Banche & gestione del denaro

Perchè nel private banking diventare più grandi è oggi la scelta obbligata

Secondo McKiknsey in Europa i profitti continuano a diminuire, anche se aumentano le masse. Il consolidamento è una via ma non alla portata di tutti

di Lucilla Incorvati

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(momius - stock.adobe.com)

Secondo McKiknsey in Europa i profitti continuano a diminuire, anche se aumentano le masse. Il consolidamento è una via ma non alla portata di tutti


5' di lettura

Non è solo una questione di pandemia. Già prima che la scure Covid-19 si abbattesse sui conti delle banche qualcosa aveva iniziato a scricchiolare anche nel ricco comparto della gestione dei patrimoni. Se si guardano infatti i trend dell'industria del private banking a livello europeo e italiano, già alla fine dello scorso anno e nei primi mesi del 2020, si registra un andamento “chiaro-scuro”: da un lato il segmento si conferma come tra i comparti bancari con i massimi rendimenti; dall'altro è caratterizzato dalla progressiva contrazione sia degli utili complessivi sia della marginalità. Lo evidenzia l’indagine annuale McKinsey Private Banking Survey 2020.

Il declino dei profitti

McKinsey stima come in Europa i profitti aggregati dell'industria siano diminuiti del 1,5% nel 2019, assestandosi a 13,3 miliardi di euro (erano 13,5 miliardi nel 2018), mentre la profittabilità ha raggiunto il valore minimo degli ultimi 12 anni, pari a 21 punti base (erano 22 bps nel 2018 e 35 bps nel 2007). La raccolta netta nel 2019 ha raggiunto il 2% delle masse totali come nel 2018, anche se i mercati favorevoli hanno consentito una crescita complessiva del 10%. Ma va ricordato che la crescita dei nuovi flussi tra il 2015 e il 2019, seppur positiva, è stata relativamente più bassa, in media del 2,5% delle masse rispetto ad una media del 5,8% realizzata tra il 2004 e il 2008.

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Margini in calo e costi in salita

Più pesante il bilancio per i margini di ricavo che hanno continuato la loro tendenza al ribasso, scivolando al minimo storico in 12 anni, a 73 bps della masse rispetto ai 75 bps del 2018 (erano 96 bps del 2007). Nel 2019 i costi complessivi hanno continuato a crescere in linea con i ricavi, ma i margini di costo sono scesi a 52 bps da 53 bps dell'anno precedente. Questa incapacità di controllare i costi nonostante la pressione sui ricavi ha portato il rapporto C/I del 2019 a raggiungere il 71%, 1 punto percentuale in più rispetto al 2018 ma il livello più alto dal 2012. In termini di modelli di business, le banche onshore hanno continuato a superare gli istituti offshore in termini di flussi in entrata con il 2% nel 2019 contro l'1% per le controparti offshore.

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Private bank italiane in controdendenza

Se questo è stato il contesto europeo, l'Italia è riuscita a mantenere una profittabilità superiore alla media, seppur in lieve contrazione, dai 29 punti base del 2018 ai 28 punti base del 2019. «Questo grazie a una struttura dei costi più contenuta (37 punti base rispetto ai 52 europei) - sottolinea Cristina Catania, partner MCKinsey - che compensa i minori margini di ricavo (65 punti base rispetto ai 73 europei)».

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Essere più grandi, una scelta obbligata

Ma perché nel Private Banking saranno sempre più fondamentali le aggregazioni?«Il declino strutturale della profittabilità dell'industria porterà molti operatori ad effettuare scelte strategiche in ottica di consolidamento - aggiunge Catania- per sfruttare sinergie di business ed economie di scala. Oltre a fusioni tra società operanti nel Private Banking, si potrebbero creare anche opportunità di integrazione verticale tra Wealth Management e fabbriche prodotto o per attrarre capabilities laterali al fine di ampliare i confini del modello di business tradizionale.Inoltre, in ottica di maggiore creazione di valore per il cliente finale, assisteremo ad una fase di creazione di numerose partnership tra operatori di Private Banking e Fintech/operatori specializzati per costruire ecosistemi di business, modelli di business più innovativi e naturalmente costruire il catch-up digitale».

