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Perché siamo tutti un po’ “mentalisti”?

Anche in economia, riuscire a non essere attaccati solo all’interesse personale è importante. Vediamo perché

di Vittorio Pelligra

(Rawpixel.com - stock.adobe.com)

6' di lettura

In economia «ci occupiamo solo del ‘cosa' e del ‘come', e mai del ‘perché'». Così scriveva l'economista inglese Philip Wicksteed nel suo “Common sense of political economy” (1910). L'ambito dei “perché” attiene a ciò che possiamo definire il regno dei significati, del senso delle nostre azioni: direzione, finalità e intenzioni. Mentre questa dimensione dell'intenzionalità è un elemento centrale nella teoria filosofica dell'azione e nelle neuroscienze, nella psicologia sperimentale e dello sviluppo, lo studio delle scelte economiche, invece, sembra poterne prescindere, limitandosi all'assunzione di comportamento autointeressati – “il principio primo dell'economia” – come lo definì Ysidro Edgeworth, trent'anni prima di Wicksteed.

Eppure quest'ultimo continua nel suo “Common sense” spiegando che concentrarsi esclusivamente sulle “motivazioni economiche” e, quindi, solo sull'autointeresse, rappresenta un'operazione priva di senso. Perché i motivi dell'agire o li si considera tutti o non ne si considera nessuno. Quella di “motivazioni economiche” è, in definitiva, una “falsa categoria”, incompleta e, spesso, fuorviante. Tra i filosofi, il termine “intenzionalità” significa qualcosa di molto specifico, in particolare con quella parola si indica la natura degli stati mentali, desideri, credenze, obiettivi e altre “posizioni proposizionali”.

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Intenzionalità: un piano e un obiettivo

L'intenzionalità è il modo in cui la nostra mente ci mette in relazione con il mondo esterno. Secondo il filosofo di Stanford Michael Bratman, un'intenzione è un piano d'azione al quale il soggetto sceglie di vincolarsi nel tentativo di perseguire un certo obiettivo. Un'intenzione, quindi, include sia un obiettivo che la via per raggiungerlo. Questa natura composita dell'idea di intenzione è importante per spiegare perché, per esempio, la stessa azione materiale (la via) posta in essere con obiettivi differenti può essere valutata in modi anche molto differenti tra loro.

Si pensi, per considerare un esempio estremo, al diverso significato che hanno per le persone e per la legge, un omicidio premeditato ed uno per legittima difesa. L'azione è la stessa, le conseguenze le medesime, ma l'obiettivo cambia. E queste differenti finalità generano reazioni diverse perché, sebbene persista lo stesso nesso causale tra azione e conseguenze, la stessa azione è mossa da intenzioni diverse. Per questa ragione - come fanno notare gli psicologi Bertram Malle e Joshua Knobe: «Se la consideriamo intenzionale, un'osservazione critica può essere percepita come un insulto; una spallata mentre si cammina sovrappensiero in un corridoio come una provocazione pericolosa; e un certo sorriso come un tentativo di seduzione. Ma se ci appaiono non intenzionali, la stessa osservazione può essere compresa, la stessa collisione può portare a una nuova amicizia e lo stesso sorriso può semplicemente essere preso come un segno di buon umore».

L’intenzione è alla base del giudizio

Quando abbiamo a che fare con gli altri il processo di attribuzione di un'intenzione diventa cruciale perché, solo associando intenzioni al comportamento che osserviamo, saremo in grado di esprimere giudizi corretti circa il valore delle loro scelte. Attraverso un ingegnoso esperimento gli economisti Kevin McCabe, Vernon Smith e Michael Lepore mostrano che questo processo di attribuzione delle intenzioni può essere influenzato dal modo in cui le possibili azioni vengono rappresentate. Nel loro studio considerano coppie di partecipanti che interagiscono in una situazione nella quale è possibile ottenere un mutuo vantaggio cooperando, ma solo se una parte è disposta a fidarsi dell'altra e questa seconda sceglie di reciprocare la fiducia ricevuta.

I tre economisti presentano ai loro soggetti la situazione in questione in due modi alternativi: ad un gruppo attraverso una matrice dove ad ogni riga e colonna corrispondono le possibili azioni dei giocatori e ad ogni cella i possibili esiti determinati dalla combinazione delle loro azioni (forma normale); ad un secondo gruppo, invece, la situazione viene rappresentata attraverso un diagramma ad albero, dove ogni alternativa dei giocatori viene descritta come un ramo che si dipana conducendo a conclusioni alternative (forma estesa).

La situazione, indipendentemente dalla sua rappresentazione grafica, normale o estesa, è la stessa in entrambi i casi, così come gli incentivi monetari che sono associati al risultato delle scelte dei partecipanti, eppure i dati dell'esperimento ci dicono, che nel caso della forma estesa i partecipanti cercano di cooperare più frequentemente che nel caso della forma normale e, quando il gioco viene ripetuto più volte, la forma estesa facilita l'apprendimento di quella che è la combinazione di azioni migliore per raggiungere il mutuo vantaggio.

