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Perché il taglio dei parlamentari peggiora l’efficienza delle Camere

Se i nostri Soloni intendono ripristinare integralmente la proporzionale di una volta, con le liste bloccate non avremo rappresentanti del popolo ma fortunati cocchi di mamma nominati dai capataz di partito

di Paolo Armaroli


M5S, D'Uva: taglio dei parlamentari grazie al governo che nascerà

3' di lettura

Prima di Ferragosto Matteo Salvini aveva proposto un do ut des a Luigi Di Maio: l’immediata approvazione definitiva del disegno di legge costituzionale che riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 il numero dei senatori elettivi, che è all’esame della Camera dei deputati, e poi lo scioglimento dei due rami del Parlamento.

Mentre lo scioglimento è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato, e Salvini non è legittimato a mettervi bocca, attorno a Ferragosto l’assemblea di Montecitorio ben poteva dare disco verde a un provvedimento che per diventare legge attendeva solo il suo imprimatur.

Ma il presidente della Camera Roberto Fico ha calendarizzato il disegno di legge per il 22 agosto. Due giorni dopo le comunicazioni al Senato del presidente del Consiglio, che si sono concluse con le sue dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica.

Come si spiega il comportamento di Fico, visto e considerato che con la crisi di governo si interrompono i lavori delle Camere? A pensar male si fa peccato ma s’indovina, come sosteneva Giulio Andreotti. Se Di Maio non vede l’ora di ridurre il numero dei parlamentari, il Pd durante l’esame parlamentare del provvedimento ha già detto per tre volte no. Perché sono stati respinti tutti i suoi emendamenti volti ad allargare il quadro legislativo. E allora può venire il sospetto che fossero già in corso contatti tra Pd e Cinque stelle.

Sulla riforma in questione si registra ora un confronto tra Di Maio e Zingaretti. Quest’ultimo non dice no. Purché prima si modifichino i regolamenti parlamentari in modo da facilitare la costituzione dei gruppi minori. E poi si vari una legge elettorale che elimini i collegi uninominali, dove la Lega farebbe man bassa, in modo da divenire proporzionale integrale. Solo allora, secondo il segretario del Pd, si potrà procedere alla riduzione del numero dei parlamentari. Ma è pensabile che nel frattempo questa riforma costituzionale – per dirla con Benedetto Croce – resti appesa a mezz’aria come un caciocavallo nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio? E poi tra le tante voci che circolano nel Pd c’è anche quella che vedrebbe di buon occhio un referendum confermativo. Magari con la speranza di mandare tutto a monte.

In caso di scioglimento delle Camere, la riforma andrebbe a gambe all’aria. Ma se la crisi ministeriale evolverà in senso positivo, quale che sia, non è escluso – a tutela del buon nome delle istituzioni – che uno o più gruppi della Camera dei deputati chiedano e ottengano l’immediata calendarizzazione di una riforma costituzionale che non può essere tenuta a bagnomaria per un tempo indefinito.

Si è discettato se la riduzione del numero dei parlamentari prevista dalla riforma sia congrua. Tutto dipende dalla legge elettorale. Nel Regno Unito i deputati sono in numero maggiore dei nostri perché lì vige il sistema del collegio uninominale a un turno. E i deputati sono per davvero i rappresentanti del loro collegio. Se i nostri Soloni intendono ripristinare integralmente la proporzionale di una volta, con le liste bloccate non avremo rappresentanti del popolo ma fortunati cocchi di mamma nominati dai capataz di partito. E allora 400 deputati e 200 senatori sarebbero perfino troppi. Come ammoniva Hans Kelsen, inorridendo all’idea, basterebbero i capigruppo parlamentari per decidere ogni questione con voto ponderato.

Oltre a non scegliere i parlamentari, con la proporzionale non avremmo voce neppure nella formazione dei governi. Perché a deciderli saranno i partiti. Dopo le elezioni, con tutto comodo. Come già accade adesso grazie a una legge elettorale sciagurata che si vorrebbe addirittura peggiorare.

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