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Dimensioni e costi vanno a braccetto

Va detto infatti che le dimensioni contano ancora per realizzare profitti: su quasi tutti i parametri finanziari, le aziende con masse inferiori a 10 miliardi di euro continuano ad essere in ritardo rispetto a chi ha masse superiori a 30 miliardi di euro. Le strutture più piccole hanno registrato un rapporto Cost/Income in media del 99%, più del doppio rispetto ai loro omologhi più grandi. Il rapporto di costo più basso delle strutture di private banking delle banche universali onshore - con un rapporto C/I del 53% - le rende le più redditizie, mentre le banche private indipendenti onshore hanno continuato a registrare i più alti flussi netti e i più alti margini di guadagno.

Effetto Covid sul 2020 con portafogli più liquidi

Nel 2020 (primo trimestre) le private bank europee hanno avuto un inizio di “tenuta” rispetto ad un 2019 deludente, grazie ad una attività di trading in aumento mentre la crisi legata al Covid prendeva piede. Sebbene le masse siano scese del 10% e i margini si siano ridotti in conseguenza dell'impatto della crisi sui mercati, i profitti delle banche sono aumentati del 7%, raggiungendo i 14 miliardi di euro, pari ad un margine di 23 bps su base annua. I ricavi aggregati sono aumentati del 3% a 47 miliardi di euro, con un margine di 76 bps; mentre i costi sono aumentati del 2% a 33 miliardi di Euro. Tuttavia l'aumento delle attività di intermediazione legate al Covid-19 ha mascherato un trend sottostante di diminuzione dei ricavi. Infatti, i ricavi derivanti dall'intermediazione sono aumentati del 4% su base annualizzata dal 2019 e hanno ammortizzato una caduta del 2% nelle entrate derivanti dai mandati di investimento ricorrenti e dell'1% nell'attività bancaria. Inoltre, l'aumento di breve termine realizzato nelle attività di mandati di investimenti è stato il risultato della decisione dei clienti di spostare il 3% dei loro asset totali dall'equity alla liquidità, con tassi di interesse nulli o negativi. Proprio questo cambiamento potrebbe creare una forte diminuzione delle entrate dai mandati di investimenti nei prossimi trimestri.

I brand italiani alla conquista dei mercati esteri

Tra le altre vie che i brand italiani cercheranno di perseguire c’è l’espansione all'estero, come abbiamo visto da parte di alcune società soprattutto verso la Svizzera e l’Asia (Fideuram-Intesa PB, Aziumut, Banca Generali),una strategia vincente che permette nuovi flussi e maggiore marginalità. «Negli ultimi anni, abbiamo visto società di wealth management italiane tornare ad affacciarsi a Paesi esteri per indirizzare la crescita internazionale - aggiunge Catania. - È pur vero che tali strategie vanno inquadrate in un contesto complesso e che richiede crescenti economie di scala per operare con modelli multi-boutique, anche alla luce di sempre più stringenti regulation sul fronte della compliance e dell'antiriciclaggio. Per quanto riguarda l'espansione ad oriente, ed in particolare in Cina, dove la domanda di prodotti di investimento è in forte crescita, le opportunità sono sicuramente importanti». Come spiega l’esperta, un'apertura internazionale del Private Banking europeo ed italiano potrà essere efficace e profittevole se gli operatori sapranno soddisfare le crescenti esigenze di questi mercati tenendo conto delle specificità locali. Sarà importante configurare il modello operativo privilegiando l'interazione digitale e costruendo il modello di consulenza evoluta in remoto, al contempo privilegiando il focus su un Investment Management e un la ricerca di prodotto di qualità.


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