La transizione ecologica

Perché la riforma fiscale è una occasione unica per ridurre le emissioni

di Leonardo Becchetti

(AdobeStock)

4' di lettura

Le forze politiche hanno discusso molto in questi mesi di riforma fiscale, concentrando l’attenzione sulla modifica degli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e su riforme relative a quelle sui redditi delle imprese. Sarebbe un vero peccato non considerare in questo orizzonte anche la questione della sostenibilità ambientale e della transizione ecologica, dove lo strumento fiscale può contribuire in modo decisivo a modificare incentivi e comportamenti in direzione dell’obiettivo ambizioso fissato dall’Unione europea di azzerare le emissioni nette nel 2050 e di ridurle entro il 2030 del 50% rispetto al 1990, l’anno base.

Da anni diverse organizzazioni internazionali tra cui l’Ocse indicano come strada maestra quella di spostare la tassazione dai “beni” (come il lavoro) ai “mali” (come le emissioni di CO2), modificando in senso virtuoso i prezzi relativi delle diverse attività economiche in direzione di uno sviluppo sostenibile con al centro la persona e il lavoro.

Loading...

Nella versione più ampia una delle ipotesi in discussione suggerite è quella di creare un livello minimo comune (floor) di carbon tax (imposta proporzionale all’ammontare di emissioni di CO2 equivalenti) che cresce progressivamente negli anni, finanziando con i proventi una riduzione del cuneo fiscale che abbasserebbe a sua volta il costo del lavoro. La Germania ha seguito dal 1998 questa via, indirizzando 20 miliardi di euro alla riduzione del cuneo fiscale. Nella versione “ristretta” di riforma della fiscalità ambientale la proposta è, più semplicemente, di utilizzare i proventi della carbon tax per ridurre gli oneri in bolletta derivanti dal finanziamento delle fonti rinnovabili.

Per capire se riforme di questo genere possano essere introdotte o meno nel nostro Paese bisogna innanzitutto considerare la nostra situazione di partenza senza trascurare poi la valutazione del provvedimento in termini di just transition, valutando cioè le ricadute sociali sui ceti più deboli delle conseguenze della riforma per evitare fenomeni di rigetto e di protesta come quelli dei gilet gialli in Francia.

Considerando l’insieme di accise e imposte già esistenti in Italia nonché il sistema dei certificati verdi attraverso i quali le aziende in diversi settori devono pagare in proporzione alle loro emissioni inquinanti, la carbon tax ”effettiva” (quanto si paga in proporzione alle emissioni) è particolarmente elevata per i cittadini automobilisti (fino a 240 euro per tonnellata di CO2 equivalente) e molto più bassa per le imprese. Come sappiamo, questa particolarità non si è determinata storicamente con l’intento specifico di tassare l’inquinamento, ma per via del successivo stratificarsi dell’aumento delle imposte sulla benzina utilizzate a fini di fiscalità generale.

Non toccando verso il basso le imposte nel settore degli autoveicoli per evitare di incentivare l’uso di benzina e diesel e dunque delle fonti fossili di energia, la proposta dell’Ocse dunque finirebbe principalmente per rivolgersi al settore industriale, creando un orizzonte di graduale aumento delle imposte sulle emissioni climalteranti. Resta tecnicamente aperta la questione di come realizzare l’obiettivo: se estendendo il sistema dei certificati verdi a tutti i settori e riducendone progressivamente il volume complessivo a disposizione delle imprese (una riduzione dell’offerta che dovrebbe far salire i prezzi) oppure passando a una vera e propria carbon tax che sostituirebbe i certificati stessi. Nella versione ampia della riforma, i costi per le imprese sarebbero compensati dai benefici sul cuneo fiscale che ridurrebbero il costo del lavoro e favorirebbero l’occupazione. Se parlare di neutralità, considerando effetti diretti e indiretti appare impossibile, sicuramente le due mosse si compenserebbero non aggravando tendenzialmente i costi per il settore industriale.

Una delle novità più interessanti all’orizzonte che potrebbero integrare il percorso con benefici per le imprese innovative è quella dei Carbon price contracts for differences (Ccds). Il meccanismo è semplice. Supponiamo che un’impresa paghi 60 euro per tonnellata di CO2 in termini di certificati verdi. Il suo guadagno netto in caso di adozione di tecniche produttive che consentono la riduzione delle emissioni è dunque 60 euro per tonnellata di CO2 non emessa non dovendo più acquistare i certificati per la tonnellata non più prodotta. Con un Ccd il governo aumenta l’incentivo a innovare (fondandolo però ex post sulla performance e non sulle intenzioni ex ante), garantendo all’azienda un guadagno fisso di 150 euro per tonnellata di CO2 come somma tra mancato pagamento dei certificati verdi e componente cash aggiunta dallo Stato. Il governo in sostanza aggiungerebbe in questo caso al beneficio per l’impresa di 60 euro derivante dal mancato acquisto dei certificati, un premio di 90 euro a tonnellata per l’innovazione che riduce le emissioni, premio che andrebbe a scendere nel caso di graduale aumento della carbon tax (es. sarebbe di 60 euro in caso di carbon tax a 90 euro).

Il sistema dei Ccd creerebbe dunque un doppio incentivo: verso il governo che avrebbe vantaggio a far crescere gradualmente la carbon tax; verso l’azienda come premio rafforzato per la riduzione delle emissioni inquinanti. L’elemento importante del secondo incentivo è che sarebbe commisurato all’effettiva performance in termini di risparmio di emissioni dell’adozione di nuovi processi produttivi più ambientalmente sostenibili.

Non possiamo ignorare che le questioni in discussione comportano e comporteranno forme di ristrutturazione importanti del nostro sistema produttivo. È opinione condivisa oggi, di fronte ai dati incoraggianti sul Pil post pandemia, che provvedimenti come Industry 4.0 hanno avuto un ruolo importante nel favorire l’innovazione tecnologica nel sistema Paese, preparando le condizioni per questo balzo in avanti. Oggi come allora è compito della politica aiutare a tracciare la nuova via che deve, usando gli stessi strumenti, favorire in modo deciso la transizione delle nostre aziende verso processi produttivi compatibili col sentiero della transizione ecologica, anticipando i cambiamenti della regolamentazione che diventeranno via via più severi.

La riforma fiscale è un’occasione fondamentale per il processo di rinnovamento del Paese. Non dimentichiamoci, quando la faremo, che essa può dare un contributo decisivo al successo nella sfida più drammatica che abbiamo di fronte, quella dell’emergenza climatica e del riscaldamento globale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti