analisi

Perchè l’Europa rischia di soccombere nella guerra dei dazi Usa-Cina

di Adriana Castagnoli


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3' di lettura

L’Europa rischia di essere il grande perdente nelle tensioni commerciali fra Usa e Cina che adesso scuotono anche i mercati finanziari globali. La svalutazione del renminbi sulla soglia dei 7 dollari è solo l’ultima contromossa di Pechino alla minacciosa politica tariffaria di Trump. I tre continenti sono coinvolti nella stessa guerra economica totale ma hanno visioni e situazioni diverse.

In Europa anni di bassi investimenti e di produttività stagnante, combinati con politiche che hanno favorito paghe basse e lavori senza qualità, piuttosto che industrie all’avanguardia, hanno lasciato l’economia dell’Ue in condizioni di apatia. Le industrie più competitive hanno puntato sull’Asia e sugli Stati Uniti per la crescita. Il rovescio della medaglia è che, quando il commercio internazionale langue, sull’Europa cala il gelo: l’Ocse ha appena ridotto le previsioni di crescita dell’Eurozona all’1,1% nel 2019.

A Washington la guerra economica si combatte su molti fronti. Per cominciare da quello valutario, la Fed, pur in presenza di una crescita ancora robusta e basata sulla supremazia tecnologico-militare Usa, si è allineata alle richieste, ma non alle attese, del presidente Trump tagliando i tassi dello 0,25%. Sul fronte dell’energia, il Comitato delle relazioni estere del Senato ha approvato una proposta di legge che impone sanzioni alle aziende che aiutano Gazprom, la grande impresa russa di Stato, a completare il controverso gasdotto Nord Stream 2 fra Russia e Germania, penalizzando così le compagnie europee coinvolte. I repubblicani in Senato preparano poi altri provvedimenti che, se approvati, imporrebbero a Trump sanzioni ancora più pesanti contro Mosca impedendone in pratica avvicinamenti strumentali a Putin. Quanto ai dazi, la politica protezionistica di Trump non ha raggiunto l’obiettivo di riequilibrare i conti con l’estero, ma ha deteriorato la crescita mondiale.

Nel Vecchio Continente l’industria tedesca traina l’export dell’Ue verso l’Asia e gli Usa mentre altri Paesi europei ne alimentano le catene di fornitura. Quando le aziende tedesche sono in difficoltà, i problemi si trasmettono ai vicini. La Germania è il primo partner commerciale europeo di Pechino. La crisi nella vendita di auto sul mercato del Dragone, dovuta altresì al rallentamento della crescita, pone a rischio i conti delle maggiori case produttrici tedesche che ricavano la massa dei loro profitti in Cina: Audi circa il 42%, Volkswagen il 38%, Daimler circa il 34%.

Perciò il conflitto commerciale Usa-Cina colpisce direttamente l’export tedesco e, di conseguenza, i paesi subfornitori a cominciare dall’Italia, per la quale la Germania è il più importante partner commerciale. Eppure la Germania continua a registrare consistenti surplus nelle partite correnti. Da qui il richiamo indiretto di Mario Draghi, in concomitanza con l’annuncio che la Bce è pronta a una nuova politica di stimoli monetari, agli Stati europei affinché utilizzino più ampiamente ed efficacemente la leva della politica fiscale per favorire una crescita endogena ormai indifferibile.

Pechino, con un modello di sviluppo più orientato ai consumi, secondo il Fmi, ha corretto i maggiori squilibri della sua bilancia delle partite correnti.

C’è poi la questione dei rapporti con Mosca. Malgrado le sanzioni economiche in vigore dal 2014, come emerge da un’analisi dell’ISPI, Ue e Russia restano interdipendenti. Tuttavia le asimmetrie di potere economico sono notevoli. Paradossalmente, dopo la crisi russo-ucraina del 2014 la quota di gas russo importato in Europa è aumentata, tanto che nel 2018 è tornata al 41%, valore massimo da vent’anni. Invece il peso di Mosca nelle esportazioni Ue, benché la Russia sia il quarto partner commerciale, ha un valore relativamente contenuto. Di fatto, secondo la Commissione europea, è circa la metà del valore dell’export Ue in Svizzera, inferiore di 5 volte di quello in Usa e di 2,5 volte di quello in Cina. L’Europa è a un tornante cruciale della sua esistenza. Innanzitutto perché la relazione transatlantica che per 70 anni ha assicurato prosperità e stabilità all’Occidente è minacciata dalla stessa asimmetria di potere fra Usa e Ue che ne ha consentito il funzionamento sino alla fine del secolo scorso. L’Europa, divisa e senza una linea politica comune su questioni scottanti come un bilancio comune dell’Eurozona, Unione bancaria, innovazione e occupazione, sicurezza e difesa, immigrazione; con pressioni destabilizzatrici ai suoi confini che vanno dalle interferenze russe negli ingranaggi delle sue democrazie agli investimenti di Pechino in nevralgiche infrastrutture tecnologiche e logistiche e agli immigrati dall’Africa, è debole. Soprattutto, senza una visione comune per la difesa e per l’autonomia rischia di essere solo una preda alla mercé di queste grandi potenze.

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