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Perché il sistema fiscale globale non funziona come dovrebbe

di Alex Cobham

4' di lettura

Mentre è ancora troppo presto per celebrare il grande ritorno del multilateralismo, la vittoria del democratico Joseph Biden annuncia almeno la ripresa dell'impegno degli Stati Uniti nelle istituzioni internazionali. Questa è una buona notizia per la lotta contro il cambiamento climatico e contro la pandemia di Covid-19 – e per altre battaglie future. Anche il commercio mondiale potrebbe beneficiare di un'era meno conflittuale. E il sistema fiscale globale dovrebbe essere la prossima frontiera.

Gli Stati non possono funzionare senza risorse. E se ci fosse ancora bisogno di prove, la crisi sanitaria le ha appena fornite, rivelando crudelmente le conseguenze della mancanza di fondi per la salute e i servizi pubblici, non solo nei Paesi a basso reddito, ma anche in quelli più ricchi. In tutto il mondo, i governi spendono a tutti i costi, nei limiti delle loro possibilità, per proteggere posti di lavoro, imprese, salute e redditi, mentre cercano di finanziare la ripresa economica. Tutto questo ha un costo, ed è tempo che gli Stati attingano ai fondi che gli mancano, ovvero l'evasione fiscale di privati ed imprese multinazionali.

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Il mondo perde più di 427 miliardi di dollari all'anno a causa di abusi fiscali, secondo il rapporto “The State of Tax Justice 2020”, lanciato congiuntamente da Tax Justice Network, Public Services International e Global Alliance for Tax Justice. A livello globale, questo rappresenta più di 34 milioni di stipendi annui di infermieri. Per l'Italia, questo rappresenta almeno 9% del budget sanitario del paese e pagherebbe circa 380.000 infermieri ogni anno.

Il sistema fiscale globale non è rotto, è stato programmato per non funzionare. Per decenni, la natura progressista delle norme fiscale internazionale è stata sistematicamente attaccata dai lobbisti delle imprese e dalle élite nazionali incapaci di fornire le risposte necessarie alle sfide della globalizzazione. La pandemia ha evidenziato la gravità e il costo di questo fallimento.

Dal 2013, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) è l'arena scelta dal G-20 (le venti maggiori economie del mondo) per la revisione del sistema fiscale per le multinazionali. Consapevole di essere percepita come un “club dei ricchi”, l'OCSE ha cercato di coinvolgere i Paesi in via di sviluppo in un “quadro inclusivo”. Ma mentre, in teoria, i 137 paesi membri e le giurisdizioni hanno ciascuno un posto al tavolo dei negoziati, in pratica, le decisioni vengono prese dai paesi del G7, le sette maggiori potenze mondiali. Non sorprende quindi che i risultati non siano inclusivi.

Le proposte pubblicate dall'OCSE in ottobre dimostrano che non è in grado di realizzare le urgenti riforme fiscali di cui il mondo ha bisogno. Le cifre dell'organizzazione ne sono la prova. L'OCSE stima la perdita totale di entrate dovuta alle multinazionali che dichiarano i loro profitti dove vogliono - e non dove operano - a circa 240 miliardi di dollari all'anno. Il meccanismo che suggerisce di fermare questa manipolazione ridurrebbe queste perdite tra i 5 e i 12 miliardi di dollari, ovvero solo il 2-5% del problema.

Ma non tutto è perduto. Il processo OCSE ha almeno chiaramente dimostrato che esiste un consenso globale a favore della tassazione delle multinazionali in base a dove si trovano i loro dipendenti, uffici e stabilimenti e dove vendono beni e servizi, piuttosto che permettere loro di rivendicare che tutta la loro proprietà intellettuale è prodotta nei paradisi fiscali. Analogamente, la maggioranza dei paesi è a favore di un'effettiva imposta minima sugli utili globali delle imprese.

Questa è un'opportunità unica per le Nazioni Unite (ONU), e chiedere il suo intervento non è affatto utopico. Negli ultimi otto mesi, un gruppo di esperti indipendenti, riuniti nel Gruppo delle Nazioni Unite sulla responsabilità finanziaria, la trasparenza e l'integrità (FACTI), ha svolto un lavoro impressionante nell'identificare una vasta gamma di lacune nell'architettura fiscale globale. Allo stesso tempo, il Comitato Tecnico Fiscale dell'ONU ha elaborato una proposta più concreta e molto più semplice per la tassazione delle aziende digitali rispetto a tutte le proposte dell'OCSE. Come risultato di questo lavoro, sta prendendo forma l'idea di una convenzione dell'ONU sulla tassazione. Sarebbe uno strumento unico per affrontare i paradisi fiscali, gli abusi fiscali da parte delle multinazionali e altri flussi finanziari illeciti in tutto il mondo. Non è più un'utopia.

Naturalmente, i principali membri dell'OCSE stanno già esprimendo la loro opposizione a un ruolo significativo per l'ONU sulla questione della tassazione delle loro multinazionali. Ma il fatto che l'OCSE non sia riuscita a trovare soluzioni reali potrebbe indurre alcuni di loro a cambiare idea. Tanto più che sono sotto pressione: una recente indagine condotta in sette Paesi (Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Polonia, Paesi Bassi e Regno Unito) mostra che l'opinione pubblica sostiene in modo schiacciante (tra l'87% e il 95%) le proposte di reprimere le aziende che utilizzano i paradisi fiscali.

Le idee che hanno motivato l'ottimismo iniziale sulle riforme dell'OCSE non sono scomparse, ma questo non è il luogo giusto per discuterne. Senza la distrazione causata dall'ostruzione sistematica degli Stati Uniti di Donald Trump, l'ONU deve ora assumere il suo ruolo di forum globale per questi negoziati, e portare finalmente alla tanto necessaria riforma del sistema fiscale internazionale.

Alex Cobham è direttore esecutivo del Tax Justice Network.


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