L'analisi

PERCHé L’EUROPA è AL CENTRO DELLA TEMPESTA PERFETTA

di Antonio Villafranca

3' di lettura

A differenza degli Stati Uniti, dove la crescita dei prezzi è causata soprattutto dall’aumento della domanda di beni e servizi, in Europa sono principalmente i prezzi dell’energia a trainare l’inflazione (che ha raggiunto il 5% lo scorso dicembre su base annua). Gli aumenti più consistenti riguardano il gas naturale: nel mercato spot di Amsterdam (TTF) il prezzo è passato da circa 20€/Mwh lo scorso giugno a 180€/Mwh nel dicembre 2021. Oggi si assesta intorno ai 90€/Mwh. I motivi dietro questa impennata sono sia strutturali che geopolitici. Cominciamo dai primi. Il gas è il secondo componente del mix energetico europeo (22%) dopo il petrolio (36%). Le riserve di gas in Europa non sono mai state a un livello così basso dal 2013: se a settembre 2020 il tasso di riempimento delle riserve energetiche europee era al 95%, dopo un anno è passato al 77%. Una primavera 2021 particolarmente fredda nel nostro continente e la ripresa economica hanno fatto schizzare verso l’alto la domanda di energia. Non è stato possibile bilanciare questa accresciuta domanda con una maggiore produzione interna di gas e petrolio (già in realtà piuttosto limitata a causa della relativa scarsità di gas e petrolio nei paesi Ue), anche perché gli investimenti in nuovi giacimenti sono diminuiti negli ultimi anni. Inoltre il contributo fornito dalle rinnovabili, seppur in crescita, non è stato finora in grado di compensare la riduzione della disponibilità di fonti fossili. Tutto ciò si è inevitabilmente tradotto in un aumento delle importazioni di risorse energetiche dai partner esteri, a partire dalla Russia da cui proviene il 50% circa del totale delle importazioni europee di gas. Buona parte di questo gas giunge a noi dalla penisola russa di Yamal e, più in generale, dal Nord-Ovest della Russia; da qui partono il gasdotto Yamal Europe (con una portata di circa 32,5 miliardi di metri cubi all’anno) che attraversa la Bielorussia e Brotherhood (32 miliardi) che raggiunge l’Ue attraverso l’Ucraina. Sempre in questa parte della Russia si trovano i giacimenti che riforniscono Nord Stream e – se verrà reso operativo – Nord Stream 2, i gasdotti che collegano la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico con una capacità complessiva di 110 miliardi di metri cubi all’anno.

Nonostante l’aumento della domanda di gas, il colosso russo Gazprom ha consegnato per mesi all’Europa i volumi di gas per i quali vi era un preesistente obbligo contrattuale, limitando invece fortemente - rispetto all’anno precedente - la fornitura di volumi addizionali e causando così una riduzione delle forniture del 25% nel quarto trimestre del 2021 rispetto allo stesso trimestre del 2020. Secondo l’International Energy Agency (IEA) è proprio questa la principale causa dell’aumento dei prezzi dell’energia in Europa. E dietro questa mossa, sempre secondo IEA, ci sarebbero motivazioni geopolitiche: per Mosca il gas rappresenta un’arma di ricatto sull’UE nel momento in cui infuria la crisi ucraina. È in questo contesto che si inserisce, in particolare, la disputa sul Nord Stream 2 che vede coinvolti Germania, Stati Uniti e Russia. Lo scorso 13 dicembre, la Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha minacciato di non rendere operativo il gasdotto al momento bloccato da motivi burocratico-amministrativi. Gli USA e altri Paesi europei (Ucraina in primis) non hanno mai nascosto la loro opposizione al gasdotto. La logica è piuttosto chiara: l’attivazione di Nord Stream 2 indebolirebbe ulteriormente la posizione negoziale di Kiev, perché riduce l’importanza del gasdotto che dalla Russia arriva in Europa attraverso l’Ucraina e indebolisce anche economicamente il paese che nel solo 2020 ha guadagnato oltre 3 miliardi di dollari per i diritti di transito. Il futuro del gasdotto sembra quindi legato a doppio filo alla questione ucraina e ai venti di guerra che soffiano nella regione. Ma la via d’uscita dalla crisi dell’energia in Europa non è legata solamente a questo: i problemi di dipendenza da attori esterni e una transizione energetica con ancora molte incognite (basti pensare alla questione tuttora aperta della tassonomia europea) rimangono anche se la tensione con la Russia calasse. Se questa tensione invece salisse ulteriormente e la Russia decidesse di chiudere le forniture all’Europa e non rispettare i contratti pluriennali, gli effetti sulle quantità – e sui prezzi – del gas sarebbero drammaticamente forti.

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