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Perché il lavoro smart non piace al ministro Brunetta?

Secondo Brunetta si potrà aumentare la ricchezza nazionale riducendo lo smart working. In realtà i dati dicono il contrario

di Vittorio Pelligra

Smart working, Brunetta: "Non ci sono più lockdown, ripensare il lavoro da remoto"

3' di lettura

Commentando, qualche giorno fa, i dati sulle previsioni di crescita del Pil, il ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Renato Brunetta si dice convinto che un’ulteriore spinta alla crescita della ricchezza nazionale potrebbe venire da una riduzione sostanziale del ricorso allo smart working tra i dipendenti pubblici.

Secondo il ministro bisognerebbe trasformare la modalità di lavoro agile in una “eccezione” stabilita dai dirigenti in base alle singole situazioni e alle esigenze delle diverse amministrazioni.

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Perché? Su quali dati il ministro, che data anche la sua formazione professionale dovrebbe essere particolarmente attento alla politica evidence-based, fonda le sue considerazioni? Perché, è lecito chiedere, mentre i vertici di grandi organizzazioni come Google, Telecom, perfino Bankitalia, sono convinte che un ritorno indietro non sia pensabile, il responsabile della pubblica amministrazione si prepara ad una restaurazione dei vecchi modelli manageriali?

Il dato Usa: più smart working più produttività

La ragione sta nella riduzione della produttività dei lavoratori opportunisti, che in regime di smart working approfitterebbero della situazione per battere la fiacca o, piuttosto, alla rigidità dei modelli manageriali consolidati ma ormai obsoleti in tempi di servizi dematerializzati? Tiziano Treu, presidente del Cnel è convinto che lo smart working sia «un modello che funziona», con lui anche il responsabile dell'Osservatorio del Politecnico di Milano, Mariano Corso, che afferma che «dettare regole rigide è sintomo di scarsa maturità».

Sull stessa linea il World Economic Forum che calcola che negli Usa, il ricorso massiccio allo smart-working ha portato ad un incremento della produttività del lavoro pari al 4,6% così come un recente studio di Pwc che stima che se tutte le mansioni potenzialmente eseguibili da remoto venissero effettivamente svolte in modalità agile questo darebbe al nostro Pil una spinta dell'1,2 percento.

Secondo una recente indagine della Cisl il 58% dei lavoratori si dice soddisfatto della transizione da lavoro tradizionale a lavoro agile e solo il 3% sembra nostalgico verso modalità più tradizionali. Sappiamo da tempo che un lavoratore più soddisfatto è anche un lavoratore produttivo.

Ma allora perché la nostra pubblica amministrazione si prepara ad un passo indietro? Un indizio ci giunge, per esempio, dalla definizione data dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dello smart working, «una modalità di svolgimento del rapporto di lavoro dipendente, caratterizzata dalla mancanza di vincoli orari o spaziali (…) con un'organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, fissata su accordo tra dipendente e datore di lavoro».

Da esecutori a co-produttori

È illuminante, al riguardo, anche la posizione dell'Osservatorio del Politecnico di Milano che lo definisce come «una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati».

Il punto mi pare proprio questo. Lo smart working funziona e funziona bene sotto alcune condizioni specifiche: un nuovo modello manageriale e una cornice normativa rinnovata. Dal punto di vista manageriale occorre abbandonare la tradizionale logica del controllo per passare ad un'organizzazione basata sugli obiettivi, una logica responsabilizzante, che concede autonomia e trasmette fiducia ai lavoratori, i quali smettono di essere meri esecutori e diventano co-produttori.

I dati raccolti dal Politecnico di Milano indicano incrementi di produttività associati all'adozione di tale modello nell'ordine del 10%, a cui si associano minori costi per gli immobili tra il 30 e il 50%, per non parlare della riduzione della pressione antropica sui centri delle grandi città e la liberazione del tempo dalla schiavitù del pendolarismo.

Serve una rivoluzione copernicana

Studi recenti dello University College di Londra, mostrano come la riduzione della produttività e della soddisfazione professionale nel Regno Unito sia dovuta non tanto all'utilizzo di modalità di lavoro agili, ma piuttosto alla mancanza di autonomia sul posto di lavoro. Affinché i benefici legati allo smart working si materializzino, quindi, è necessaria una rivoluzione copernicana nella mentalità del management nonché nella normativa di riferimento. Occorrerebbe, per esempio, iniziare a ragionare intorno al tema del diritto alla disconnessione, all'adeguatezza dei luoghi di lavoro e dei limiti all'invasività del controllo. Per questo occorrerebbero innovazioni organizzative e normative oltre che massicci investimenti in digitale e formazione.

Sarà forse questa la ragione della restaurazione che si prepara nella pubblica amministrazione? Per risparmiare sui costi dell'innovazione e, in fondo, mantenere lo status quo organizzativo.

Il ministro Brunetta si è fatto una reputazione di riformatore ed innovatore proprio in un settore tradizionalmente refrattario alle novità, come la pubblica amministrazione. Ora gli si presenta un'occasione d'oro per far fare all'intero settore un passo avanti nella direzione di una non più procrastinabile modernità. Avrebbe la maggioranza dei lavoratori dalla sua parte, una situazione storicamente inedita. Ci auguriamo sia capace di affrontare con coraggio la sfida che l'attende, guardando avanti e non facendo passi indietro.

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