il nuovo esecutivo

Perché il Pd ha deciso di puntare tutto sul ministero dell’Economia

Mattarella ha ricordato che adesso la parola spetta al Parlamento. Ma non saranno i numeri della fiducia, che è scontata, a garantire una navigazione tranquilla al Governo nato dal patto tra M5s e Pd

di Barbara Fiammeri


Lagarde: Gualtieri ministro bene per l'Italia e per l'Ue

2' di lettura

Sergio Mattarella nel tono asciutto e compassato che abbiamo imparato a conoscere ha ricordato che adesso la parola spetta al Parlamento. Ma non saranno i numeri della fiducia, che è scontata, e che presumibilmente sarà anche più robusta di quella ottenuta dal precedente esecutivo gialloverde, a garantire una navigazione tranquilla al Governo nato dal patto tra M5s e Partito democratico.

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I tempi ravvicinati impongono a Giuseppe Conte e alla sua squadra di ministri di mettere immediatamente mano alla prossima legge di bilancio, che, come al solito, verrà preceduta dalla nota di aggiornamento al Def da cui si attendono le prime indicazioni sulla futura strategia del nuovo Governo, a partire dalla conferma di sterilizzare l’aumento dell’Iva.

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Una partita che chiama in causa assieme al premier, anzitutto il nuovo ministro dell'Economia Roberto Gualtieri. Che a differenza dei suoi predecessori, Giovanni Tria e Pier Carlo Padoan, non è un tecnico, ma un politico, deputato europeo del Pd, sia pure esperto visto che fino a oggi ha presieduto la commissione Bilancio a Bruxelles.

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Una scelta che rappresenta un azzardo e una scommessa. Un azzardo perché stavolta non ci saranno alibi. Non si potrà imputare al tecnico di turno la responsabilità delle misure che il Governo assumerà. La decisione sarà politica e ricadrà sulle spalle del M5s e soprattutto del Pd che ha deciso di puntare sulla guida dell’Economia e che probabilmente indicherà il nome anche del prossimo commissario italiano a Bruxelles. La partita è appena cominciata ma già nelle prossime settimane ne capiremo l'esito.

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La scommessa è che il Governo italiano sia messo in condizione di rilanciare una politica di sviluppo, a partire dagli investimenti, anche attraverso un rapporto non più conflittuale con la Ue. I presupposti ci sono. La recessione che incombe sulla Germania e le difficoltà presenti anche in Francia impongono un cambio di passo a Bruxelles di cui l’Italia potrebbe beneficiare. Se così fosse, a intestarsene il merito sarebbero anzitutto il Pd e Conte. Ma ci sono tanti (troppi?). Il rischio, tutt’altro che remoto, è che alla fine si decida di tirare avanti, di vivacchiare prima di essere travolti. Non sarebbe la prima volta.

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