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Perché la lotta ai monopoli tech è una questione di giustizia sociale

Con la raccolta, la gestione e lo scambio delle nostre digital footprint, delle tracce della nostra vita online, le grandi tech companies hanno acquisito un potere mai emerso prima in ambito economico

di Vittorio Pelligra

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(AdobeStock)

Con la raccolta, la gestione e lo scambio delle nostre digital footprint, delle tracce della nostra vita online, le grandi tech companies hanno acquisito un potere mai emerso prima in ambito economico


9' di lettura

Era il maggio del 1911 quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ordinò lo smembramento della Standar Oil Company di J.D. Rockefeller in trentaquattro diverse società indipendenti per neutralizzare gli effetti nocivi legati al controllo monopolistico del mercato del petrolio. Si poté agire in modo così deciso grazie allo Sherman Act, la prima forma di norma antitrust che il Congresso aveva votato su proposta del senatore dello Stato dell'Ohio, John Sherman, e che il presidente Benjamin Harrison aveva promulgato nel 1890.

Era una riaffermazione della politica sulle ragioni dell'economia, ma soprattutto rappresentava un tentativo di salvaguardare la stabilità del governo democratico della nazione. «Così come non accettiamo il potere assoluto di un re - scrisse Sherman - allo stesso modo non dovremmo accettare che sia un re a trasportare, produrre e vendere tutto ciò che ci è necessario per vivere». Il sospetto degli americani nei confronti delle grandi corporations si mantenne stabile negli anni e il controllo della politica sui comportamenti anticoncorrenziali andò avanti con vigore per oltre mezzo secolo.

«Uguali opportunità nel mercato»
Il presidente Theodore Roosevelt diede gambe e braccia allo Sherman Act, rivendicando il diritto di ogni americano a «uguali opportunità nel mercato» facendo passare il numero dei dipendenti dell'Ufficio Antitrust del Dipartimento di Giustizia, da diciotto unità a più di cinquecento. I mercati si sviluppavano perché la politica operava per mantenerli aperti. Nel 1952 la AT&T, invitò nella sua sede di New York e poi negli stabilimenti in Pennsylvania, decine e decine di ingegneri delle più importanti imprese concorrenti provenienti da tutto il mondo. L'AT&T aveva pochi mesi prima brevettato il transistor, una nuova invenzione che avrebbe rivoluzionato il mercato dell'elettronica e portato all'invenzione del microprocessore. Ora aveva radunato nelle sue sedi gli ingegneri delle imprese concorrenti per spiegargli nel dettaglio come era stato progettato e come sarebbe stato possibile, per loro, riprodurlo.

Perché tutta questa generosità? Semplicemente perché il governo temeva che poche grandi corporations avrebbero potuto ostacolare la diffusione dell'innovazione e, per evitare questo rischio l'AT&T, fu obbligata a concedere ai concorrenti la licenza per la produzione dei transistor per cifre irrisorie. Questo, se da una parte ridusse i profitti, dall'altra portò all'esplosione del mercato dell'elettronica di consumo negli anni immediatamente successivi. Seguendo la stessa filosofia, la General Electric dovette vendere le licenze delle sue lampadine e l'IBM quelle dei suoi mainframe. Pochi anni dopo il Governo intervenne nuovamente per costringere la stessa IBM a concedere la possibilità a programmatori esterni di scrivere software per i suoi computer. Questo portò immediatamente alla nascita del mercato del software e di decine e decine di nuove imprese, tra cui quella fondata nel 1975 da Paul Allen e Bill Gates, la Microsoft. Tra il 1941 e il 1959, il mercato dell'elettronica venne “aperto” in questo modo, costringendo più di centro imprese a rendere disponibili le licenze per l'utilizzo dei loro brevetti.

