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Perché non possiamo non dirci dalla parte di Greta

di Vittorio Pelligra


Clima, tutto il mondo in piazza per difendere il pianeta

5' di lettura

«Spei duo pulchri liberi sunt: indignatio et animus». La speranza ha due bellissimi figli, scriveva Sant’Agostino, l’indignazione e il coraggio. Il primo che nasce dalla constatazione di come vanno le cose e il secondo che cresce come risposta alla necessità di cambiarle, le cose. Indignazione e coraggio è ciò che abbiamo visto venerdì 15 marzo durante le manifestazioni del Friday for Future in giro per il mondo. Milioni di ragazzi che scendono in piazza, finalmente, per rivendicare il loro diritto al futuro, a una terra ancora vivibile, a un modello economico sostenibile, contro l’impoverimento di risorse che andrebbe a colpire duramente proprio la loro generazione e quella dei loro figli.

Scendono in piazza giustamente indignati contro di noi, i loro genitori, contro l’irresponsabilità di singoli e di governi che hanno consumato e sprecato come se le risorse fossero illimitate, senza nessun riguardo per quelli che sarebbero venuti dopo. Violentando in ogni modo questa unica scialuppa di salvataggio sulla quale navighiamo l’Universo. Questi ragazzi non vogliono essere rassicurati, blanditi o apprezzati, ma vogliono farci venire il panico, come ha puntualizzato Greta Thunberg durante il suo discorso al World Economic Forum di Davos, lo scorso gennaio. Vogliono che proviamo la stessa paura che provano loro ogni giorno e vogliono che agiamo, subito, come se ci fosse, già oggi, una crisi. Crisi che peraltro è già abbondantemente cominciata. Vogliono che agiamo come se la casa avesse preso fuoco, perché, in realtà, ha già preso fuoco.

E poi c’è il coraggio, il secondo figlio della speranza. Il coraggio di prendere decisioni impopolari è quello che ci vuole per cambiare, nel verso della sostenibilità, i propri comportamenti quotidiani, il proprio stile di vita. Il coraggio impariamolo da questi ragazzi e da queste ragazze, perché l’impressione è che noi l'abbiamo perso, almeno a giudicare da non poche reazioni alla manifestazione di venerdì. Cinici invecchiati male che continuano a guardare il dito invece che la luna; che dall’alto dei loro immeritati privilegi sminuiscono con accondiscendenza le paure di questi giovani. Politici senza più ideali che, inoperosi per decenni, riescono ora perfino a dileggiare l’impegno di chi mostra di aver trovato nella lotta per la giustizia climatica un ideale per cui impegnarsi. Basta con questi free-riders, gente che non paga il biglietto, perché tanto sa che il servizio trasporti continuerà a funzionare, pagato da altri. Gente che aspetta i cambiamenti, ma dagli altri e, oggi, magari li pretende da quei paesi come India e Africa che inquinano più di noi, è vero, ma perché vivono quella fase di piena espansione economica durante la quale noi abbiamo inquinato quanto e più di loro. Quelli che, se va bene, si aspettano il cambiamento dalle regole e non dalle scelte individuali.

Quello che sta facendo Greta coi nostri figli e con noi, è invece proprio ciò che serve. Un appello alle coscienze, ma concreto e pressante, continuo, semplice e martellante. Ogni venerdì. Perché le cose, se cambieranno, cambieranno perché qualcuno avrà scelto di cambiare, non certo per nuove regole, incentivi economici o accordi internazionali. Quelli servono, ma solo dopo, per codificare e rafforzare cambiamenti di mentalità già in atto. Se cambiano i comportamenti, possono cambiare le regole; purtroppo non sempre è vero il contrario. La storia degli halibut nel Pacifico ne è un esempio perfetto (Stavins, R., 2011. «The Problem of the Commons: Still Unsettled after 100 Years» American Economic Review 101(1): 81-108). La pesca sconsiderata e senza limiti portò negli anni Settanta del secolo scorso ad una forte riduzione nella quantità di halibut presente nel Nord-Pacifico. Per correre ai ripari, si iniziò a regolamentare l’attività dei pescatori riducendo il periodo di pesca dai 125 giorni del 1975 fino ai 25 del 1980. Ma questa limitazione non ridusse l’eccessivo sfruttamento. I giorni di apertura alla pesca allora passarono, nel 1994, da 25 a 2. L’effetto di queste nuove regole, non supportate da un adeguato cambiamento di coscienza, fu del tutto controproducente. Invece di preservare la risorsa naturale, indusse una eccessiva concentrazione degli sforzi: ciò che un tempo si poteva fare in quattro mesi, ora andava fatto in soli due giorni. Aumentarono gli incidenti sul lavoro, i pescatori feriti e persino le morti. L’accelerazione del lavoro portò inoltre al moltiplicarsi degli «effetti collaterali»; aumentò vertiginosamente, infatti, quella che i tecnici chiamano «pesca fantasma»; la cattura cioè di altre specie senza mercato o l’uccisione di pesci a causa delle reti abbandonate in mare. Inoltre, la qualità del pesce presente sui mercati peggiorò. Essendo pescabile solo per due giorni all'anno, tutta la produzione andava immediatamente congelata per la lunga conservazione; divenne così, praticamente impossibile trovare halibut fresco in tutte le nazioni servite dalla flotta del Nord Atlantico.

