UNIVERSITà E LAVORO

Perché oggi chi ha un Mba snobba le banche e punta su Facebook

di Enrico Marro

2' di lettura

Il fenonemo è in atto già da anni, con la grande crisi del 2008 ancora una volta a rappresentare il grande spartiacque tra il “prima” e il “dopo”. Le banche d’investimento, che fino a cinque-dieci anni fa erano il grande sogno proibito di chi sceglieva un Mba (un master in business administration), oggi vengono allegramente snobbate a favore delle grandi società tecnologiche o della consulenza. E non è solo questione di preferenze. Di fatto, oggi è proprio “Big Tech” ad andare alla ricerca di talenti con un Mba in tasca.

Illuminante al riguardo è una ricerca svolta da TapWage, sito di recruitment statunitense, su 50mila offerte di lavoro: ben il 9% degli annunci di Facebook riguarda profili con titoli Mba, contro appena il 3% di Goldman Sachs (con buona pace di Sheryl Sandberg, direttore operativo del social di Zuckerberg, convinta dell’inutilità dei master in business administration nell’industria tech). E ancora più sbalorditiva è Amazon, che chiede un Mba per il 20% delle sue offerte di lavoro pubblicate negli States. Più in generale, secondo TapWage, i “masterini” rappresentano il 10% delle offerte dei colossi tecnologici contro il 4% delle grandi banche.

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Alla Tepper School of Business della Carnegie Mellon University, un terzo degli studenti con un Mba ha trovato un posto di lavoro in società tech (cinque anni fa era appena il 21%). I colossi del digitale offrono tra l’altro un ampia scelta ai neolaureati: per esempio in Facebook si va dai posti nel settore finanza a quelli nel commerciale, o legati al prodotto, oppure al marketing. Senza dimenticare le start-up. Il Financial Times stima che un terzo dei “masterini” Mba di Stanford e del Mit abbiano creato una propria azienda, ovviamente tecnologica.

Non è solo un fenomeno americano. Persino Ft si è stupito nello scoprire che, nel cuore finanziario dell’Italia, solo uno dei 29 diplomati al master in business administration full time del MIP Politecnico di Milano è finito a lavorare in banca. Gli altri sono stati calamitati dal mondo della consulenza o, appunto, dalle offerte di “Big Tech”.

Meno banca più tecnologia, insomma. Negli Stati Uniti la rivoluzione copernicana dell’offerta di lavoro sta producendo una metamorfosi degli stessi Mba, sempre più orientati alle tecnologie e alla permeabilità con le aziende. La Stern School of Business della New York University, per esempio, sta varando un nuovo “Tech Mba” che dura la metà di quelli tradizionali (un anno anziché due) e che pone l’accento su stage estivi di alto livello.

In questo quadro, le banche faticano ad attrarre cervelli. Se nel sofisticato mondo degli hedge funds si cercano talenti “trasversali” in grado di battere i mercati (come la 33enne Vanessa Selbst, la più grande campionessa di poker della storia, assunta da Bridgewater), il mondo finanziario ormai non riesce a essere più seducente di quello della consulenza, nemmeno dal punto di vista retributivo. Fa impressione pensare come cinque anni fa Jp Morgan Chase abbia cancellato il suo programma di assunzioni dagli Mba europei per carenza di interessati. Wall Street non piace più: molto meglio un biglietto di sola andata per la Silicon Valley.

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