Opinioni

Perché il private capital sarà cruciale per digitale e transizione ecologica

di Anna Gervasoni

(vege - stock.adobe.com)

4' di lettura

La transizione digitale ed ecologica cambierà pesi, perimetro e dimensione di imprese e mercati. Per poter realizzare gli obiettivi che il nostro Paese si è posto andranno investiti capitali ingenti. Risorse pubbliche e private devono unirsi a buoni progetti e buon management. La sfida, è mettere insieme finanza, competenze e innovazione. Il settore del private capital può essere un player decisivo: private equity e venture capital , private debt , fondi infrastrutturali selezionano realtà imprenditoriali e progetti che si candidano a essere i protagonisti dell’economia del domani. Questi operatori offrono capitali e danno una spinta verso lo sviluppo e la sostenibilità del business model , dato che anche su tali obiettivi saranno misurati e giudicati dai propri investitori.

In Italia abbiamo tante opportunità, pochi operatori e operatori troppo piccoli, fatte le debite eccezioni. Per dotare tali soggetti delle risorse necessarie per svolgere il loro ruolo bisogna mobilitare parte del copioso risparmio previdenziale degli italiani e, con le doverose cautele, parte delle risorse congelate in conti correnti improduttivi e poco funzionali allo sviluppo del Paese. Esistono le metodologie per abbattere i rischi, diversificando gli interventi, ed esistono strumenti che possono essere utilizzati per questa finalità, a partire dagli Eltif, senza parlare dei vantaggi fiscali offerti dai Pir alternativi.

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Il settore del private capital è cresciuto tantissimo. Nel mondo le risorse a diposizione sono enormi, la società di ricerca Preqin prevede che a fine 2025 i soli operatori di private equity avranno in gestione oltre 9mila miliardi di dollari. In Italia abbiamo un grande potenziale da cogliere. La crescita delle masse a disposizione non è casuale e non è frutto di una bolla. Nel mercato finanziario sono cambiati i paradigmi. Parliamo di un circuito alternativo ai tradizionali mercati dei capitali, con un ruolo preciso di supporto a imprese e a progetti che non trovano spazio e risposte in tali circuiti, ma che magari li animeranno, dopo l’intervento dei fondi di private capital.

Limitare il confronto tra Borse/public market e private capital alla dimensione finanziaria è sbagliato. Sono due mestieri profondamente diversi: una società quotata quando raccoglie capitali ha un tipo di dialogo e di supporto dagli stakeholder che è completamente diverso da quello che ottiene quando incontra un operatore di private capital. In questo secondo caso trova un partner per lo sviluppo o per il cambiamento con cui instaura un rapporto one to one, con cui si sposa e rivede tutte le volte che sarà necessario un piano di sviluppo, un socio vicino all’imprenditore nei momenti in cui serve. Sotto il profilo dei rendimenti, le analisi di lunghissimo periodo ci dicono che tali attività storicamente e mediamente danno risultati economici molto interessanti. Ma è anche vero che parlare di benchmark è fuorviante: le performance dipendono dalla capacità dei gestori, hanno varianza elevata e sono poco correlati con l’andamento dei mercati mobiliari. Questo è il motivo per cui grandissimi investitori istituzionali ma anche privati hanno virato importanti masse di liquidità verso tale asset class. Del resto, nel mondo che cambia le opportunità di investimento si moltiplicano. Di fronte alle grandi sfide economico sociali che stiamo vivendo, imprenditori che non si sarebbero mai rivolti a un fondo, ci stanno pensando, per cercare capitali per l’innovazione, per la ristrutturazione, per l’internazionalizzazione, e soprattutto supporto non finanziario, un partner con cui confrontarsi.

In altri casi sentono la necessità di fare un passo indietro e lasciare la guida della propria azienda a manager che possano traghettarla in un momento così complicato, realizzando i guadagni frutto di una vita di sforzi e sacrifici. Con queste modalità si riesce a mantenere un ruolo per sé o per qualche esponente della famiglia. Parliamo di progetti che non possono essere analizzati con lo sguardo al quotidiano, l’ottica è quella degli anni e non delle settimane. Tornando al nostro Paese, nel 2020 sono stati investiti circa 8 miliardi di euro, considerando private equity, venture capital, infrastrutture, turnaround e private debt, distribuiti su quasi 900 investimenti. Siamo ben lungi dal dire che non ci sono più opportunità e che il mercato è saturo. E anche se guardiamo all’Europa vediamo che nel 2020 oltre 8mila società sono state oggetto di investimento, per circa 86 miliardi di euro investiti (escluso il private debt e le infrastrutture). Numeri importanti, ma poca cosa se pensiamo alle sfide del Next generation Eu. Gli investitori sanno fare il loro mestiere, sanno pagare il giusto e individuare le imprese che varranno di più, cogliendo le discontinuità e assumendosi dei rischi. I gestori dei fondi investono anche capitali propri, per allinearsi agli interessi dei loro investitori. Le valutazioni delle aziende future e quindi i prezzi in uscita al momento in cui gli operatori andranno a vendere le loro partecipazioni dipenderanno da come sarà il mondo fra cinque anni, da chi avrà vinto la scommessa del cambiamento. Questo è l’orizzonte temporale medio di permanenza dei fondi nelle imprese dove investono. Tutto può cambiare e vinceranno manager, imprese e azionisti che avranno avuto capitali e idee per mettersi sulla traiettoria giusta.

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