analisi

Perché gli Stati Uniti vogliono abbandonare la neutralità delle Rete? 

di Alessandro Longo

3' di lettura

Le autorità degli Stati Uniti vogliono abbandonare la neutralità della rete, favorendo le mire degli operatori telefonici, tra le proteste di gruppi di consumatori e aziende hi tech (Google e Netflix in testa).
È un po' questo il senso di una modifica normativa in arrivo, confermata ieri da Ajit Pai, il nuovo presidente della FCC (Authority tlc americana), voluto da Donald Trump. Pai ha detto che il 18 maggio promuoverà, con un voto, la riforma della normativa di settore, spingendo verso posizioni più liberistiche rispetto a quelle volute dalla presidenza Obama.
Il contenuto della riforma è ancora ignoto, ma Pai ne ha già espresso il senso, coerente del resto con i voleri del presidente degli Stati Uniti, che da tempo si era espresso contro la neutralità della rete. Contro quei principi, ossia, che negli Stati Uniti, come in Europa, impediscono ad oggi agli operatori telefonici di trattare tutto il traffico internet senza discriminarne i contenuti (non possono quindi accelerare o rallentare certe applicazioni in base ai propri interessi).
Nel mirino della FCC (Federal communication commission) c'è in particolare una norma di febbraio 2015, che ha stabilito la riclassificazione dei fornitori di servizi di rete fissa o mobile come utility. Significa che i servizi di accesso a internet venivano soggetti alle stesse rigide norme a cui erano soggetti quelli telefonici e gli operatori non erano più liberi di fare il bello e il cattivo tempo sul traffico che gestivano. Una mossa che la presidenza Obama aveva considerato necessaria dopo che per anni gli operatori tlc erano riusciti a fare melina sulle norme della neutralità della rete.
Pai ha già detto però che bisogna “cancellare questo errore” (la norma del 2015, contro cui già all'epoca si era espresso) “e tornare al più leggero regolamento che per tanti anni ha ben servito la nostra nazione durante le presidenze di Clinton e di Bush, e poi nei primi sei anni di amministrazione Obama”. Il motivo: quell'errore, regolando a suo dire (e di Trump) in modo troppo rigido la rete, soffoca la libertà di impresa e avrebbe fatto perdere agli Usa 5,1 miliardi di investimenti in banda larga e circa 75mila e centomila posti di lavoro.
Il dato viene da Free State Foundations, un think tank di simpatie repubblicane. E' vero che gli operatori USA hanno rallentato sugli investimenti fibra ottica (Google compreso), ma non c'è accordo degli analisti su quali siano le cause (le norme delle neutralità della rete, come pensano i repubblicani, o piuttosto gli scarsi livelli di concorrenza tra gli operatori, secondo i democratici).
FCC ritiene che gli operatori possano essere resi liberi di accordarsi con i fornitori di contenuti, per sviluppare corsie preferenziali per alcuni servizi, e trattare eventuali discriminazioni solo ex post, a fronte di denunce.
La battaglia è cominciata e andrà avanti per mesi. “Le attuali regole della Fcc sulla neutralità del Web funzionano bene e le tutele previste pergli utenti non dovrebbero essere modificate”, scrive Michael Beckerman, presidente della Internet Association, un gruppo in cui figurano Alphabet (la holding di Google), Facebook, Microsoft, LinkedIn, Twitter, eBay,Tripadvisor, Spotify e Uber. Il rischio è “un peggioramento di Internet e una riduzione dell'innovazione online”. Non solo: oltre ottocento startup, fra cui Etsy, Foursquare e GitHub, hanno protestato per gli stessi motivi contro FCC, nei giorni scorsi, in una lettera aperta mandata ieri.
“Senza neutralità della rete, gli “incumbent” (operatori dominanti) potranno decidere chi vince e chi perde su internet”, si legge.
Stesso allarme l'ha lanciato in queste ore Tim Berners Lee, il creatore del web.
Al contrario, applaudono gli operatori telefonici, che del resto si sono sempre opposti alla normativa Obama. Per loro andava bene la normativa precedente, perché è illogico “regolare internet con le regole pensate per una tecnologia vecchia di 80 anni, qual è il telefono”, dice Randall Stephenson, a capo di AT&T.
In Europa vige una normativa che è un po' più leggera di quella americana, poiché permette servizi a valore aggiunto con qualità garantita (purché non in concorrenza con la “normale internet”) e anche lo zero rating (fino a una certa misura, chiedendo alle autorità tlc nazionali di verificare caso per caso la non correttezza delle pratiche degli operatori

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