La difesa della libertà d'impresa
La limitazione del potere di mercato delle grandi corporation è stato per lungo tempo un tratto distintivo e punta d'orgoglio della politica americana. La salvaguardia dell'autonomia e della libertà d'impresa di tanti, contro la prepotenza, l'avidità e lo strapotere di pochi. Le ragioni che fondavano le politiche della concorrenza in quegli anni e per molti anni a venire erano ragioni politiche, legate al tema della libertà. Ancora nel 1962, la Corte Suprema blocca l'acquisizione da parte della Brown Shoe Company, di una impresa concorrente, sulla base del fatto che, dopo l'operazione, la Brown Shoe avrebbe potuto vendere le sue scarpe ad un prezzo così basso da impedire l'ingresso nel mercato di nuove imprese e da mettere in seria discussione la sopravvivenza di quelle già operanti. La legittimazione della sentenza è di natura politica e non economica. Non ha niente a che fare con questioni di efficienza o di tutela del consumatore, ma piuttosto con la libertà di impresa.

Il passaggio da tema politico a tema economico
Le cose, però, iniziano a cambiare proprio in quegli anni, quando arrivano gli economisti a suggerire che la teoria economica dovrebbe essere utilizzata per dar un fondamento scientifico alle politiche antitrust, fino ad allora dominate da un approccio più giuridico. Questo fatto porta ad una trasformazione graduale delle finalità di quelle politiche, dalla libertà di impresa, all'obiettivo di consentire al consumatore americano l'acquisto di beni e servizi a minor prezzo possibile. Il monopolio smette di essere un problema politico, una minaccia alla libertà, e diventa invece una questione puramente economica. Ci sono nomi e cognomi dietro questa trasformazione culturale. Donald Turner, capo della divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia sotto l'amministrazione Johnson, Milton Friedman, naturalmente, l'evangelista del libero mercato, ma forse ancora più influenti, a cavallo degli Anni '70, furono George Stigler e Richard Posner, un economista futuro Nobel e un giurista, anche loro, come Friedman, centroavanti di sfondamento del dipartimento di economia dell'Università di Chicago.

La difesa dello "stile di vita americano"
Stigler aveva ricevuto un'offerta di quelle che non si possono rifiutare, per trasferirsi dalla Columbia di New York a Chicago, dove l'università lo avrebbe pagato con i soldi di una donazione, più di mezzo milione di dollari, che aveva ricevuto da Charles Walgreen. Walgreen era un imprenditore locale e aveva fatto fortuna durante gli anni del proibizionismo. Nel 1935 aveva fatto ritirare la nipote dall'Università di Chicago, perché era convinto che lì si insegnasse ai ragazzi il comunismo e il libero amore. Spinto da ardore missionario, Walgreen donò alla stessa Università una piccola fortuna affinché, attraverso quei fondi, l'Università favorisse la diffusione tra gli studenti dei veri valori dello stile di vita americano. Quei soldi andarono a finanziare lo stipendio e le ricerche di Stigler. La sua tesi di fondo si può riassumere in uno slogan: non sono i cartelli monopolistici a distruggere il mercato, perché sarà il mercato a distruggere i cartelli. Gli accordi tra imprese per ridurre la concorrenza e falsare la competizione nei mercati sono intrinsecamente instabili. Per questa ragione, una volta sottoscritti, ognuna delle parti avrà interesse a ripudiarli, facendo concorrenza ai suoi stessi sodali. Questo comportamento sarà così comune e prevedibile, che nessuno si sognerà mai neanche di proporre un simile accordo, tacitamente o esplicitamente.

Giustizia uguale efficienza economica
Posizioni simili contamineranno velocemente anche il diritto, attraverso l'opera di Richard Posner, collega di Friedman e Stigler a Chicago, che porrà le basi per la nascita di una nuova disciplina, l'analisi economica del diritto. Con Posner si ha una tale accelerazione in questo senso, che egli arriverà a sostenere dopo pochi anni dalla pubblicazione del suo primo libro, che «l'efficienza economica è forse diventato il significato più comune del termine "giustizia"».

