Interventi

Perché sarebbe stato meglio consultare la Bce sul cashback

L’evasione si può combattere senza ledere le prerogative monetarie di Francoforte

di Carlo Garbarino

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(AdobeStock)

L’evasione si può combattere senza ledere le prerogative monetarie di Francoforte


4' di lettura

La lettera con cui la Banca centrale europea ha mosso rilievi critici al governo italiano con riguardo al meccanismo di cashback ha sollevato diverse reazioni. È stato affermato che non si comprende questo intervento dal punto di vista dell’analisi economica visto che il cashback si limita a rendere preferibile uno strumento di pagamento rispetto ad altri e che quindi Francoforte è stata un arbitro “opaco” la cui motivazione in realtà era invitare tutti i governi nazionali a consultare la Bce prima di mettere in atto qualunque provvedimento che tocchi le aree di sua competenza. Questo obbligo di informazione preventiva è del tutto comprensibile, e allora la lettera della Bce offre l’occasione di una riflessione critica in materia di moneta (cioè pagamenti elettronici) e fisco, nel caso si intendesse in futuro in Italia proseguire per la strada del cashless money come modalità privilegiata o addirittura obbligatoria onde verificarne preventivamente la legittimità a livello europeo.

In primo luogo la Bce stabilisce ora un chiaro principio in materia di moneta, e cioè che i gli Stati che adottano l’euro non possono adottare politiche e regolamentazioni monetarie per perseguire altri fini interni. La Bce si è quindi limitata a puntualizzare che il decreto del ministero dell’Economia e delle finanze con cui si è avviato il cashback deve essere conforme al diritto dell’Ue, nel senso che qualunque disincentivo o limitazione nazionale in via diretta o indiretta ai pagamenti in contanti deve rispettare i requisiti relativi al corso legale delle banconote in euro. L’impatto concreto è quindi che questo monito è applicabile anche a futuri interventi legislativi che intendano introdurre nell’area euro e in Italia forme di opzione incentivata od obbligo di pagamenti con moneta elettronica.

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In secondo luogo la Bce stabilisce un chiaro principio in materia di fisco, andando oltre i temi strettamente monetari. L’attuale cashback non ha specifici fini di controllo fiscale, ma è utile rammentare che in generale incentivi o eventuali obblighi di pagamenti elettronici sono stati, perlomeno in Italia, di recente giustificati da tali fini. Il ragionamento addotto è il seguente: se si incentiva od obbliga gli operatori economici a richiedere pagamenti con moneta elettronica, allora le transazioni divengono “tracciabili” con immediata rilevazione dei ricavi, prevenendo così in radice ogni forma di evasione. Un altro ragionamento che è stato avanzato per giustificare misure di questo tipo è che l’evasione può essere individuata a posteriori, “tracciando” una sorta di “filiera” dell’illegalità quando un soggetto che ha in precedenza posto in essere l’evasione percependo contanti “in nero” è obbligato a spendere in moneta elettronica. In sintesi: se vi è evasione, la stretta può avvenire sulla tracciabilità dei pagamenti elettronici resa possibile dalla tecnologia, tracciabilità impossibile col contante.

In questo contesto appare non appropriato per la Bce richiedere che i governi dimostrino ex ante l’efficacia di siffatti interventi monetari anti-evasione. Il punto sostanziale è però che la Bce , focalizzandosi con la sua lettera sulla ratio fiscale del cashback, ha stigmatizzato interventi monetari nazionali di questo tipo volti ad attuare politiche fiscali, in quanto il monopolio della moneta è a livello Ue, non è nazionale. La Bce ha anche chiarito che comunque siffatti interventi richiedono una comunicazione preventiva, del tutto logica per evitare una frammentazione della sovranità monetaria nell’area euro. Quindi l’esigenza di effettuare controlli fiscali attraverso transazioni monetarie elettroniche è inconciliabile – perlomeno nell’attuale quadro normativo Ue – con la regolamentazione monetaria dell’euro, si pensi a possibili future estensioni in Italia del cashback in più ampie forme incentivate o vincolate di pagamenti elettronici.

L’ente impositore nazionale ha i più ampi poteri di effettuare pervasivi controlli sui contribuenti in quanto continua a detenere la sovranità fiscale, ma non ha il potere di modificare i requisiti relativi al corso legale delle banconote in euro e alterare l’equilibrio delle modalità di pagamento, in quanto non detiene più (sic) la sovranità monetaria. Queste due forme di sovranità sono state dissociate a livello Ue nell’area euro, con tutte le note conseguenze. In altri termini: a livello nazionale nell’area euro è possibile effettuare controlli fiscali anche molto stringenti, ma non sotto forma di limitazioni all’uso del contante.

L’idea di colpire l’evasione con modalità di controllo della moneta elettronica è problematica perché trasforma il controllo fiscale, normale prerogativa nazionale, in una alterazione delle regole del corso della moneta a livello Ue, andando inoltre di fatto a vincolare i contribuenti nei loro atti di consumo, forme di autonomia privata in qualche misura sovrane, creando così sperequazioni sulle modalità di pagamento. È importante notare che la Bce nella sua lettera non si riferisce in alcun modo all’esigenza di difendere la “privacy” dei contribuenti, argomento spesso utilizzato da coloro che sono contrari alle forme di controllo insite nella moneta elettronica. Questa privacy è legittimamente compressa dai poteri nazionali di controllo fiscale su tutte le transazioni commerciali e non rileva nel contesto di cui stiamo discutendo: la Bce si riferisce invece alla preminente esigenza di assicurare il corso legale delle banconote in euro e preservare l’equilibrio delle modalità di pagamento. Essa nota che, per varie legittime ragioni, la possibilità di pagare in contanti rimane importante per taluni gruppi sociali. La Bce rileva inoltre che il contante è apprezzato perché è uno strumento di pagamento rapido e ampiamente accettato. Insomma se, come indica la Bce, i pagamenti in contanti secondo le normali regole sancite a livello europeo agevolano l’inclusione dell’intera popolazione nell’economia, consentendo a qualsiasi soggetto di regolare in contanti qualsiasi tipo di operazione finanziaria, perché frammentare per ragioni fiscali nazionali le modalità di pagamento sancite a livello Ue?

In conclusione, l’intervento della Bce ha ben chiarito il quadro regolamentare e fiscale che dovrebbe essere considerato in Italia e in altri Paesi dell’area euro con riferimento a interventi in materia di disincentivi-limitazioni ai pagamenti in contanti o di incentivi-obblighi a pagamenti in moneta elettronica, e sarà quindi auspicabile in futuro verificare preventivamente con le istituzioni Ue la legittimità di siffatti possibili interventi.

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