Populismi&tensioni

Perché l’Europa rischia di schiantarsi sui migranti (e l’Italia può solo perderci)

di Alberto Magnani


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(Ansa)

5' di lettura

Quando si è consumato l’ultimo naufragio della riforma di Dublino, il regolamento europeo che disciplina l’accoglienza dei migranti nella Ue, c’è chi ha evitato perifrasi: «La riforma è morta» ha detto Theo Francken, segretario di Stato belga con responsabilità sui migranti, all’uscita di un consiglio degli Affari interni che ha visto la Ue spaccarsi fra l’asse Francia-Germania, qualche astenuto e il blocco dei paesi dell’Est rinforzato da Austria e Italia. Quella stessa laceratura ora si sta riproponendo, in forma aggravata, dopo che il caso Aquarius ha riacceso la miccia delle tensioni (e dei rancori) su gestione e distribuzione dell’emergenza migratoria in Europa. Lo scontro fra Italia e Francia sembra essersi attenuato in una pace istituzionale, non si sa quanto duratura, ma le ferite che ne sono emerse non lasciano presagire nulla di positivo.

Nell’ordine. Francia e Germania cercano di mantenere una politica comune, ma sono indebolite l’una dall’accusa di ipocrisia sui propri trascorsi (i respingimenti di Ventimiglia sono ancora impressi nell’opinione pubblica) e l’altra da frizioni intestine a una coalizione di governo nata fragile (Angela Merkel è alle prese con le minacce di strette del suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer). L’Italia di Matteo Salvini e l’Austria di Sebastian Kurz cercano un’intesa con lo stesso Seehofer, all’interno di quella che Kurz ha ribattezzato «asse dei volonterosi fra Berlino, Vienna e Roma». Infine il blocco dell’Est, capeggiato dall’Ungheria di Viktor Orban, è da sempre contrario a qualsiasi ridistribuzione e ora gode dell’assist della triade italiana, austrica e (parzialmente) tedesca.

Come si è arrivati fin qui...
La tensione europea sui migranti non nasce da retroscena diplomatici, ma da scontri che si sono consumati a beneficio di qualsiasi osservatore esterno. Le origini del disagio sono abbastanza note. L’arrivo in Europa di oltre 1,8 milioni di migranti dal 2014 ad oggi, aggravato da casi come la crisi siriana, ha rilevato l’insostenibilità del precedente regolamento di Dublino (Dublino III, siglato nel 2013 come riforma di Dublino II, firmato nel 2003 e derivante a sua volta dall’0monima Convenzione). Da qui è scattato un processo di riforma teso ad aggiornare gli aspetti più controversi dell’atto giuridico, a partire dal principio che assegna al paese di primo sbarco la richiesta di asilo del migrante (in altre parole, se una persona arriva in Italia sarà Roma a dover gestire la sua pratica). I negoziati sull’argomento si sono dilungati dalla prima proposta di riforma del 2016 ad oggi, senza risultati concreti. Nel frattempo non hanno fatto altro che crescere le tensioni, soprattutto nei paesi più esposti ai flussi migratori come Italia e Grecia.

In Italia il successo della Lega è stato favorito (anche) dalla linea assunta sui migranti, favorendo la crescita di Salvini anche nei mesi di stagnazione prima dell’accordo con i Cinque stelle. La Grecia, retta dal governo di centrosinistra di Alexis Tsipras, fa i conti da anni con la crescita di Alba Dorata, sigla neonazista che nel 2015 ha ottenuto il 7% dei consensi e 18 seggi nel parlamento greco. Ma il tema scalda gli animi ovunque, a qualsiasi latitudine. Come già accennato sopra, anche i paesi dell’Europa centrale sono pervasi da tensioni che variano a seconda del contesto. In Francia, la destra post fascista di Marine Le Pen e del suo Raggruppamento nazionale (il vecchio Front national) insiste per la chiusura delle frontiere e gioca la carta dei timori di «islamizzazione» del paese. Con il risultato che Macron si trova incastrato fra le pulsioni xenofobe del paese e i malumori interni al suo partito, En Marche, dove una fronda di deputati gli ha contestato di essere intervenuto «in ritardo» e non avere offerto i porti francesi ad Aquarius. Tanto che c’è chi vede le sferzate all’Italia come un “richiamo all’ordine”, per non finire nell’orbita della Russia putiniana e dell’Est. In Germania la situazione è simile: Angela Merkel è esposta al pressing incrociato della destra radicale di Alternative für Deutschland e al suo interno da Horst Seehofer, ministro che rappresenta la Csu: l’Unione cristiano-sociale in Baviera, partito gemello della Unione cristiano-democratica della Merkel.

La cancelliera sconta ancora le conseguenze della sua politica di apertura del 2015 e sta cercando di frenare Seehofer, deciso a raggiungere una stretta in tempi rapidi. Sebastian Kurz si muove su linee simili a quelle del bavarese e guarda all’est, dove il blocco guidato dall’Ungheria di Orban insiste in una direzione sola: non riformare, ma superare il regolamento di Dublino e lo spirito della Convenzione che lo ha originato. Il che equivale a rifiutare i meccanismi di distribuzione delle “quote”, l’obbligo per i paesi meno esposti ad accogliere i migranti in arrivo sulle coste quando si verificano casi di emergenza. A svantaggio, paradossalmente, proprio di paesi che sposano la sua causa come l’Italia e parte della politica greca.

...e cosa si rischia. Con un boomerang per l’Italia
Con queste premesse, il rischio è che la spaccatura si traduca in una crisi istituzionale di livello elevatissimo. Una bozza ottenuta da Politico, una testata statunitense con redazioni in Europa, ha rilevato il programma di una forza di centrodestra raccolta sotto al cappello del Ppe (partito popolare europeo). L’impronta del documento è tutta a sfondo sicuritario, con propositi come la creazione di un esercito europeo entro il 2030, un aumento della sorveglianza alle frontiere con tanto di droni che sorvolano il cielo e l’esclusione della Turchia dalla Ue. La mossa sembra intenzionata a sottrarre voti a quella che Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco,chiama la «internazionale dei razzisti»: una coalizione di destra che potrebbe correre per le elezioni del 2019, raggruppando le varie forze dell’area in un unico cartello elettorale. Il suo successo potrebbe minare ancora di più la tenuta del sistema europeo, cercando di porre in discussione la libera circolazione. Uno dei quattro pilastri della Ue.

La conseguenza più rapida sarebbe la chiusura delle frontiere? A parole sì, ma la via è molto meno praticabile di quanto si lasci intendere nelle varie campagne elettorali. Tecnicamente non è possibile “chiudere” la circolazione interna, semmai alzare i controlli e provare a dilatare il periodo di maggiore severità (oggi fissato a due anni). «Le frontiere interne non si possono chiudere perché si violerebbero i principi di Schengen. Quelle esterne? Prima di tutto sarebbe difficile controllare via mare, e poi si andrebbe a violare il diritto all’asilo» spiega Marco Borraccetti, professore di Diritto dell’Unione europea all’Università di Bologna. Obblighi giuridici a parte, la rottura del «sistema frontiere» potrebbe rivelarsi un boomerang c0n un certo impatto su uno dei paesi che si sta spendendo di più in materia: l’Italia. Come fa notare Borraccetti, i paesi del Sud (Italia, Grecia, Spagna) e del centro-nord (come la stessa Ungheria o l’Austria di Kurz) si battono per «risultati opposti»: i primi chiedono meno pressione sulle proprie coste, i secondi respingono il principio della redistribuzione. «In poche parole, se davvero si avverasse la chiusura delle frontiere, ci rimetteremmo noi - dice Borraccetti - Oltre a mettere a rischio l’Europa».

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