Questa traslazione semantica non sarà affatto neutrale, come si può ben immaginare. La legittimazione, infatti, dell'intervento del Governo nel funzionamento del sistema economico, si trasforma dalla protezione delle libertà dei cittadini, alla creazione delle condizioni per l'ottimale funzionamento dei mercati. Solo mercati efficienti, infatti, possono assicurare il massimo vantaggio dagli scambi sia per i produttori che i consumatori. Sono mercati efficienti possono portare alla massimizzazione del surplus totale: la somma dei guadagni che derivano dalla differenza tra quanto pago un certo bene e quanto sarei stato disposto a pagarlo come consumatore, e quanto guadagno vendendo lo stesso bene ad un certo prezzo di mercato invece che al prezzo minimo al quale sarei stato disposto a venderlo, se sono, invece, un produttore.

Sommando, consumatore per consumatore e produttore per produttore questi guadagni si ottiene il surplus totale che rappresenta una misura del benessere totale che deriva dagli scambi che si verificano in quel dato mercato. Tanto maggiore è il numero degli scambi che si concludono effettivamente rispetto a quelli che sarebbero potenzialmente vantaggiosi, tanto maggiore sarà l'efficienza di quel dato mercato. La condizione teorica affinché i mercati siano efficienti è che il livello di concorrenzialità si avvicini alla “perfezione”: una moltitudine di imprese in competizione tra di loro e così piccole da non poter influenzare, da sole, il prezzo di mercato. In altre parole, quello che garantisce l'efficienza è l'assenza di potere di mercato di poche grandi imprese capaci di fare il prezzo o, ancor peggio, di singoli monopoli, che fanno aumentare la loro fetta di surplus riducendo il benessere complessivo della società.

La politica e la difesa dell'efficienza dell'economia
Ci sono, naturalmente, altre condizioni che mettono a rischio l'efficienza dei mercati e che hanno a che fare con la omogeneità dei beni prodotti, con le barriere all'entrata, con la presenza di esternalità, di beni pubblici e di asimmetrie informative. Gli ostacoli posti da ognuna di queste condizioni al funzionamento dei mercati rappresentano, in una visione moderna della politica economica, una ragione sufficiente per un intervento regolatore della politica sull'economia. I monopoli vanno combattuti perché riducono il benessere delle società nel suo complesso. Questo implica interventi più o meno invadenti dell'autorità di politica economica, di agenzie indipendenti e di altri regolatori pubblici, volti a ripristinare le condizioni per la massima efficienza e quindi la tutela dei cittadini: sia degli imprenditori che potranno godere di condizioni di apertura e concorrenzialità dei mercati, che dei consumatori, che invece, potranno ottenere beni e servizi a prezzi relativamente più bassi.

Nuovi scenari
Le vicende del capitalismo moderno si giocano nella continua tensione tra grandi imprese oligopoloidi e istituzioni pubbliche più o meno capaci di arginarne la forza di concentrazione; tra richieste pressanti di deregolamentazione e la politica più o meno in grado di resistere a tali richieste con ragioni valide e strumenti efficaci. La bussola, almeno in linea di principio, è stata quella dell'efficienza e della massimizzazione del surplus totale. Ma oggi questo scenario, per molti versi, sembra essere mutato. Con la raccolta, la gestione e lo scambio delle nostre digital footprint, delle tracce della nostra vita online, le grandi tech companies hanno acquisito un potere mai emerso prima in ambito economico: la possibilità di creare “markets of one”, mercati, cioè, nei quali il produttore incontra il singolo consumatore in un rapporto tanto diretto quanto asimmetrico. La possibilità di essere profilati in ogni modo possibile e immaginabile attribuisce, poi, al produttore la possibilità di stimare con precisione il prezzo di riserva del singolo consumatore, il prezzo massimo, cioè, al quale egli sarebbe disposto ad acquistare quel determinato bene.

