PREVENZIONE

Coronavirus, perché non rispettare le raccomandazioni favorisce i contagi

Non rispettare le raccomandazioni significa non solo fare un danno a sé stessi ma all’intera comunità

Coronavirus, Speranza: «Importante l’aiuto di tutti i cittadini»

Non rispettare le raccomandazioni significa non solo fare un danno a sé stessi ma all’intera comunità


3' di lettura

Se per assurdo riuscissimo a convincere tutti gli abitanti del pianeta a stare, per una ventina di giorni, a due metri di distanza uno dall’altro, il problema del coronavirus (Sars-CoV-2) sarebbe probabilmente risolto in via definitiva. Nessun contatto, nessuna possibilità di trasmissione e addio coronavirus.

Sappiamo che questo non è possibile, ma dobbiamo considerare tutte le iniziative che sono state prese a livello mondiale come un tentativo di approssimazione rispetto alla misura (irrealizzabile) appena ipotizzata. In Cina le regole adottate sono state rigidissime, molto più di quelle che stiamo sperimentando in Italia e che, presumibilmente, coinvolgeranno il resto del mondo con il diffondersi dell’emergenza.

Il paragone con la Cina
I numeri italiani, considerando i primi giorni del contagio, non si discostano molto da quelli cinesi: in entrambi i Paesi i casi sono passati da poco più di 800 a circa 3000 nello spazio di 5 giorni, ma va detto che l’accuratezza del nostro sistema sanitario è ben maggiore di quello cinese. Quindi molto, molto, molto più efficace nel rilevare i soggetti positivi. Non dobbiamo farci condizionare dalla pur straordinaria capacità di costruire un ospedale in dieci giorni, perché quello attiene ad abilità edilizie, non mediche.

È assai probabile, come ormai molti specialisti in tutto il mondo stanno accettando e dibattendo nei più importanti canali specializzati, che il caos dei primi giorni abbia generato più di una difficoltà ai medici cinesi: per questo la curva del contagio è stata rilevata con variazioni giornaliere anche nell’ordine del 61% (dal 27 al 28 gennaio il numero totale delle infezioni in Cina è passato da 2798 a 4515).

Come aiutare il sistema sanitario italiano
In Italia il Sistema Sanitario Nazionale ha fronteggiato con estrema professionalità non solo l’emergenza, ma anche la raccolta e l’analisi dei dati. Per questo, e non solo perché i numeri hanno bisogno di tempo per diventare “stabili” e quindi dare risposte sensate, diventa difficile una comparazione tra le due situazioni. Ma possiamo essere certi che, una volta passata l’emergenza, saranno proprio gli elementi raccolti in Italia a fare da scuola nel mondo come base scientificamente valida da cui partire.

Quello che al momento sappiamo è che, con le misure adottate in Italia, si sta facendo ogni sforzo possibile per limitare il numero di nuovi casi giornalieri: obiettivo che consentirebbe di gestire, seppur in estrema emergenza, un flusso di ricoveri accettabile per le forze che possiamo mettere in campo.

Se le contromisure funzionano lo sapremo solo in parte giorno per giorno: forse qualche prima indicazione sarà possibile averla alla fine di questa settimana, ma la vera partita si giocherà probabilmente nei prossimi 10-15 giorni. Ed è una partita che occorre giocare tutti insieme.

L’importanza di rispettare le regole
Non rispettare le raccomandazioni, non ridurre i contatti sociali, non restare a casa se si hanno sintomi riconducibili al coronavirus (tosse, alterazioni della temperatura anche limitate, riniti e così via), non lavarsi spesso le mani, non imparare a starnutire e tossire all’interno del gomito senza spargere l’ormai famoso “droplet” ovvero le goccioline di saliva che ci escono dalla bocca, significa non solo fare un danno a sé stessi, ma all’intera comunità.

E soprattutto significa fare un grande regalo al coronavirus, che i primi studi condivisi sulle principali riviste scientifiche (da Lancet e New England Journal of Medicine) descrivono come “bisognoso” di contatti molto ravvicinati per potersi trasmettere. Senza “droplet” e strette di mano la vita, per lui, diventa molto difficile. Ed è esattamente quello che vogliamo.

I principali problemi da affrontare stanno proprio qui: nella responsabilità personale. In fondo si tratta di cambiare le nostre abitudini per qualche settimana, di rendere sempre più difficile al virus trovare un nuovo “ospite” al quale passare. In Italia abbiamo virologi, epidemiologi e tanti altri specialisti di livello mondiale: dobbiamo fidarci di chi queste cose le ha studiate e le studia da anni. Il “sentito dire” vale zero.

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