Il confronto

Perché il Pil dell’Italia cade più della Germania ma meno della Francia?

Le quattro più grandi economie europee sono tutte in grave recessione se pur con intensità e prospettive diverse quanto a velocità di uscita dalla crisi

di Dino Pesole

Coronavirus, Istat: Pil secondo trimestre -12,4%, mai così male

Le quattro più grandi economie europee sono tutte in grave recessione se pur con intensità e prospettive diverse quanto a velocità di uscita dalla crisi


5' di lettura

Germania, Francia, Italia e Spagna: le quattro più grandi economie europee sono tutte in grave recessione se pur con intensità e prospettive diverse quanto a velocità di uscita dalla crisi. I dati più recenti resi noti da Eurostat lo attestano con assoluta evidenza: il Pil destagionalizzato è sceso del 12,1% nell’area euro e dell’11,9% nell’Unione europea nel suo insieme, rispetto al trimestre precedente. Per l’Italia la stima è di -17,3%. Stando alle previsioni diffuse lo scorso 7 luglio dalla Commissione europea, l’economia dell'eurozona subirà quest'anno un contrazione del Pil pari all’8,75% per rimbalzare nel 2021 a un tasso di crescita annuo del 6,1 per cento.

I dati relativi al secondo trimestre dell’anno evidenziano in particolare per la Germania un -10,1%, per la Francia – 13,8%, per l’Italia -12,4%, per la Spagna – 18,5 per cento. Profondo rosso, dunque, anche se con intensità diversa, che deriva essenzialmente da come le singole economie si sono presentate alla prova della pandemia, da quali strumenti sono stati messi in campo per farvi fronte e dalle misure di contenimento adottate da marzo in poi.

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In Germania prevista una robusta ripresa nel 2021

Le aspettative convergono per una robusta ripresa nel dopo-Covid. La Germania può contare su alcuni punti di forza strutturali, a partire dal contenuto livello di partenza del debito pubblico che nel 2019 è stato ricondotto al 60% del Pil contro l’82% del 2010, e da un sistema produttivo che può vantare un buon livello di solidità patrimoniale per l’intero sistema delle Pmi. Il decennio di crescita precedente alla pandemia ha visto crescere altresì il comparto delle grandi imprese e in generale, pur subendo gli effetti della guerra commerciale avviata da Donald Trump l'economia tedesca è stata in grado di liberare ingenti spazi fiscali per attutire gli effetti della crisi. Al primo pacchetto di misure per 156 miliardi si sono affiancate garanzie pubbliche per oltre 800 miliardi, sono in arrivo nuovi interventi per 100 miliardi ed è allo studio un taglio selettivo delle tasse a favore del sistema delle imprese. Nel pacchetto fiscale rientra anche la riduzione dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 19 al 16% e dal 7 al 5% per quella ridotta. É stato attivato al tempo stesso un potente ammortizzatore, la speciale cassa integrazione che punta alla conservazione dei posti di lavoro.

Recessione profonda in Francia

La seconda economia dell’eurozona ha avviato le misure restrittive per contrastare la diffusione dell’epidemia il 17 marzo. Fino all’11 maggio tali misure sono rimaste in vigore per poi essere progressivamente allentate. La contrazione del Pil è notevole, e in realtà già negli ultimi tre mesi del 2019, a causa degli scioperi legati alla riforma previdenziale, l’attività economica aveva già fatto registrare un segno negativo (0,2 per cento). Riuscirà il modello dirigista francese a superare la recessione in atto? Scomponendo i dati, si osserva come i consumi delle famiglie, elemento di forza dell’economia francese, resistano registrando una contrazione dell'11% rispetto al -17,8% degli investimenti delle imprese, del 25,5% delle esportazioni. A subire più di altri gli effetti del lockdown sono stati – come era lecito prevedere - il settore dei trasporti (-45,8% le spese delle famiglie, alberghi e ristoranti. Anche i consumi pubblici sono calati, anche se a una velocità meno elevata, a testimoniare gli sforzi del governo: -8% dopo il -3,5 di gennaio-marzo. Pesa anche l’andamento della domanda estera. A fronte di una flessione delle importazioni del 17,3% , le esportazioni sono cadute del 25,5 per cento. Almeno 2,3 punti percentuali della contrazione complessiva sono quindi legati all’andamento del commercio estero, mentre la domanda interna ha “contribuito” per 12 punti percentuali alla flessione globale. L’incognita è relativa alla capacità del modello dirigista francese di provare a uscire dalla crisi. Non mancano del resto le critiche nei confronti dell’attività dello Stato “azionista”, non esente peraltro sul versante della politica industriale da una vocazione prettamente protezionistica.

In Spagna la crisi si estende ai servizi

Dopo due trimestri consecutivi con variazioni negative del Pil, la Spagna è in recessione profonda. Il Pil spagnolo è sceso infatti del 18,5% nel secondo trimestre, dopo che nel primo trimestre era già sceso del 5,2%. Rispetto al secondo trimestre del 2019, il calo del Pil è stato del 22,1 per cento. I servizi di mercato, categoria che comprende gli alberghi e i ristoranti e il commercio al dettaglio, sono stati i più colpiti in tutta l’area dell’euro, a causa delle restrizioni alla circolazione e della chiusura forzata di molte imprese. L’attività in questo settore, che rappresenta oltre la metà dell’economia dei Paesi dell’euro, è diminuita del 26% nel primo trimestre del periodo di contenimento. La battuta d’arresto è stata molto più dura in Spagna, dove in sole due settimane il calo dell’attività nel settore dei servizi, che ha un peso specifico superiore alla media dell’eurozona, ma leggermente inferiore a quello dell’Italia o della Francia, ha raggiunto livelli del 50%, riflesso della forte dipendenza dal turismo e trascinata dal crollo della categoria che raggruppa commercio, trasporti e settore alberghiero, che è crollata del 71%. Entro il 2020, il governo prevede che il Pil diminuisca del 9,2%, con un calo del 5,2% nel primo trimestre, mentre la Banca di Spagna stima un calo del 9-11,6%. Ma nel 2021 la ripresa dovrebbe essere vigorosa, attorno al 6,5% , con alcune incognite legate alla ripartenza di un settore chiave come il turismo.

In Italia incognite sulla velocità della ripresa nel 2021

Dopo la forte riduzione registrata nel primo trimestre (-5,4%) – fa sapere l’Istat - l’economia italiana nel secondo trimestre 2020 ha subito una contrazione senza precedenti (-12,4%) «per il pieno dispiegarsi degli effetti economici dell’emergenza sanitaria e delle misure di contenimento adottate». È il valore più basso dal primo trimestre 1995, periodo di inizio dell’attuale serie storica, sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti i comparti produttivi, dall’agricoltura, silvicoltura e pesca, all’industria, al complesso dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta. Il valore del Pil nel secondo trimestre del 2020 risulta essersi ridotto di oltre 50 miliardi nel confronto con il precedente trimestre. A luglio rallentano i prezzi del cosiddetto carrello della spesa, che include i beni alimentari, per la cura della casa e della persona: si passa al +1,5% dal +2,1% di giugno, rileva l’Istat diffondendo i dati provvisori sul mese. Quanto al 2021, le incognite si concentrano sulla velocità della ripresa. Certamente vi sarà un rimbalzo ma potrebbe non manifestarsi l’auspicata ripresa a V, che dopo una violenta caduta del prodotto vede un altrettanto veloce risalita.

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