Fortunatamente ci sono altre storie di successo nella lotta per la difesa dell’ambiente e delle risorse comuni; quella di Sherwood Rowland e Mario Molina è una di queste (Bricker, B., 2014. «Scientific Counterpublics: In Defense of the Environmental Scientist as Public Intellectual», Topoi, 1-12). Nel 1973 i due chimici, allora all'Università della California, identificarono una possibile relazione tra la dispersione nell'atmosfera di clorofluorocarburi (CFC) e l’assottigliamento dello strato di ozono. Il risultato venne pubblicato su «Nature» l’anno successivo, ma, nonostante la sua estrema rilevanza in termini ambientali, non suscitò nessun dibattito. Fu il cambiamento di coscienza di Rowland, in particolare, ad imporre allora il tema sulla ribalta pubblica. Consapevole delle implicazioni delle sue ricerche iniziò a viaggiare per il paese, ad incontrare politici, a partecipare a dibattiti e a popolarizzare i suoi studi. Divenne, per questo, perfino oggetto di una campagna feroce di contro-informazione da parte dei produttori di CFC che ne misero in discussione la salute mentale e che arrivarono anche ad adombrare la possibilità di un legame coi servizi segreti di nazioni straniere. Ma Rowland non si fermò. Riuscì a creare intorno a sé un gruppo internazionale di scienziati abbastanza intelligenti e abbastanza umili da decidere di dialogare direttamente con la politica e il cittadino qualunque. Il linguaggio accessibile, la disponibilità al confronto con i legislatori e la creazione di una vera e propria comunità di scienziati ambientalisti, produsse un risultato straordinario: nel 1978, meno di quattro anni dopo la pubblicazione del loro primo studio, Rowland e Molina ottennero da parte del governo degli Stati Uniti il divieto all'utilizzo del CFC. Pochi anni dopo si arriverà al Protocollo di Montreal che ne vieta l'utilizzo su scala globale. In meno di dieci anni una rilevantissima questione ambientale era stata scoperta e discussa pubblicamente, erano state emanate leggi e regolamenti e sconfitte definitivamente le resistenze delle lobby economiche. L'anno scorso sono stati pubblicati i primi dati che mettono in relazione la progressiva chiusura del buco nell'ozono con l'attuazione delle misure contenute del Protocollo di Montreal. (Strahan, S., Douglass, A., 2018. «Decline in Antarctic ozone depletionand lower stratospheric chlorine deter-mined from Aura Microwave LimbSounder observations». Geophysical Research Letters 45: 382–390).

Certo oggi l’autorità di scienza e scienziati è fortemente messa in discussione e gente come Donald Trump può usare un’improvvisa ondata di freddo come controprova del riscaldamento globale senza per questo venire sommerso da un mare di ridicolo, come sarebbe stato lecito aspettarsi. Forse gli esperti dovrebbero imparare a comunicare di più e meglio e forse i cittadini non dovrebbero più accontentarsi di farsi governare da personaggi mediocri, con una cultura mediocre, e con una mediocre comprensione dei problemi sociali, economici e ambientali. Forse. Nel frattempo, però, i nostri figli non hanno più tempo da perdere. Non possono stare appresso al’inazione, all’incapacità e all’egoismo dei loro genitori. Sono scesi in piazza, quindi, e con il loro sdegno e con il loro coraggio, alla fine, sono loro a dare una nuova speranza anche a noi.

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