Scegliere di fare diversamente

Come possiamo spiegare questa differenza? “Quando gli individui interagiscono nel nostro ambiente sperimentale – scrivono McCabe, Smith e Lepore - ipotizziamo che utilizzino il loro ID [la loro capacità di ascrivere intenzioni] per generare modelli della loro controparte. Ad esempio, “sta agendo nel suo interesse personale” o “sta cercando di collaborare”. Ma l'attenzione condivisa richiede che gli individui formino aspettative triadiche della forma “lui sa che sto cercando di collaborare e lui sa che lo so”. Questa spiegazione si basa sull’idea che la forma estesa renda più facile impegnarsi nel processo di “lettura della mente” (mindreading) che consente ai giocatori di dedurre le intenzioni degli altri dalle loro mosse: “leggere i pensieri o le intenzioni di un'altra persona mettendosi nella posizione e nello stato di informazione dell'altra persona”.

Queste informazioni aggiuntive sono più facilmente ricavabili nella forma estesa piuttosto che nella forma normale perché la forma estesa mette maggiormente in luce non solo quello che la controparte sceglie di fare, ma anche quello che avrebbe potuto fare e ha scelto di non fare. Questo processo di lettura della mente, a sua volta, attraverso la reciprocità, tende a favorire il coordinamento dei giocatori sui risultati cooperativi (“Intentionality detection and ‘mindreading': Why does game form matter?” PNAS, 97, pp. 4404 – 4409, 2000).

È questo ragionamento controfattuale che ci consente di interpretare le intenzioni altrui. In un omicidio premeditato, per tornare all'esempio iniziale, l'assassino ha molte altre alternative che ha scelto di non mettere in atto; in un omicidio per legittima difesa, al contrario, l'unica alternativa a disposizione dell'assassino, spesso, è quella che prevede, con tutta probabilità, la sua morte. L'interpretazione delle intenzioni altrui nasce dunque dalla valutazione delle scelte compiute ma solo se queste sono inserite nell'insieme di tutte le azioni possibili in quel dato momento.

Neuroscienziati e primatologi hanno mostrato che la capacità di comprendere le azioni degli altri attribuendo loro specifici obiettivi è tipica dei primati superiori e in particolare degli esseri umani, probabilmente a causa delle nostre sofisticate capacità linguistiche. Già all'età di quattro anni, i bambini possono dedurre ciò che le persone sanno, pensano o credono sulla base di ciò che dicono o fanno.

Lettura della mente

Ma come funziona questo processo di “mindreading”, di “lettura della mente”. Esistono due principali gruppi di teorie a questo riguardo. Il primo gruppo è noto con lo strano nome di “teorie-teorie” mentre nel secondo gruppo ricadono le cosiddette “teorie della simulazione”. Le “teorie-teorie” postulano che gli agenti tendono a spiegare e prevedere il comportamento degli altri per mezzo di un insieme di leggi causali che formano una sorta di psicologia del senso comune.

Secondo questo approccio utilizzano semplici leggi esplicative per collegare le cause non osservabili del comportamento (desideri, convinzioni e intenzioni) agli stimoli esterni, osservabili, al fine di prevedere le azioni degli altri. Il secondo gruppo di teorie, quelle “della simulazione”, invece, assume che l'attribuzione di stati mentali ad altre persone avvenga attraverso una qualche forma di rappresentazione mentale: gli agenti sono in grado di simulare il processo di ragionamento degli altri, immaginando di essere, letteralmente, nei “panni mentali” di coloro di cui stanno osservando o vogliono prevedere il comportamento.

Come ci spiegano Vittorio Gallese e Alvin Goldman quando interagiamo con qualcun altro «Per prima cosa crei in te stesso i finti desideri e le finte convinzioni del tipo che immagini [l'altro] abbia in mente (...) poi questi desideri e queste convinzioni vengono utilizzati nel tuo meccanismo decisionale, il cui risultato finale è una decisione (simulata)», proprio quella che stiamo cercando di prevedere e interpretare.

Processo teorico o immedesimazione?

La differenza fondamentale tra le due classi di teorie è che mentre le “teorie-teorie” descrivono la lettura della mente come un processo teorico, oggettivo e distaccato, le “teorie della simulazione” lo considerano come una questione di effettiva replicazione nel nostro cervello delle stesse attività neurali che si verificano nel cervello dell'altro e che sarebbero implicate nell'azione che il soggetto sta cercando di interpretare o prevedere.

Secondo quest'approccio, quindi, la cognizione sociale e buona parte della nostra vita intersoggettiva non avverrebbe in virtù di ragionamenti sugli stati mentali degli altri, ma assumerebbe la forma, piuttosto, di un'intuizione esperienziale, di una relazione profonda con le altre menti.

Gallese e Goldman parlano a questo proposito di un vero e proprio “mimetismo mentale” che coinvolgerebbe il sistema dei neuroni specchio nella replicazione di quegli stessi processi che stiamo cercando di comprendere negli altri (“Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading”. Trends in Cognitive Sciences 2(12), pp. 493-501, 1998).

Il passaggio dalla teoria dei giochi classica alla teoria dei giochi psicologici, di cui abbiamo iniziato a parlare alcune settimane fa, sta aiutando gli economisti a costruire una base per la teoria economica nella quale non solo il “cosa” e il “come”, ma anche il “perché” possa giocare un ruolo centrale. Solo in questo modo, infatti, potremmo elaborare una visione più precisa del nostro essere-in-relazione con gli altri e, per questa via, provare a spiegare alcuni dei più ostici problemi che oggi si presentano alla nostra osservazione, in particolare il problema della fiducia e quello dei cosiddetti “frames” sociali.

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