Interventi

Perché sia vera ripresa è necessario infondere subito fiducia nelle imprese

di Giorgio La Malfa

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4' di lettura

Qualche giorno fa, in un articolo molto importante, l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco ha chiarito come si colloca il piano italiano di utilizzo dei fondi del Next Generation Eu nel quadro della politica economica complessiva del Governo Draghi. Ha scritto Siniscalco che il piano «non è una misura congiunturale per uscire dalla pandemia: per questo obiettivo ci sono gli interventi nazionali e gli acquisti di titoli della Bce». Il Next Generation Eu ha invece un obiettivo strutturale che poggia su due componenti. Una è costituita dagli investimenti pubblici i quali avranno un impatto che il ministro dell’Economia ha quantificato in circa un +3,5% di Pil rispetto a quella che sarebbe la crescita senza di essi. L’altra sono le riforme che la Commissione europea ha individuato come necessarie per accelerare la ripresa e che servono a correggere il fatto che «sin dal 1992 la crescita italiana si è incagliata nei “lacci e lacciuoli” che la imbragano da tutte le parti, frustrando le forze imprenditoriali che pure sono ancora un punto di forza dell’Italia». Le riforme, della giustizia, della pubblica amministrazione etc. hanno il compito «di rimuovere questi ostacoli strutturali che per decenni hanno rallentato e poi bloccato la crescita».

Dunque la ripartenza dell’Italia poggia su tre gambe: i vari decreti congiunturali, l’avvio dei programmi di investimento di fondi pubblici, le riforme. Allo stato l’esito di tutto questo complesso di misure si quantifica in una crescita certamente positiva, ma tutto sommato modesta: solo nel 2023, infatti, recupereremo per intero il reddito del 2019, mentre dal 2023 in avanti riprenderà una crescita a tassi del 2-2,5% per anno che è del tutto insufficiente a colmare i nostri ritardi. Del resto è evidente che sia così: le risorse pubbliche hanno un ruolo importante per fare ripartire l’economia, ma c’è un limite sia alla possibilità di indebitarci, sia all’efficacia degli investimenti pubblici. Quanto alle riforme, esse sono indispensabili ma non producono di per sé crescita. Sono condizioni necessarie, ma certo non sufficienti.

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Che cosa serve? Serve che si mettano in moto quegli investimenti privati che finora sono stati frenati. Serve cioè che scendano in campo le risorse dell’imprenditoria privata italiana e anche quelle delle imprese internazionali che possono guardare all’Italia. Questa è dunque la vera chiave del successo dell’operazione affidata al governo Draghi. Fare buoni investimenti pubblici, sbloccare gli assetti amministrativi e legislativi, ma soprattutto riuscire a promuovere una nuova stagione di iniziative da parte del mondo dell’imprenditoria. Quando deve avvenire questa saldatura fra l’azione del governo e la spinta dell’iniziativa privata? È evidente che non vi possono essere due tempi. Gli imprenditori non possono aspettare che le riforme siano state completate e siano entrate in vigore per investire, anche perché uno dei modi per rendere convincente un piano di riforme e per superare le resistenze corporative è che si crei nel Paese un clima positivo e si respiri l’aria del cambiamento e dello sviluppo.

Poiché la chiave per uscire dalla lunga crisi italiana è che entrino in campo con forza gli investimenti privati, è necessario che sia lo stesso presidente del Consiglio a sollecitare il mondo imprenditoriale. Il momento è esattamente questo, essendo stato licenziato l’ultimo decreto congiunturale e inviato a Bruxelles il Pnrr. Non si tratta di prevedere una tornata di incontri con le parti sociali a Roma, a Palazzo Chigi.

Le organizzazioni centrali delle parti sociali sono interessate soprattutto ad avere una voce in capitolo nella gestione dei fondi del Next Generation Eu. Questo è quello su cui insistono nelle loro dichiarazioni, ma si tratta di un aspetto tutto sommato marginale. La questione sostanziale è se l’imprenditoria privata darà il suo contributo alla ripresa della crescita italiana. Tra l’altro, questo è il momento di farlo perché l’economia mondiale è nel pieno della ripresa e i tassi di interesse sono ancora bassi – non sappiamo per quanto tempo.

Il solo che può rivolgersi con autorevolezza al mondo dell’imprenditoria è il presidente del Consiglio. È necessario che Draghi parli con il mondo dell’impresa e coinvolga gli imprenditori nello sforzo che il governo sta facendo. Serve, in sostanza, un viaggio di Mario Draghi nell’Italia che produce. Servono in tempi brevi almeno quattro incontri ravvicinati con l’imprenditoria del nord est, del nord ovest, del centro e del Sud in cui il presidente del Consiglio spieghi ciò che il governo sta facendo e possa chiedere un riscontro concreto e immediato di iniziative.

Si possono e si debbono spendere bene le risorse pubbliche. Ma perché l’Italia possa riprendere un cammino di crescita interrotto da troppi anni, debbono tornare a manifestarsi gli animal spirit dell’imprenditoria che nel dopoguerra consentirono all’Italia di trasformarsi in un grande Paese industriale. Se questo non avverrà oggi, in un momento in cui il presidente della Repubblica è riuscito nel miracolo di trasformare una legislatura nata all’insegna del populismo più spinto in una ampia coalizione di tutte le forze politiche la cui guida è affidata alla personalità più significativa che l’Italia può esprimere sul terreno della politica estera e della politica economica, come potrà domani il Paese rimettersi in cammino? Bisogna che qualcuno lo dica con chiarezza agli imprenditori. Il presidente del Consiglio ha i titoli per farlo. Credo che non vi sia tempo da perdere.

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