IL PASSO LUNGO DELLA CITTà

Perché Milano è centro di cultura ed economia

di Armando Torno


3' di lettura

Nonostante la polemica sulle palme in piazza Duomo e gli infiniti problemi che la crisi ha fatto esplodere, Milano resta la città di riferimento per l’economia e la cultura. Lo è per l’Italia, ma non soltanto. E basti leggere anche le recenti cronache e analisi su questo giornale: la visita di Gentiloni ha confermato le potenizialità della città, ed è bene che non vengano persi i treni per un futuro sempre più radioso. Expo l’ha rilanciata anche sotto l’aspetto turistico. E qui le immagini, vere o virtuali, come le desidera il nostro tempo, sono ormai diventate degli ambienti culturali. La moda o l’arte moderna, gli oceani della Rete e l’ultima architettura lo dimostrano. Milano riflette tutto questo, anche se ha radici profonde che si perdono nei secoli. È stata capitale dell’impero romano, ma non si crogiola sulle rovine rimaste; è piena di monumenti e di musei, ma non lo urla come è abitudine.

È una città che sa reagire con spirito vero alle pigrizie del Belpaese: un teatro come il Piccolo, diretto dal 1998 da Sergio Escobar - stiamo facendo un esempio – vanta 25 mila abbonati. Quest’anno compie i settant’anni e possiamo dire che supererà i 300 mila spettatori. Il carattere internazionale del capoluogo lombardo passa anche su questo palcoscenico.

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Per capire la Milano di oggi, che resta un riferimento per la cultura europea, occorre però saper guardare nel suo passato. Negli anni Sessanta, per esempio. O in quel miracolo che accadde nell’Ottocento. Nel 1827, per citare uno dei casi del secolo, a Milano escono le “Operette morali” di Leopardi, “I Promessi Sposi” di Manzoni e alla Scala c’è la prima de “Il Pirata” di Bellini. Non è esagerato affermare che da duecento anni e qualche decennio questa città è un laboratorio non soltanto di economia. Certo, la metropoli che oggi conosciamo non è scintillante e gravida di progetti come negli anni Sessanta del secolo scorso, ma resta un punto d’incontro per le opportunità del mondo contemporaneo. Parafrasando un articolo della fine di aprile del 1962, scritto da Guido Gerosa sul settimanale “Epoca”, non è più possibile parlare del boom economico. Allora sotto la Madonnina vi era un quarto della ricchezza d’Italia. Le 75.197 imprese davano lavoro a ottocentomila persone, qui si pagava il 26% delle tasse del Paese, i redditi erano i più alti e la mancanza di lavoro non esisteva. Un disoccupato era più raro del francobollo bramato dai collezionisti di quegli anni, il Gronchi rosa, emesso il 3 aprile 1961. La California per l’italiano, scrisse “Time”, comincia in piazza del Duomo. Era la città che ogni giorno accoglieva in media 150 aspiranti milanesi provenienti dal resto d’Italia. Tra essi non mancavano intellettuali come Luciano Bianciardi.

Al Politecnico aveva una cattedra Giulio Natta: qui nascevano ricerche e scoperte nel campo della chimica e della tecnologia dei polimeri che portarono il Nobel a Milano nel 1963. Di quella stagione qualcuno ricorda una pubblicità con Gino Bramieri, che conquistò tutti con le battute “E mò e mò e mò…Moplen”. Uno spot con un nome che nascondeva il polipropilene isotattico che, oltre a diventare un protagonista di Carosello, significava lavoro, esportazione, bilanci magnifici.

E mentre tutto questo accadeva, Milano diventava una delle capitali mondiali dell’arte, nel 1965 nascevano da Mondadori gli Oscar e nel 1961 ben 4 milioni di turisti l’avevano visitata. Oggi ci rendiamo conto che quella città si è trasformata in un mito: su di essa è stata costruita la Milano odierna, le occasioni che ancora offre, il peso economico che rappresenta in un mondo completamente mutato.

Un aiuto per capire quanto accade oggi sotto la Madonnina, è dato anche da un volume che raccoglie saggi di noti studiosi. La cura si deve a Francesco Spera e Angelo Stella: “Milano capitale culturale. 1796-1898” (Università Statale e Centro Nazionale Studi Manzoniani, pp. 422, euro 50). Il medesimo Stella ci ha confidato: «L’aggettivo culturale è in apparenza facile e scontato per la Milano che è stata di Manzoni, Hayez e Verdi, che ha visto coinvolti e residenti Leopardi e Verga. Però è un aggettivo che si confronta, dialoga e polemizza con altri aggettivi da porre accanto a Milano, come politica, economica, morale, civile e sociale. Ecco: sociale fissa lo snodo tra la cultura lombarda e quella della grande tradizione italiana». Che dire? Stella ha ragione. La data 1898 evoca le giornate di maggio, la repressione del macellaio Bava Beccaris che fa sparare con i cannoni sulla folla, i problemi irrisolti del Risorgimento. Ma in tal caso occorre ricordare che qualcosa resta sospeso anche oggi. Milano, però, non consentirebbe più a nessun Bava Beccaris di guadagnarsi allori in quel modo.

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