Qualcuno sa leggere

Perché la Storia non ama i bambini?

di Goffredo Fofi


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. Sotto, un’immagine dal film «Nebbia in agosto», nei cinema dal 19 gennaio, tratto dal libro di Robert Domes, in libreria dal 24 gennaio, che racconta la storia di Ernst Lossa

5' di lettura

In occasione della Giornata della memoria del 2017 alcune opere - libri e film - prestano particolare attenzione a un aspetto che di solito passa in secondo piano, pur nella sua tragicità: alle vittime che sono in assoluto le più innocenti della Storia, i bambini. La Storia, «uno scandalo che dura da diecimila anni» recitava il sottotitolo del grande romanzo di Elsa Morante. Uno scandalo che non accenna a finire, se è vero che ogni giorno le pagine dei giornali, le radio e le televisioni ci mostrano immagini agghiaccianti di bambini straziati dalle bombe e dagli eserciti. Ci si confronta dunque con delle vittime in particolare per ricordare quelle di tutti i tempi e di tutte le parti, anche se esiste tuttavia un triste primato nella strage degli innocenti, almeno nel corso del Novecento: quello stabilito, per dir due nomi di luogo diventati simbolici, da Auschwitz e da Hiroshima.

Sì, è vera la vecchia lezione delle fiabe che «i bambini sanno resistere a tutto» - ma non si resiste alla morte, non si resiste facilmente ai bombardamenti e ai lager, non si resiste alla crudeltà dei belligeranti e a quella delle dittature che, per esistere, si sono date e si danno giustificazioni ideali, a volte con pretese scientifiche, adeguate alle loro ambizioni di potere e di dominio. È quanto è accaduto in particolare nella Seconda guerra mondiale, nei Paesi occupati dalla Germania hitleriana e nella stessa Germania. Alcuni titoli vengono subito alla mente come il Diario di Anna Frank, e alcune immagini, come quelle di Germania anno zero, di Odissea tragica, o certe foto come quella indimenticabile della copertina einaudiana di Ricorda cosa ti ha fatto Amalek. Eccetera. Tante volte eccetera...

Tra i film e i libri di questi giorni meritano di venir segnalati un libro e il film che ne è stato tratto, (il primo in uscita il 24 gennaio, il secondo il 19 gennaio), un “romanzo” e un film che evocano una storia terribilmente vera, Nebbia in agosto di Robert Domes (libro, con la raduzione di Anna Carbone e Cristina Proto, edito da Mondadori, Milano, pagg. 336, € 17) e il film di Kai Wessel dallo stesso titolo (distribuito da Good Films; di Wessel si ricorda un film sulla vita di un’ottima e coraggiosa cantante e attrice del dopoguerra, Hildegarde Kneff, Hilda).

La storia in questione era nota a noi italiani per merito di Marco Paolini che la raccontò in tv, con l’aiuto di Gad Lerner, per la Giornata della memoria del 2011: Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute. È quella agghiacciante di un un bambino tredicenne, Ernst Lossa, colpevole di essere uno zingaro, pur se tedesco, uno “jenisch” figlio di un venditore ambulante. Non ci sono stati solo gli ebrei e i loro figli a morire nelle prigioni della Germania nazista e nei lager dei Paesi occupati, ci sono stati, come non è giusto dimenticare, anche gli oppositori politici di più convinzioni, ma principalmente i comunisti, ci sono stati anche gli zingari, anche gli omosessuali. E anche gli storpi, i menomati, i ritardati, gli handicappati, i malati mentali e i malati terminali, i vecchi, secondo il piano di “purificazione della razza” caro alle ossessioni di Hitler, a una paranoia che seppe diventare collettiva. Il bambino Lossa venne “ospitato” in una sorta di ospedale-prigione da cui non uscì vivo, come tanti altri bambini che vi erano raccolti, e il film racconta il suo calvario, la sua disperata volontà di resistenza e di ribellione che culmina nel rifiuto, con gli altri bambini, di mangiare un cibo che, come venne dimostrato a Norimberga, veniva scentificamente depurato di ogni contenuto nutritivo, fino a provocare la morte con una beffa macabra e spietata. Quella dell’ “eugenetica” fu la più estrema follia degli scienziati tedeschi, la pretesa di selezionare il meglio della “razza ariana”: una follia che non poteva non rivolgersi anche contro gli stessi tedeschi considerati “imperfetti”.

Sia il narratore Domes che il regista Wessel si sono ampiamente documentati su una storia già conosciuta tramite il processo di Norimberga, e hanno proceduto con il rispetto dovuto alla memoria di un ragazzino coraggioso e via via lucidamente disperato sul suo futuro, su quello dei suoi compagni nell’“ospedale” in cui è rinchiuso e sull’ipocrisia o il fanatismo dei medici, dei funzionari, degli infermieri che dovrebbero “curarli”. Sia il romanzo che il film non sono esteticamente eccelsi, ma forte e sincera appare la loro onestà e la loro capacità di comunicare nel lettore e nello spettatore lo “scandalo” di un particolare episodio storico dimostrativo di quanto la Storia ha saputo fare e continua a fare degli Innocenti più innocenti di tutti. (E come possono, ad esempio, dimenticare coloro che si dicono cristiani che nel Nuovo Testamento alla nascita del loro Redentore fa subito seguito la Strage degli Innocenti?)

Nebbia in agosto, il romanzo come il film, non sono opere che possano leggere o vedere i bambini più piccoli, ma gli adolescenti sì, e avrebbero molto da impararne sull’assurdo della Storia nelle sue punte più estreme, anche perché storie come quella del tredicenne Ernst (di cui si può vedere il vero e bellissimo, tragico volto su Wikipedia) non sono state abbastanza raccontate, ed è giusto che i bambini vengano messi in guardia dagli orrori della Storia, orrori che essi stessi, una volta adulti, potrebbero praticare o subire o accettare che altri disgraziatamente subiscano in tante parti del mondo.

I bambini più piccoli possono invece apprezzare un libro-albo pensato proprio per loro, L’orsetto di Fred scritto da Iris Argeman e illustrato da Avi Ofer, editore Gallucci nella traduzione di Elena Loewenthal (pagg. 48, € 16). Anche questa è una storia vera, ma l’autrice e il disegnatore hanno saputo evocarla con grandissima tenerezza. È la storia dell’orsetto di pezza o peluche proprietà di un bambino ebreo olandese che accompagnò il suo amico attraverso gli anni della discriminazione e della persecuzione, che però ebbero, stavolta, per entrambi un lieto fine. Fred Lessing, il bambino, approdò sano e salvo in America e anni dopo il suo orsetto (di cui vediamo l’immagine reale nell’ultima pagina del libro) finì in un museo di Gerusalemme incuriosendo la Argeman e in seguito Ofer.

Quella di Fred e del suo orsetto è una piccola storia a lieto fine in mezzo alla mostruosa bufera che ha sconvolto il mondo negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Per il lettore adulto, che giustamente teme il ripetersi, in più terre e sotto più poteri di tragedie coinvolgenti l’infanzia, e ne sa perché è impossibile non saperne, L’orsetto di Fred permette un momento di riposo, una pausa gentile, un filo di di speranza o, quanto meno, di non-disperazione. Non si possono e non si devono tacere ai bambini e ai ragazzi le brutture di cui gli adulti sono capaci, e di cui potrebbero essere capaci anche loro, da adulti, in determinati frangenti storici. La memoria delle passate tragedie non ci libera, lo sappiamo fin troppo bene, da nuove tragedie, ma può aiutarci ad affrontarle con un po’ più di coscienza, con più determinazione.

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