggio) con l’obiettivo di rafforzare gli interessi dell’Italia in Europa. In particolare, in tre aree (il mercato, la moneta, le istituzioni). Vediamo meglio.

Il mercato. L’Italia ha bisogno del mercato unico europeo per crescere economicamente. È ingiustificato sostenere (come fanno i sovranisti) che si può crescere anche senza un mercato sovranazionale. Per i sovranisti, ad esempio, occorrerebbe riportare a Roma le competenze, trasferite a Bruxelles, relative alla politica della concorrenza o alla politica commerciale.

Essi considerano la proibizione agli aiuti di Stato come l’espressione dell’invadenza delle tecnocrazie europee e la gestione europea della politica commerciale come l’espressione degli interessi dei Paesi più forti. Non è così. La politica della concorrenza è finalizzata a promuovere un “level playing field” che avvantaggia i consumatori, la gestione europea della politica commerciale è finalizzata ad accrescere il potere negoziale dei singoli stati membri dell’Ue. Certamente, si può discutere circa l’applicazione di tali principi in contesti specifici, ma non i vantaggi che essi forniscono ad un Paese come il nostro.

Non è interesse degli italiani avere una compagnia aerea di bandiera nazionalizzata (quindi pagata dalle loro tasse), perché non riesce a reggere la competizione internazionale. Così come non è interesse dell’Italia contestare la politica commerciale europea quando promuove i prodotti italiani (come nei recenti accordi con il Canada e il Giappone).

L’azione isolata e unilaterale (come abbiamo fatto con la Cina) non garantisce il nostro potere negoziale di lungo periodo, anche se può portare benefici di breve periodo. Naturalmente, il mercato unico non è “un articolo di fede”, ma una struttura regolativa il cui funzionamento deve essere valutato empiricamente. Alcune sue regolamentazioni non sono necessarie, mentre sarebbero invece necessarie regolamentazioni che possono consolidarlo, come l’unione dei capitali e l’unione bancaria. Ma solamente chi riconosce l’importanza del mercato unico può impegnarsi per completarlo.

La moneta. L’Italia ha bisogno di un’unione monetaria funzionante e legittima. È ingiustificato sostenere (come fanno i sovranisti) che l’euro è la causa dei nostri problemi, proponendo quindi di ritornare alla vecchia moneta nazionale (svalutandola quando ci serve). Infatti, anche fuori dall’Eurozona, dipenderemmo comunque dalle scelte di Francoforte, senza poterle però condizionare dall’interno (come avviene ora con la nostra presenza nel board della Banca centrale europea). Peraltro, la politica della svalutazione del passato ha contribuito a lasciarci in eredità uno dei debiti pubblici più alti del mondo.

GUARDA IL VIDEO: L'appello di 21 capi di Stato «Ue essenziale, votate»

Anche l’attuale governance dell’Eurozona, naturalmente, non è “un articolo di fede”. Quella governance ha una zoppia (per dirla con Carlo Azeglio Ciampi) che va corretta. Infatti, se la politica monetaria è controllata da un’unica autorità (la Banca centrale europea), la politica fiscale ad essa corrispondente è gestita invece da 19 autorità nazionali (i governi dei Paesi che hanno adottato l’euro). Con il risultato che la prima funziona e la seconda no. Per questo motivo, è necessario riformare la governance dell’Eurozona, dotandola di una capacità fiscale indipendente dalle volontà dei governi nazionali dell’Eurozona, non già abbandonare l’euro. Un budget (seppur limitato) dell’Eurozona consentirebbe di portare (per dirla con Tommaso Padoa-Schioppa) Keynes a Bruxelles, così equilibrando gli effetti pro-ciclici della disciplina di bilancio perseguita a livello nazionale. A sua volta, l’utilizzo anticiclico delle risorse fiscali europee richiederà la creazione di una governance democratica a livello dell’Eurozona. Ma solamente chi riconosce l’importanza della nostra partecipazione all’Eurozona potrà impegnarsi per rafforzarla.

Le istituzioni. È interesse dell’Italia che il Parlamento europeo eserciti un ruolo anche in politiche pubbliche che sono ora monopolizzate dai governi nazionali, come la politica migratoria, e che sia dotato di un potere legislativo in senso proprio. Al contrario, i sovranisti privilegiano le istituzioni intergovernative in quanto enfatizzano il loro ruolo di arena di accordi tra Stati. La logica intergovernativa, però, genera la paralisi del processo decisionale, alienando i cittadini e cronicizzando il problema. Eppure, per quanto riguarda la politica migratoria, i sovranisti italiani sono alleati con i governi nazionali che si oppongono a sovra-nazionalizzare la politica migratoria, per poi denunciare l’inazione dell’Ue. Per questo motivo, sarebbe necessario rivedere la governance europea, estendendo il voto di maggioranza e introducendo un meccanismo di controlli e bilanciamenti. Ma, di nuovo, solamente chi riconosce l’importanza delle istituzioni sovranazionali potrà impegnarsi per riformarle.

Insomma, se le elezioni europee vengono valutate per gli effetti che avranno sui nostri interessi nazionali, non vi è dubbio che questi ultimi richiederebbero il completamento del mercato unico, il rafforzamento dell’Eurozona e il ridimensionamento della logica intergovernativa. Richieste che appaiono del tutto incompatibili con il sovranismo.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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