Questa informazione, che nei mercati tradizionali rimane del tutto privata e consente al lato della domanda di godere dei guadagni che derivano dagli scambi, nei “market of one”, viene facilmente ricostruita dal produttore che avrà la tentazione di fissare il prezzo, di personalizzarlo, ad un livello prossimo quello del prezzo di riserva. In questo modo gran parte del surplus del consumatore verrebbe dirottato sul lato dell'offerta ad esclusivo vantaggio dei produttori. L'utilizzo di queste forme di discriminazione di prezzo è, ad oggi, alla portata di molti, anche se ancora poco diffuso. La reticenza all'applicazione su larga scala deriva più dal rischio di immagine e dalla paura delle possibili reazioni negative dei consumatori, che da difficoltà di tipo tecnico. Ma fino a quando? Fino a quando le grandi imprese che operano sui “markets of one”, rinunceranno a questa possibilità?

Il rischio di una “espropriazione capitalistica”
Questa mutazione avrebbe conseguenze economiche, giuridiche e anche filosofiche importanti. Come dovrebbe agire il policy-maker per proteggere i consumatori dal rischio di questa vera e propria “espropriazione capitalistica”? Ma soprattutto, su che base dovrebbe agire? Se la legittimazione per l'azione di regolamentazione, come abbiamo visto, deriva da questioni di efficienza, tale azione non potrebbe trovare applicazione in questi casi. Tali mercati, infatti, sono super-efficienti. Il surplus totale prodotto dagli scambi non si riduce, anzi. Ciò che può cambiare è la sua distribuzione tra produttori e consumatori. La torta ha sempre la stessa dimensione, se non maggiore, ma ora i produttori ne mangiano più fette, lasciando i consumatori con la pancia semi-vuota. Se le questioni di giustizia si riducono a questioni di efficienza, come ci insegna Posner, allora questa situazione è, in fondo, giusta ed i regolatori si trovano con armi decisamente spuntate, in linea di principio ancora prima che sul piano operativo. Sono molti i commentatori, per esempio, che concordano sul fatto che l'articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea che norma la tutela della concorrenza, non possa avere presa su questo genere di discriminazione di prezzo.

La questione della regolamentazione, della sua legittimazione e degli strumenti innovativi di cui i guardiani della concorrenza dovrebbero dotarsi, non verrà compresa fino in fondo fintanto che continueremo a sottostare ad una visione miope nella quale la giustizia economica è stata ridotta a pura efficienza. Questo processo non è irreversibile e questo risultato non è l'unico possibile. Esistono concezioni alternative della giustizia, per esempio, la “giustizia come equità”, per usare la nota espressione di John Rawls. Sarebbero disposti i signori della Rete, i paladini del mondo iperconnesso e i nuovi padroni delle ferriere digitali a ragionare di regole dietro il “velo di ignoranza” come propone Rawls? Se dovessimo cercare, oggi, un accordo sulle regole che governeranno la nostra convivenza, le istituzioni, i mercati, domani, come dovremmo procedere per garantirci che quelle regole saranno giuste? Tali regole potrebbero scaturire solo dall'esercizio che prevede di decidere dietro il “velo di ignoranza”, senza sapere, cioè, il ruolo che ognuno di noi ricoprirà nella nuova configurazione sociale. Cosa deciderebbero i produttori di oggi, sapendo che domani potrebbero trovarsi nel ruolo di consumatori?

Le nuove tecnologie hanno sempre posto sfide sul piano tecnico e morale ed oggi siamo, probabilmente, di fronte ad un nuovo salto in avanti nel quale, ancora una volta, la tecnica interroga la morale, ancora prima che il diritto e l'economia. Anche solo l'uso del nostro cellulare pone questioni e produce implicazioni enormi. Occorre pensiero robusto, articolato e complesso, per affrontare queste sfide, che possa fondare azioni politiche più efficaci, legittime e giuste. Davvero non è tempo di facili semplificazioni, ingenui populismi e di bugie urlate per farle sembrare più vere. Sarebbe ora di cominciare ad attrezzarsi, seriamente e democraticamente, per rispondere a tali questioni con le armi affilate della conoscenza e della competenza, della partecipazione e della buona politica.

Per approfondire:

L'Antitrust Usa indaga sul cloud di Amazon. E la "nuvola" di Jeff Bezos sta cambiando

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