L’ANALISI 

Perché serve lo sgravio pieno e strutturale per i giovani

di Claudio Tucci


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(ANSA )

2' di lettura

L’aumento di 59mila occupati a luglio (sul mese) e 294mila (sull’anno) - il tasso di occupazione è tornato al 58 per cento, cioè ci sono oltre 23 milioni di persone che lavorano, soglia oltrepassata solo nel 2008 - sono dati che confermano una certa dinamicità del mercato del lavoro in risposta ai primi segnali di ripresa, che si intravedono nell’economia interna e internazionale.

Bisogna però andare dentro questi numeri, per vedere cosa sta succedendo realmente. Intanto, va subito detto che per i giovani la situazione resta complicata, e ciò quindi conferma l’urgenza di puntare, già con la prossima legge di Bilancio, su sgravi pieni e strutturali per rilanciare il segmento che più di tutti ha pagato durante gli anni di crisi (e su cui il Jobs act finora ha inciso poco).

Dei 294mila occupati in più sull’anno, la fetta principale è andata nella fascia d’età matura (over50 - più 371mila occupati). I posti in più per gli under24 sono stati appena 47mila. Meglio di niente. Ma troppo pochi. Addirittura tra i 25-34enni si è registrato un calo: -8mila occupati nel tendenziale (tra i 35-49 anni si è confermato il crollo: -116mila occupati).

Non solo: il tasso di occupazione per gli under25 è fermo drammaticamente al 17,2 per cento, anche se in lieve crescita sull’anno. Il punto è che riprende a salire il tasso di disoccupazione giovanile: torniamo al 35,5 per cento. Certo, meglio dei picchi superiori al 40 per cento registrati negli scorsi mesi. Ma comunque siamo di fronte a un valore elevatissimo: peggio di noi solo Spagna e Grecia.

C’è un terzo elemento che incide, in prospettiva, sui ragazzi. E sulle loro prospettive di stabilità. Ce lo racconta stavolta l’Inps: con la fine degli incentivi generalizzati targati Jobs act, i nuovi avviamenti nel mercato del lavoro stanno tornando ad accadere prevalentemente con contratti precari (c’è un po' di crescita però anche dell’apprendistato, anche se i numeri assoluti sono minimi). Nel 2015, con l’incentivo pieno, la percentuale di contratti stabili sul totale dei nuovi ingressi a lavoro era schizzata al 40 per cento. Ora siamo scesi a poco più del 20 per cento.

Questi numeri dimostrano due cose. La prima: per tornare a rendere il contratto a tempo indeterminato, soprattutto per i giovani, il canale d’ingresso principale nel mercato del lavoro serve farlo costare subito meno, e per sempre. Ecco allora che la decontribuzione allo studio dell’esecutivo in vista della prossima legge di Bilancio deve essere più coraggiosa e strutturale. Altrimenti, inciderà poco.

Secondo: va fatta decollare l’alternanza e va creato un link stabile formazione-lavoro lungo tutto il segmento dell'istruzione. Qualcosa qui sembra muoversi nei ripetuti tavoli di confronto Miur-Lavoro-Mise. Serve accelerare. Solo in Italia il primo contatto con le imprese avviene, in media, tra 27 e 28 anni di età. In Europa a 22-23 anni. C’è qualcosa che non va. E anche qui bisogna intervenire.

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