il paradosso

Perché il no di Parigi al matrimonio penalizza più Renault di Fca

di Antonella Olivieri


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3' di lettura

Fca regge, Renault tracolla. C’è un fattore tecnico dietro l’illusione ottica che si è prodotta ieri in Borsa, dopo l’improvvisa rottura del fidanzamento. Fiat Chrysler Automobiles ha infatti concluso la seduta invariata a 11,71 euro (+0,09%), mentre Renault ha ceduto il 6,84% a 52,3 euro. Tuttavia, mentre il titolo della casa italo-americana è sopra del 2,2% rispetto alle quotazioni precedenti l’annuncio delle trattative, quello della casa transalpina conserva ancora un vantaggio più che doppio, pari al 4,4%. Spiegano i tecnici che un ruolo-chiave l’hanno avuto i riposizionamenti, perché il mercato era andato “lungo” di Renault e “corto” di Fiat, scommettendo - a torto o a ragione - sulla possibilità di una revisione delle condizioni a favore di Renault o comunque che la proposta di Fca potesse aiutare il titolo della casa transalpina a recuperare la cronica sottovalutazione.

Tuttavia la brusca retromarcia qualcosa suggerisce anche a livello più sostanziale. La mossa di Fca non era stata in realtà né improvvisata né ostile. Lo si capiva dalle condizioni offerte, già di per sè “generose”: fusione alla pari pur avendo Fca dimensioni doppie sia in termini di giro d’affari che di utili prodotti, valutazione a premio di Renault nell’ordine del 10% sulle medie di Borsa, guida ai francesi. Le proteste di concorrenti e sindacati d’Oltralpe - oltre alla posizione un po’ criptica del partner industriale Nissan - hanno però evidentemente spinto Parigi a cercare di tirare la corda, che alla fine si è spezzata.

Ora, Fca ha dimostrato di essere disponibile a fare concessioni per favorire un’integrazione che abbia senso industriale (e che l’aiuti a recuperare il gap sul fronte delle nuove tecnologie). Sul piatto può mettere l’esposizione al mercato americano, che viene da un lungo periodo di espansione, con una posizione forte sui segmenti a più alta marginalità con Jeep e Ram, e marchi forti quali, oltre a quelli già citati, Alfa Romeo e Maserati. Un pretendente lo troverà, ragiona un trader di lungo corso. Renault rischia invece di non avere più qualcuno che sia disposto a riconoscerle un premio, con un azionista “ingombrante” come lo Stato francese, che recita due parti in commedia. Sarebbe già stato un problema - dicono a mezza voce gli analisti - farlo accettare negli Usa con Chrysler. E mentre a breve la prospettiva di un premio si è dissolta, il problema dei rapporti con Nissan - già provati dal caso Ghosn - è tutt’altro che risolto.

Le considerazioni sul valore di Renault lasciano il tempo che trovano. È vero che la sola partecipazione di Nissan ne spiega gran parte della capitalizzazione , ma il punto è che il mercato non ha mai riflesso appieno il valore della partecipazione che, sebbene pari al 43,4%, non consente a Parigi di dettar legge, tant’è che in bilancio non è consolidata. Considerato che oltretutto i multipli erano sostanzialmente allineati (4,3-4,4 volte il p/e), non è stata certo Fca a provocare la distorsione, anche se il timing della proposta ha saputo intercettare quotazioni ai minimi. Ma non è che a Fca sia andata molto meglio: dai massimi dell’anno scorso - fine gennaio per Fca, inizio aprile per Renault - il total return della prima è stato negativo del 32%, contro il -40% della seconda.

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