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Perché il regionalismo rappresenta una opportunità (e non lo spauracchio) per la sinistra

La sconfitta della sinistra all'ultima tornata elettorale ha già avviato un (doveroso) processo di analisi

di Andrea Filippetti*

(slako - stock.adobe.com)

3' di lettura

La sconfitta della sinistra all'ultima tornata elettorale ha già avviato un (doveroso) processo di analisi. Si spera che oltre alla consueta girandola di nominativi si possa avviare anche un opportuno dibattiti sui contenuti. Uno degli argomenti con cui la sinistra non ha mai fatto realmente i conti (neanche il resto delle forze politiche in realtà) è il regionalismo. La sinistra, va ricordato, nel 2001 ha approvato con la riforma del Titolo V della Costituzione il più rilevante progetto di riassetto politico-istituzionale dello Stato italiano, che ha seguito la riorganizzazione amministrativa di fine anni '90 promossa, tra gli altri, da Franco Bassanini.

La riforma del 2001, confermata con un referendum popolare, non era solo figlia dell'opportunismo politico-tattico del momento storico che mirava a sottrarre consensi all'avanzare della Lega Nord. Era parte integrante di un più vasto processo di riorganizzazione e modernizzazione del Paese in particolare rispetto al funzionamento della pubblica amministrazione. L'Italia non rappresentava un caso isolato. Negli stessi anni, infatti, molti altri paesi intrapresero la via della devoluzione: la Spagna e il Belgio, che avevano una forte tradizione regionalista, ma anche Stati di tradizione centralista come la Francia e il Regno Unito. La logica sottostante ai processi di devoluzione era organizzativa: un riassetto della divisione dei compiti tra il governo centrale e i governi sub-nazionale si rendeva necessario poiché i primi erano sempre più proiettati verso l'esterno per via dei processi di integrazione internazionale da un lato, e per effetto del ruolo sempre più rilevante delle politiche comunitarie della Unione Europea.

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Con i governi centrali sempre più assorbiti verso l'esterno, diventava sensato snellire l'attività dedicata alle politiche locali. Seguendo una logica di sussidiarietà, per cui i servizi pubblici vengono gestiti dal livello di governo più prossimo al territorio compatibilmente a considerazioni di efficienza, i governi centrali si sarebbero concentrati sulle politiche quali le politiche estera, fiscale, della giustizia, dell'istruzione e della ricerca; per contro, alle regioni e agli enti locali si demandava la gestione dei servizi pubblici locali e delle politiche territoriali, come le attività produttive, la formazione professionale, l'assetto del territorio, la gestione della sanità, etc. Il progetto regionalista, incluso il federalismo fiscale che doveva costituire il sostegno fiscale alle politiche devolute, è rimasto a metà del guado. Con il governo Monti, dal 2011, ha avuto inizio un significativo processo di riaccentramento che ha notevolmente compresso gli spazi di autonomia delle regioni e degli enti locali. Più recentemente il regionalismo è finito nel tritacarne del dibattito politico a causa della vicenda del regionalismo differenziato, a seguito della richiesta di tre regioni, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, di maggiore autonomia e maggiori entrate fiscali, avallata nei primi due casi da due referendum regionali che hanno sancito a furor di popolo la richiesta di forme ulteriori di autonomia regionale, come previsto dalla Costituzione.

La sinistra, che nel corso degli anni precedenti al 2011 era rimasta tentennante, rispetto alla prospettiva di federalismo asimmetrico ha ritrovato una espressione unitaria tendenzialmente contraria a fughe in avanti di alcune regioni (le più ricche) in nome di una unità nazionale non negoziabile. Il ricompattamento verso posizioni “unitariste”, tuttavia, non considera alcuni elementi di fatto da un lato, e delle opportunità che la sinistra trarrebbe dal regionalismo dall'altro. 1) In primis, per molti versi in Italia viviamo un regionalismo di fatto. Basta considerare alcuni servizi pubblici nazionali (si badi bene non quelli gestiti dalle regioni come la sanità) per vedere differenze macroscopiche tra regioni. Si pensi a servizi fondamentali quali l'istruzione, la ricerca, la giustizia, le infrastrutture. In tutti questi casi, a fronte di una gestione centralistica del servizio pubblico in questione, i risultati sono drammaticamente diversi da regione a regione. 2) Rispetto all'indebolimento territoriale dei partiti, la politica locale rappresenta oggi il contraltare più rilevante. La sinistra può sfruttare la tradizionale buona capacità di politica locale come palestra di formazione nonché come trampolino di lancio di leader credibili e capaci. 3) Le regioni forti, e pertanto dei presidenti di regione forti, possono costituire dei contrappesi rispetto alla politica nazionale fungendo da garanzia di democrazia in un paese che rischia derive populiste e tendenze sovraniste. Questo ultimo punto è tanto più vero, e la garanzia di democraticità più solida, nel caso in cui una camera delle regioni, secondo i modelli presenti nei paesi federali, dovesse sostituire l'attuale Senato.

*Andrea Filippetti, (CNR-Issirfa)

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