le scelte degli investitori

Perché il mercato scommette sugli emergenti nonostante Trump

di Andrea Franceschi


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3' di lettura

L’agenda economica della nuova amministrazione Usa, all’insegna del motto «America First», del muro al confine con il Messico e delle minaccia di guerra commerciale con la Cina è tutto fuorché positiva per le economie dei Paesi emergenti. Così come non lo è la sua politica di stimolo fiscale che, avendo effetti inflattivi sull’economia, può accelerare il processo di normalizzazione della politica monetaria della Fed con l’effetto di rafforzare il dollaro e rendere meno sostenibile il debito in valuta forte accumulato in questi anni dalle società emergenti. Nonostante ciò questa classe di investimento è stata fortemente gettonata dagli investitori in queste prime settimane del nuovo anno.

Questo è successo anche perché, con le tensioni sul mercato obbligazionario nell’Eurozona di queste settimane, gli investitori che già nel 2016 avevano ridotto molto la loro esposizione sull’azionario europeo (113 miliardi di dollari di deflussi netti) hanno chiuso posizioni anche sul reddito fisso scegliendo di destinarle altrove. Ad esempio sui bond americani che, dopo il tonfo di novembre e dicembre, sono tornati a salire. Ma soprattutto sugli emergenti, la classe di investimento che ha regalato agli investitori le performance migliori.

BOND, AZIONI E VALUTE EMERGENTI

Andamento degli indici delle Borse, dei bond e delle monete “emerging” nell'ultimo anno (Fonte: S&P Market Intelligence)

Da inizio anno l’indice Msci Emerging Markets ha guadagnato il 6,72% facendo nettamente meglio dell’indice azionario globale Msci World (+2,52%). Da un’elaborazione che Il Sole24Ore ha fatto su banca dati S&P Market Intelligence risulta che la capitalizzazione delle società quotate con sede nei Paesi emergenti da inizio anno sia cresciuta di circa 800 miliardi di dollari.

A fronte di un mercato obbligazionario che, soprattutto in Europa, ha vissuto momenti di alta tensione in queste settimane il segmento dei titoli di Stato emergenti in media ha fatto bene. L’indice BofA Merrill Lynch delle obbligazioni governative “sovereign” emergenti da inizio anno ha guadagnato lo 0,26% a fronte di un -0,48% dell’analogo indice per i paesi sviluppati. Se il segmento dei governativi ha avuto un avvio d’anno shock nell’Eurozona (-2,6% la performance dell’indice iBoxx dei titoli di Stato) in diversi Paesi emergenti un tempo bistrattati dagli investitori si sono registrate performance importanti. Il rendimento medio delle obbligazioni governative brasiliane, che un anno fa viaggiava intorno al 16%, è sceso poco sopra il 10 per cento. Da inizio anno - segnala Capital Economics - chi ha scommesso sul real brasiliano ha registrato un ritorno di investimento del 2,3 per cento. Il rally ha interessato ovviamente anche la Borsa di San Paolo che ha guadagnato il 7,62 per cento.

IL RALLY DEL BRASILE

Andamento nell'ultimo anno del cambio dollar-real, dell'indice borsistico Ibovespa della Borsa di San Paolo e dell'indice azionario globale Msci World (Fonte: S&P Market Intelligence)

Altro caso eclatante è quello della Russia, uno dei Paesi che più ha beneficiato della vittoria di Trump alle elezioni Usa visto che quest’ultimo non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per Vladimir Putin e di voler rompere l’isolamento internazionale del Paese. Dalle elezioni Usa l’indice Micex ha guadagnato l’11%, il rublo si è apprezzato del 7,6% mentre i credit default swap (i derivati che funzionano come polizze di assicurazione sull’insolvenza del Paese) sono piombati ai minimi di luglio 2014 con una flessione, rispetto ai massimi toccati a gennaio 2015, del 71 per cento.

LE POLIZZE ANTI-DEFAULT DELLA RUSSIA

Andamento dei credit default swap a 5 anni sul debito russo (Fonte: ) S&P Market Intelligence

Non tutti gli emergenti hanno corso alla stessa velocità. La Cina ed altre economie del Sud est asiatico ad esempio non sono andate bene come il Sudamerica o la Russia. Questo in parte ha a che vedere con il fatto che i destini di molte economie emergenti sono legati a doppio filo a quello delle materie prime che esportano e che condizionano l’andamento della loro economia. Se tra il 2014 e il 2015 il crollo delle quotazioni del mercato delle commodities si accompagnò al tonfo di bond azioni e valute «emerging» va da sé che il recupero registrato dai prezzi delle materie prime (nell’ultimo anno l’indice Goldman Sachs Commodity ha guadagnato il 18%) debba coincidere con un trend correlato.

Altra variabile chiave sono i tassi dei titoli Usa e le quotazioni del dollaro. La risalita di questi indicatori in genere si accompagna a un ribasso dei mercati emergenti. Così non è stato nel 2016 anche perché l’effetto negativo di tassi Usa e biglietto verde è stato compensato dal rally delle commodity. In queste prime settimane del 2017 il dollaro si è deprezzato di oltre il 2% e i tassi dei Treasury sono scesi e ciò ha contribuito alla performance positiva degli emergenti. Poi certo bisognerà vedere cosa succederà nei prossimi mesi. Se la Fed deciderà di adottare un atteggiamento prudente sul costo del denaro (non tre rialzi dei tassi come annunciato ma solo uno) è probabile il rally degli emergenti possa consolidarsi. Se, viceversa, prevarrà un orientamento restrittivo, è lecito aspettarsi una correzione.

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