Opinioni

Perché l’euro digitale sarebbe un’arma in più

di Emanuele Borgonovo e Donato Masciandaro

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(ImageSource / AGF)


3' di lettura

Avere un euro digitale sarebbe un’arma in più per una regolare gestione del sistema dei pagamenti, a parità di implicazioni per la politica monetaria e bancaria. Questa è una delle lezioni che occorrerebbe imparare dalla crisi da Covid-19. Perché i primi esperimenti ci dicono che i cittadini potrebbero gradire la novità. Vediamo perché.

L’introduzione di un contante digitale espresso in euro richiede innanzitutto una valutazione di quale potrebbe essere la percezione di tale strumento presso il pubblico. Il metodo scientifico può aiutare. Un primo esperimento effettuato presso l’Università Bocconi nell’estate 2019 con i colleghi Caselli, Cillo e Rabitti – i dettagli tecnici sono disponibili sul web – ha prodotto risultati molto interessanti. L’esperimento chiedeva ai partecipanti di scegliere una moneta, combinando in maniera diversa tre proprietà, tra loro intrecciate, che rendono un mezzo di pagamento appetibile.

1 Una moneta è appetibile se è riserva di pagamento, cioè se copre il rischio illiquidità, ovvero l’impossibilità di spenderla quando la si vorrebbe trasformare in beni e servizi.

2 Una moneta piace se è riserva di valore, cioè se copre il rischio di svalutazione, ovvero una perdita del suo valore d’acquisto mentre è detenuta in un portafoglio.

3 Una moneta è gradita se è riserva di informazioni, ovvero se copre il rischio di diffondere dati più o meno sensibili su chi la spende.

Questa terza proprietà è stata inserita per cogliere quella domanda di riservatezza che può fare la fortuna di un mezzo di pagamento; si pensi alla percezione che si ha, in termini di difesa dell’anonimato, del contante, o delle criptovalute – valute digitali emesse da soggetti non pubblici – al partire dal famoso bitcoin, o alla più recente ipotesi di emissione avanzata da Facebook (libra).

Il risultato più importante degli esperimenti è che tutte e tre le proprietà della moneta contano, ancorché con peso diverso. C’è poi una riflessione indotta dai risultati dell’esperimento che oggi colpisce particolarmente. Un moneta elettronica pubblica – questo sarebbe l’euro digitale – potrebbe essere definita e resa operativa in modo da essere considerata a tutti gli effetti pratici una valuta digitale priva di rischi. Consideriamo per un momento un problema di rapporto tra rendimento e rischio.

Se il rischio ha valore molto prossimo a zero, un piccolo rendimento positivo porta a un rapporto con il rischio molto favorevole. Consideriamo il caso del bitcoin. Il loro valore è altamente volatile. Dal momento dell’inizio della crisi Covid-19 le quotazioni sono precipitate; chi lo deteneva o ancora lo detiene si ritrova con valori ridotti. Per cui a oggi possiamo dire che le criptovalute come moneta non sono un granché: alto rischio illiquidità, alto rischio svalutazione, e sul rischio informativo potremmo aprire un lungo dibattito, che è quello più in generale del rapporto tra imprese private e tutela della privacy dei cittadini.

Una moneta digitale pubblica potrebbe invece offrire uno strumento di pagamento percepito come un mix efficace di gestione dei tre diversi tipi di rischio. Una simile opzione sarebbe gradita dai cittadini in tempi normali, ma anche in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, in cui l’avversione al rischio può essere particolarmente forte. Non solo: ci potrebbero essere anche ragioni sanitarie per preferire il contante digitale a quello cartaceo, come segnala una recente pubblicazione della Banca dei regolamenti internazionali.

Gli esperimenti hanno dunque dato risultati incoraggianti, ma siamo solo all’inizio. Si potrebbe fare molto di più. Ad esempio oggi la scienza può mettere a disposizione delle stesse banche centrali strumenti per una valutazione efficace ed efficiente della percezione del pubblico, come quelli che si usano per il machine learning, per poi utilizzare le metodologie di data science. Questo potrebbe servire per la moneta digitale, ma anche per altri interventi, come ad esempio gli eurobond.

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