I numeri e le scelte

Perché troppi dati sulla pandemia non aiutano a capire

di Vittorio Pelligra

(denisismagilov - stock.adobe.com)

3' di lettura

La pandemia di questi anni ha, tra le molte altre cose, messo in luce il rapporto conflittuale che gli italiani hanno con la statistica e con i dati numerici in generale. Non parlo solo del signor Rossi o della casalinga di Voghera, ma anche dei giornalisti, dei politici e, non di rado, dei medici stessi. Coloro, cioè, che quei dati dovrebbero comunicarli al pubblico e utilizzarli per decidere della vita altrui. Questo, naturalmente, non è un problema da poco visto che i dati sono un elemento essenziale per fare scelte razionali ed efficaci, data-driven, come si dice, guidate dai dati. «Prima conoscere, poi deliberare» scriveva Luigi Einaudi nelle sue famose Prediche inutili, chiedendosi: «Come si può deliberare senza conoscere?».

Dai primissimi mesi della pandemia siamo stati sommersi da un profluvio di dati, quelli ufficiali presentati nelle conferenze stampa giornaliere, nei bollettini del ministero e dell’Istituto superiore di sanità, quelli elaborati da fondazioni e centri di ricerca, quelli messi a disposizioni attraverso infografiche e cruscotti interattivi da siti e portali. Tutti questi dati aiutano davvero i cittadini a prendere decisioni migliori oppure, rappresentano un ostacolo? Le posizioni sono variegate. È di questi giorni, per esempio, la proposta di ridurre, almeno in parte, la frequenza con la quale i dati vengono comunicati al pubblico. L’infettivologo Matteo Bassetti si è detto favorevole così come l’epidemiologo Donato Greco e il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Contrario, invece, l’altro sottosegretario Pierpaolo Sileri convinto del fatto che una «comunicazione puntuale e trasparente di tutti i dati, accompagnata da un’adeguata interpretazione (…) aiuti i cittadini a orientarsi meglio».

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Il tema è divisivo, come si vede, ma è molto importante. Sappiamo dalle scienze comportamentali che differenti modalità comunicative possono avere effetti profondi non solo sulla percezione che i cittadini hanno del “fenomeno pandemia”, ma anche sulle scelte concrete che da questa percezione possono scaturire, sulle precauzioni da adottare e sui suggerimenti da seguire.

Ci sono almeno due elementi che farebbero propendere per ridurre la frequenza di comunicazione dei dati. Il primo riguarda il fatto che le serie storiche dei positivi, dei ricoveri, dei decessi, sono soggette a variazioni frequenti, sia a causa delle modalità di raccolta (il numero dei tamponi eseguiti e processati non è costante nel tempo), che per la natura stessa del fenomeno che si sta misurando. Data questa variabilità, maggiore è la frequenza con la quale i dati vengono comunicati, maggiore sarà la difficoltà, per il pubblico, di cogliere la “vera tendenza” del fenomeno sottostante. Perché ciò che ci interessa veramente non è tanto sapere se i positivi sono aumentati o diminuiti oggi rispetto a ieri, ma piuttosto se tendenzialmente questi stanno aumentando o diminuendo; e lo stesso vale per tutte le altre variabili: ricoveri, decessi, dimissioni. È un discorso analogo a quello che fanno i trader finanziari quando analizzano l’andamento dei titoli; anche questi sono soggetti a brusche variazioni giornaliere. Concentrarsi troppo su questa variabilità può impedire di vedere quella che è la tendenza generale, al rialzo o al ribasso, del valore del titolo. Per questo si usano strumenti come la “media mobile”. Invece di considerare il valore giornaliero del titolo, si fa la media del valore che questo ha ottenuto negli ultimi tre, quattro, cinque giorni. In questo modo si “smussano” i picchi e le valli e si fa emergere la tendenza di fondo del fenomeno. Comunicare attraverso bollettini settimanali equivarrebbe, in questo senso, a sottoporre i dati a una media mobile di ordine sette, con evidenti benefici dal punto di vista della chiarezza.

Il secondo elemento ha a che fare con un fenomeno psicologico noto come “avversione alle perdite”. Si tratta di un processo molto bene documentato secondo il quale una vincita in denaro produce un incremento, in termini di benessere soggettivo, minore della riduzione che produrrebbe la perdita di una somma equivalente. Analogamente la gioia per una vita salvata è tendenzialmente inferiore alla tristezza per una vita perduta. Per questo uno scenario nel quale si salvano dieci vite su cento viene percepito come migliore di uno nel quale si perdono novanta vite su cento, nonostante i due scenari rappresentino, di fatto, la stessa realtà. Nel caso dei dati sull’andamento della pandemia abbiamo che quando ci sono frequenti variazioni negative – il numero dei ricoverati o dei morti aumenta – non bastano altrettante variazioni positive, per appianare i conti, da un punto di vista percettivo. L’impressione sarà sempre di un peggioramento.

Anche per queste ragioni una differente modalità di comunicazione dei dati può aiutare la popolazione a formarsi un’idea più precisa di quello che realmente sta succedendo e, in questo modo, forse, a operare scelte migliori, davvero informate. Perché l’informazione non vale solo per la sua quantità ma, soprattutto, per la sua qualità.

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