Opinioni

Perché la scuola deve studiare come migliorarsi

Per migliorare la qualità degli interventi educativi, alcuni Paesi hanno creato istituzioni dedicate a testare l’efficacia dei diversi metodi

di Gian Paolo Barbetta

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(ANSA)

Per migliorare la qualità degli interventi educativi, alcuni Paesi hanno creato istituzioni dedicate a testare l’efficacia dei diversi metodi


3' di lettura

Se è vero che “non tutto il male viene per nuocere”, forse questa pandemia porterà anche qualche cosa di buono al nostro Paese: la consapevolezza che il nostro sistema scolastico deve cambiare. Non si tratta di aumentare il numero di insegnanti per classe, di assumere nuovi bidelli o di comprare nuovi banchi, come sembra emergere dal dibattito di queste settimane. Serve invece una maggiore attenzione ai risultati del processo formativo e al modo in cui ottenerli, senza dare per scontato che più risorse (umane o economiche) si traducano automaticamente in esiti migliori, perché talvolta potrebbe essere vero il contrario.

Dobbiamo cambiare perché la nostra scuola lascia indietro qualcuno. La didattica ai tempi del Coronavirus ha dato una visione plastica del fenomeno: qualche studente non è stato neppure in grado di seguire le lezioni perché privo di un computer, di una connessione veloce, di una stanza dove poter ascoltare e interagire in tranquillità con insegnanti e compagni, ma anche di genitori in grado di comprendere adeguatamente il valore dei processi formativi e, di conseguenza, di seguire e spronare a sufficienza i propri figli. Ma, purtroppo, non si tratta di un esito eccezionale. Se l’emergenza ha messo in discussione persino la possibilità di partecipare al processo formativo, la normalità ci narra di ragazzi che perdono anni, che frequentano poco o abbandonano precocemente la scuola; anche quando non si arriva a questi esiti disastrosi, vediamo che i nostri studenti ottengono risultati scolastici peggiori rispetto ai ragazzi di altri Paesi, specie nelle materie scientifiche.

Le difficoltà più grandi e i risultati peggiori sono sperimentati dai ragazzi le cui famiglie si trovano in una condizione economica, sociale e culturale più bassa. Le loro difficoltà emergono sin dalla scuola primaria, e creano un divario che si amplia sempre più nel tempo, fino a segnare la loro intera vita. La scuola, che dovrebbe essere l’istituzione che più di altre garantisce lo sviluppo delle persone, nonché la loro promozione ed emancipazione, non funziona come potrebbe, tanto da perpetuare, anziché ridurre, le diseguaglianze di partenza.

Si può fare meglio di così? Le risorse (umane ed economiche) sono rilevanti, ma soprattutto bisogna avere le idee chiare su come utilizzarle, per evitare che vadano sprecate e per concentrarle sui percorsi più promettenti. Per farlo, è necessario puntare sulla tempestiva correzione degli esiti formativi insufficienti (rilevati sia dai test Invalsi che dall’esperienza degli insegnanti). L’obiettivo primario dovrebbe essere quello di accorciare le distanze (nelle competenze cognitive e non cognitive) che, fin dai primissimi anni di scuola, separano gli studenti con esiti più bassi da quelli migliori, avviando percorsi compensativi adeguati.

Se l’obiettivo è facile da identificare, i modi per raggiungerlo non sono scontati: non abbiamo una visione precisa di che cosa funzioni e che cosa non funzioni nel colmare il gap di competenze. Per migliorare la qualità degli interventi educativi, altri Paesi hanno creato istituzioni dedicate a testare con rigore l’efficacia dei diversi metodi volti a sviluppare le competenze degli studenti e a ridurre le disuguaglianze, così da diffondere le conoscenze acquisite all’intero personale della scuola. Ad esempio, nel Regno Unito la Education Endowment Foundation ha avviato negli anni un gran numero di sperimentazioni rigorose per misurare l’efficacia di diverse metodologie volte a favorire l’apprendimento: dal peer tutoring ai corsi estivi, dalla bocciatura al mentoring, dal fornire feedback continui sui risultati scolastici all’aumentare il tempo a scuola. Per ognuno di questi metodi, le evidenze raccolte sono a disposizione del personale scolastico con semplici schede che descrivono l’efficacia, i costi e la robustezza dell’evidenza disponibile. Si scopre così, per esempio, che le azioni sull’architettura scolastica sono molto poco efficaci nel migliorare le competenze degli studenti, mentre le pratiche di collaborative learning possono esserlo molto di più, che bocciare un ragazzo peggiora i suoi risultati scolastici, mentre la didattica durante le vacanze è molto efficace.

Nel nostro Paese una esperienza simile manca completamente. Le evidenze sono sparse e difficili da raccogliere, e la presunta autonomia scolastica e di insegnamento fa sì che in realtà gli insegnanti siano spesso lasciati soli; così possono fidarsi solo della propria intuizione, o del consiglio di qualcuno più anziano, commettendo errori che potrebbero facilmente essere evitati.

È ora di prestare meno attenzione alle macro-risorse per concentrarsi sull’obiettivo specifico di migliorare i risultati degli studenti e sui processi che consentono di raggiungerli. Solo in questo modo le riforme potranno essere più efficaci e credibili, e aiuteranno anche i nostri partner europei a scommettere ancora sull’Italia.

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