Le leve della ripresa

Perché occorre incentivare l’ingresso di risparmi privati nel sistema industriale

Spesso i progetti delle imprese non sono basati sulle opportunità, ma sulla cassa messa a disposizione dalle banche

di Luigi Consiglio

(EtiAmmos - stock.adobe.com)

4' di lettura

L’imprenditoria italiana possiede una sua specificità che rende il Paese ricchissimo in numero e qualità di aziende. Imprese che in moltissimi casi sono leader mondiali delle proprie categorie e investono più dei concorrenti in ricerca e sviluppo. Sono molte decine di migliaia di realtà guidate da un imprenditore esperto di prodotto e appassionato di ricerca e sviluppo. Un imprenditore che è riuscito ad affermarsi nonostante le tante difficoltà poste dal sistema Italia e anzi, proprio per questo ancora più resiliente e capace di conquistare i mercati mondiali.

I settori in cui queste imprese operano sono molto diversificati e spaziano dall’alta tecnologia alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentare passando per il lusso, l’arredo, la moda, il design, i sistemi d’arma, l’aeronautica, la cantieristica e via enumerando. Tutti eccellenti, tutti mondiali, tutti che utilizzano le medesime leve strategiche per competere. Da uno studio condotto da GEA consulenti di direzione, con «Harvard Business Review Italia» e Arcafondi Sgr, su un gruppo di diecimila aziende – e pubblicato nel libro Campioni d’Italia edito da Mind edizioni – si ritrovano delle caratteristiche costanti tra le leve strategiche
dei campioni. Queste sono nell’ordine:

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1 Imprenditore al timone e/o forte stile imprenditoriale, accountability e concretezza del management (“hands-on value driven”; “Bias for action”);

2 Investimenti in Ricerca & sviluppo e innovazione (% ricavi e assoluti), ad esempio, numero nuovi prodotti lanciati e/o brevetti registrati
negli ultimi 5 e 10 anni;

3 Percentuale del fatturato in Italia e all’estero e orientamento ad un forte presidio, o meno, dei mercati esteri (non solo puro export) – Peso, focus e presenza strutturata in alcuni mercati rilevanti;

4 Strategia competitiva (es. differenziazione di prodotto / servizio o leadership di costo);

5 Modello produttivo: flessibilità̀ (subfornitori)
vs internalizzazione.

Questi cinque fattori, combinati in diverso grado, spiegano la quasi totalità dei molti casi di successo dell’industria italiana.

Il CONFRONTO FRA ITALIA E GERMANIA

Se la dimensione dell’impresa italiana fosse analoga a quella tedesca la produttività per addetto dell'interosistema industriale salirebbe del 26% (Fonte:Eurostat - Structural Business Statistics - dati 2018)

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Negli studi che abbiamo pubblicato negli anni abbiamo dimostrato come, nonostante questi risultati, il sistema imprenditoriale italiano avesse un freno molto significativo al suo sviluppo: la bassa capitalizzazione delle imprese espressa in termini
di un rapporto tra mezzi propri e mezzi di terzi.
I mezzi propri dell’impresa italiana erano circa un terzo di quelli dell’impresa tedesca. La principale fonte di finanziamento della crescita delle imprese era il debito bancario.

Il limite di questa struttura patrimoniale era rappresentato dai progetti espansivi che l’imprenditore poteva mettere in cantiere.

Questi non erano basati sulle opportunità che l’azienda aveva di fronte, ma sulla cassa che le banche erano disponibili ad investire. Dunque, lo sviluppo non era proporzionale al potenziale insito nei brand o nelle tecnologie o nei processi o nei prodotti, ma era proporzionale alla cassa disponibile.

Se visto a livello aggregato, questo rappresenta un fenomeno molto frustrante. Infatti, se si fosse deciso di aumentare il credito all’impresa si sarebbe potuta determinare una crescita molto più alta del Pil.

E se gli imprenditori avessero potuto avere aziende con più elevati mezzi propri l’effetto
di garanzia della possibile leva avrebbe determinato un balzo quantico.

Abbiamo calcolato che se l’industria italiana avesse raggiunto il livello di patrimonializzazione di quella tedesca la crescita del Pil industriale sarebbe stata pari al 26% e quella del Pil totale del 6 per cento.

Rispetto a questo quadro il nostro laboratorio di studi industriali Eccellenze d’Impresa ha lanciato un allarme sin da dieci anni fa: è indispensabile che il legislatore definisca strumenti adatti a favorire l’ingresso del risparmio delle famiglie nel capitale di rischio della media impresa italiana ed è importante definire modifiche delle classi azionarie tali per cui gli imprenditori possano rinforzare il proprio capitale investito senza venire diluiti perdendo la guida dell’impresa o comunque
la sua leadership.

Sicuramente la prima versione dei Pir era una prima risposta all’esigenza di ricapitalizzazione cui avrebbero dovuto seguirne una serie di altri. Il tema andrebbe ripreso oggi dal legislatore esattamente dove era rimasto.

Ma adesso l’urgenza è maggiore rispetto a dieci anni fa. Infatti, nel frattempo è intervenuta l’esigenza da parte del sistema bancario di ridurre il credito alle imprese. Una serie di crisi di sistema ha spinto a questa misura fino a prima della crisi Covid.

Le imprese italiane hanno aderito a questa richiesta riducendo molto l’indebitamento. Hanno ridotto di più di dieci punti il leverage in nove anni.

Questo è stato, purtroppo, il principale investimento collettivo del sistema industriale italiano.

Invece di investire in fabbriche all’estero, in nuove tecnologie, in processi innovativi, in sviluppo e lancio di nuovi prodotti i nostri industriali hanno investito nella riduzione del debito bancario.

Non credo, personalmente, che l’Italia ne abbia beneficiato. Anzi. Riteniamo che il legislatore debba trovare uno sbocco positivo per l’enorme quantità di risparmio accumulato dalle famiglie negli anni e che è ancora cresciuto durante il Covid.

Con l’obiettivo di valorizzare le imprese eccellenti e avviare un dibattito sui temi dello sviluppo industriale, oggi, presso il Palazzo della Borsa di Milano si terrà la cerimonia di premiazione del Premio Eccellenze d’impresa, promosso da Gea, «Harvard Business Review» e Arca Sgr.

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