Interventi

Perché la scelta del Cloud Computing sarà una via obbligata

di Luca Tomassini

4' di lettura

La via che conduce l'Italia a diventare un Paese migliore passa dal Cloud Computing.
Si tratta di una via obbligata, considerando la necessità e l'urgenza di uscire dalla perdurante crisi economica, aggravata in maniera quasi irreparabile dall'esplosione pandemica; ma si tratta anche di un percorso lungimirante, per riuscire a ribaltare questa crisi, trasformando i rischi fatali in opportunità di ammodernamento, di snellimento, di accelerazione.
Da questo punto di vista, l'esigenza è particolarmente pressante per la nostra Pubblica Amministrazione, che sconta un ritardo decennale nel cammino verso la piena digitalizzazione: cammino che non solo incontra, ma presuppone l'adozione delle soluzioni e dei servizi cloud.
Saranno infatti queste soluzioni/applicazioni a giocare un ruolo fondamentale non solo per cogliere appieno i vantaggi della cosiddetta “Data economy” ma anche per realizzare l'auspicata “Digital transformation”.
In effetti, oggi a livello nazionale sono le imprese che guidano la trasformazione: anche quelle che sono state sorprese dalla crisi pandemica in una condizione di impreparazione tecnologica, comprendendo la necessità di adeguarsi al più presto, si sono ormai disposte a integrare il Cloud nella propria strategia.
Se sul fronte privato, dunque, il cammino è ormai avviato, è quello pubblico a necessitare inderogabilmente di un intervento strategico, che ponga un freno alle conseguenze di limiti strutturali come quelli che la nostra Pubblica Amministrazione sconta. Basti pensare che ad oggi esistono oltre 11mila banche dati, che raccolgono le informazioni critiche e sensibili conferite da un cospicuo numero di uffici pubblici, e che sono spesso incapaci di dialogare l'una con l'altra.
Una criticità che è emersa con chiarezza durante la pandemia da CoViD-19, in grado di incidere significativamente sull'erogazione dei servizi essenziali, inclusi quelli sanitari. A questo si aggiungono le considerazioni in tema di sicurezza informatica: una dimensione che ha visto messi a repentaglio, nell'anno appena trascorso, i business di colossi pubblici e privati, e che quindi è tutt'altro che trascurabile nel momento in cui ci si dispone ad affrontare la complessità di sistemi informativi sempre più distribuiti.
Anche a livello pubblico, per fortuna, si è aperta una progressiva presa di coscienza, che ha condotto alla decisione di realizzare sia di un progetto di Cloud Nazionale per la Pubblica Amministrazione: il Polo Strategico Nazionale o PSN, la cui piena realizzazione bisogna, per tutte le ragioni fin qui esposte, auspicare nel minor tempo possibile. Un Cloud nazionale che ospiti l'immensa mole di dati di oltre 200 apparati di pubblica amministrazione centrale e l'altrettanto grande quantità di dati degli enti locali, delle strutture sanitare territoriali, delle scuole, per citare i casi più significativi delle strutture decentrate.
Ma quale modello scegliere per realizzare un simile progetto?
In gioco ci sono almeno due alternative: una affidata all'expertise delle grandi società statunitensi, che tuttavia comporterebbe l'affidamento dei dati dei cittadini alle big tech, e una completamente residente nel nostro Paese, sia dal punto di vista della giurisdizione che della tecnologia – con tutte le limitazioni connesse. La risposta del Ministro Colao, che ha annunciato alla fine di Maggio il progetto del PSN, a mio modo di vedere è la migliore: perché scegliere tra due opzioni, quando si può avere il meglio di entrambe?
Il principio alla base della strategia italiana per il Cloud Nazionale unisce infatti i vantaggi dei due possibili modelli, sulla falsariga di quanto già accaduto in Francia. In altri termini, la sovranità nazionale sui dati e le informazioni dei cittadini italiani resterebbe indiscutibile, assicurando la piena tutela della riservatezza e dei diritti personali; ma nel contempo verrebbe assicurato l'accesso alle migliori tecnologie sia italiane che internazionali, coinvolgendo anche i grandi provider, i quali dovrebbero perciò muoversi in un quadro diverso da quello ad oggi fissato dal Cloud Act americano e adeguato alle specifiche fissate a livello ministeriale.
È auspicabile, però, che le scelte conseguenti possano rappresentare un'occasione per rivitalizzare il sistema delle società italiane del comparto digitale. L'Italia non ha molte società capaci di offrire servizi di cloud propriamente detti, ma si tratta di società ben strutturate e con competenze affidabili. Potrebbero, però, essere in numero maggiore e con grandezze di scala superiori e questa è la debolezza del nostro sistema, una debolezza che non è solo imputabile all'assenza di autonomia tecnologica, perché riguarda una più generale carenza di visione negli anni passati. Negli ultimi due decenni abbiamo mancato di fare le scelte giuste su ciò che ci sarebbe stato più utile per assicurare lo sviluppo digitale del nostro straordinario tessuto produttivo di PMI e la crescita delle competenze digitali di professionisti e manager, senza le quali non si può programmare il futuro.
Ora è il momento delle scelte dunque. Il Cloud sarà il cuore del sistema di innovazione e di avanzamento tecnologico del prossimo decennio: un vero e proprio cervello centrale non solo per la raccolta, la custodia e tutela, ma anche per la elaborazione di tutti i dati raccolti in rete da device e sensori di ogni tipo.
Sono certo che le scelte del nostro Governo sul Cloud saranno ispirate a questi principi, con l'obiettivo di rafforzare il nostro sistema di impresa e di rinvigorire il rapporto tra questo e il mondo delle università e della ricerca.
(*) Presidente e Amministratore delegato Vetrya Group. Professore aggiunto LUISS.

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