le ragioni di una performance inattesa

Perché i mercati emergenti vanno bene nonostante Trump e la Fed

di Andrea Franceschi


La grande avanzata dell'Asia

3' di lettura

I mercati emergenti sono una delle classi di investimento che sta andando meglio sui mercati da diversi mesi a questa parte. Negli ultimi 12 mesi l’indice delle Borse emergenti ha guadagnato il 23,4% contro un +15% di Wall Street e un +1,27% dell’Europa. Da inizio anno il paniere dei mercati emergenti ha sovraperformato il mercato azionario globale (indice Msci World) mediamente del 2,4 per cento.

Nell’ultimo anno l’indice PIMCO Merrill Lynch che monitora i bond emergenti ha guadagnato quasi il 5% contro una performance sostanzialmente invariata dell’analogo indice obbligazionario dei Paesi sviluppati.

IL RALLY DELLE BORSE EMERGENTI

Il confronto tra l'indice globale Msci World e l'indice Msci Emerging Markets

Questa performance potrebbe risultare sorprendente soprattutto se inquadrata in un contesto globale che, a una prima lettura, non si direbbe certamente favorevole per i Paesi emergenti. Alla luce soprattutto di due fattori: il rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed e il rischio di una guerra commerciale con l’escalation sui dazi tra Stati Uniti e Cina.

BOND, EMERGENTI E SVILUPPATI A CONFRONTO

Performance a un anno degli indici obbligazionari dei Paesi emergenti e sviluppati

Gli emergenti sono stati spesso la classe di investimento più vulnerabile alle strette monetarie della Federal Reserve. Soprattutto perché il rialzo dei tassi Usa tende a rafforzare il dollaro che è la valuta in cui è denominata gran parte del debito contratto da aziende e governi dei Paesi emergenti. Questo rafforzamento del dollaro tuttavia non c’è stato.

Nell’ultimo anno l’indice EM currency index, che monitora l’andamento del tasso di cambio delle principali valute emergenti rispetto al dollaro, ha guadagnato oltre l’8% e da inizio anno risulta in rialzo del 2,3 per cento. Questo è successo in parte per i timori legati all’ampliamento del deficit americano in conseguenza del maxi-stimolo fiscale deciso dall’amministrazione Trump. E in parte per il miglioramento delle prospettive di crescita di molti Paesi emergenti.

Un miglioramento che ha molto a che vedere con il risveglio del mercato delle materie prime di cui molti Paesi emergenti sono grossi produttori. Dopo la crisi del 2014-2015 i prezzi di tante commodities nell’ultimo anno sono fortemente risaliti. A partire dal petrolio, tornato oltre i 70 dollari, passando per le materie prime alimentari come il cacao e la soia, per arrivare ai metalli industriali, come l’alluminio, c’è stato un vero e proprio boom delle commodities. Negli ultimi 12 mesi l’indice Goldman Sachs Commodity ha guadagnato oltre il 18% ed è tornato ai massimi da due anni e mezzo.

IL RALLY DELLE MATERIE PRIME

Performance a 12 mesi dell'indice Goldman Sachs Commodity

E la guerra dei dazi? I Paesi emergenti sono stati i maggiori beneficiari della globalizzazione e sono i primi che hanno da perdere da un’escalation nella guerra commerciale. I mercati tuttavia non sembrano preoccuparsi più di tanto. Anzi c’è chi vede nelle schermaglie tra Cina e Usa un’occasione di investimento. Come Kim Catechis, capo gestore per i mercati emergenti di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason. «I titoli dei giornali possono aver generato allarme - afferma Catechis - ma, sul lungo periodo, queste restrizioni commerciali probabilmente serviranno solo ad accelerare la rapida crescita del commercio intraregionale tra mercati emergenti, con l'esclusione degli Stati Uniti. A nostro parere, ciò sposterà ulteriormente il baricentro del commercio mondiale a loro favore».

Catechis ritiene che uno scontro commerciale alimentato dagli USA potrebbe accelerare alcuni processi già in corso relativi al commercio internazionale.
Innanzitutto c'è la RCEP, un nuovo accordo commerciale multilaterale tra paesi asiatici, promosso dalla Cina, che comprende anche India, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e i paesi ASEAN dell'Asia meridionale. Insieme, queste nazioni rappresentano circa il 40% del commercio mondiale.
Nel frattempo, l'iniziativa cinese «One Belt One Road» – che vuole ricreare l'antica Via della Seta – sta costruendo infrastrutture per facilitare il commercio, raggiungendo 65 nazioni. Un progetto che sta avendo effetti positivi sulla velocità delle rotte commerciali tra Europa e Cina

Infine c'è il Partenariato Trans Pacifico, il trattato che venne negoziato dall'amministrazione Obama e per poi essere scartato dalla Casa Bianca l'anno scorso, che continua nonostante l'uscita degli Stati Uniti. Le altre undici nazioni, tra cui le emergenti Messico, Perù, Cile e Malesia, stanno infatti andando avanti coi negoziati.

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