ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa battaglia tra Roma e Bruxelles

Perché l’Ue vuole sfilare il marchio tricolore e il nome ad Alitalia?

La condizione di Bruxelles per il passaggio delle attività da Alitalia alla nuova compagnia è la «discontinuità economica»: la Newco deve essere entità nuova

di Gianni Dragoni

Draghi: Alitalia? Una cosa di famiglia, un po' costosa...

4' di lettura

L’ultima frontiera della battaglia tra Roma e Bruxelles per il salvataggio di Alitalia è sul nome e sul marchio. La direzione generale Concorrenza della Ue vuole che la nuova compagnia pubblica, nome provvisorio «Ita», non si chiami più Alitalia. Anche il marchio tricolore potrebbe andare perduto.

La battaglia sul nome

Perché la Ue vuole che la nuova compagnia «perda» il nome della storica compagnia di bandiera italiana? Una decisione finale non è ancora stata presa, su questo e su altri aspetti in discussione, tra cui c’è il taglio del 50% degli slot di Linate. È un fatto però che, tra i sacrifici per autorizzare gli aiuti di Stato che accompagnerebbero la Newco, società posseduta al 100% dal ministero dell’Economia, gli uffici della «Dg comp» pongono anche il problema del nome e del marchio. Lo ha riconosciuto anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Quando l’aprile ha detto che su Alitalia «non possiamo accettare delle asimmetrie ingiustificate», cioè delle eventuali discriminazioni rispetto al trattamento sugli aiuti ad altre compagnie, come Air France o Lufthansa, Draghi si è detto «dispiaciuto» per la perdita del nome e forse del logo.

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La «discontinuità economica»

La Ue pone come condizione fondamentale per il passaggio delle attività di volo da Alitalia alla nuova compagnia pubblica la «discontinuità economica». Cioè la Newco deve essere un’entità totalmente nuova. In realtà non è così, perché le attività aziendali, parte della flotta e del personale, seppure Ita sarà una società molto più piccola, meno della metà dell’attuale Alitalia, provengono dalla compagnia in amministrazione straordinaria. Le ragioni della Ue sono state già indicate nella lettera che l’8 gennaio scorso il funzionario della «Dg comp» Eduardo Martinez Rivero ha inviato alla rappresentanza permanente italiana a Bruxelles. Una lettera destinata al governo. All’epoca a Palazzo Chigi c’era ancora Giuseppe Conte.

Cosa dice la lettera con i paletti di Bruxelles

Quella lettera è la base della discussione che si è svolta nelle settimane e nei mesi successivi, un dialogo in apparenza tra sordi, visto che le posizioni rimangono distanti. Una nuova lettera degli uffici tecnici di Bruxelles è stata inviata nei giorni scorsi a Roma, sempre per puntualizzare e chiedere una serie di informazioni che, secondo la Ue, non sono state trasmesse da Roma. La lettera dell’8 gennaio si apre con la richiesta della «discontinuità economica» e quindi spiega a cosa si riferisce. Ecco il passaggio della lettera: «Come discusso in molte occasioni in passato, il gruppo di lavoro del caso ritiene che le seguenti misure aiuterebbero ad assicurare la discontinuità economica in questo caso: 1) per assicurare un prezzo di mercato, le attività dovrebbero essere in linea di principio vendute attraverso una gara aperta, trasparente, non discriminatoria e senza condizioni; 2) la Newco non dovrebbe mantenere le attività combinate aviation, servizi di terra aeroportuali (ground handling) e manutenzione. Dovrebbe concentrarsi sull’attività aviation. L’handling e la manutenzione dovrebbero essere vendute in modo separato a operatori terzi; 3) ci dovrebbe essere la rinuncia a un numero di slot negli aeroporti congestionati; 4) il marchio Alitalia non dovrebbe essere conservato dalla Newco, poiché è un indicatore emblematico di continuità. Il programma di fidelizzazione di Alitalia non dovrebbe essere semplicemente trasferito alla Newco. Anche in questo caso, una gara è la maniera preferita per assicurare discontinuità».

Senza nome per almeno due anni

Qual è lo stato del negoziato? Rispetto a queste richieste, adesso la trattativa sembra prevedere la possibilità che il ramo «aviation» di Alitalia, cioè solo le attività di volo, passi direttamente a Ita senza necessità di fare una gara che durerebbe 4-5 mesi. Se si facesse una gara, nel frattempo Alitalia dovrebbe mettere gli aerei a terra perché ha ormai finito i soldi. Però su altri punti la Ue pone condizioni più dure. Bruxelles non vuole che Ita possa prendere il nome di Alitalia, almeno in partenza dovrebbe avere un altro nome. Da quanto trapela, la Newco potrebbe riacquistare il nome Alitalia tra due anni.

La penalizzazione

Da Roma è stato ribattuto che questa è un’inutile penalizzazione che costringerebbe la nuova società a maggiori spese di comunicazione per far conoscere il nuovo nome. È come se la nuova compagnia, in una ipotetica corsa con i concorrenti, fosse costretta a partire non dalla stessa linea di partenza ma qualche decina di metri più indietro. Sul marchio o il logo, come ha detto Draghi, la partita non sarebbe ancora chiusa. La nuova società dovrebbe invece mantenere il codice di volo «AZ» che è l’elemento di riconoscibilità nei sistemi di vendita. La battaglia sul nome è soprattutto «emblematica». Il vero punto di debolezza della nuova Ita, se la compagnia riusicrà a partire, è però un altro: per le scelte del piano industriale fatto dall’ad Fabio Lazzerini, Ita avrebbe solo 45 aerei passeggeri, meno della metà rispetto ai 104 attuali della flotta Alitalia. Nell’ultima versione del piano, che è stato modificato più volte, gli aerei passeggeri sarebbero 47, dei quali solo sei di lungo raggio. Con queste dimensioni sarebbe davvero una mini-compagnia. E l’altro effetto sarebbe quello di ridurre i dipendenti dagli attuali 11mila a 3mila-3.500 nella Newco, con 7.500 esuberi potenziali.


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  • Gianni DragoniCaporedattore, inviato

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza, industria aerospazio, difesa, industria ferroviaria, trasporto aereo, grandi aziende pubbliche, privatizzazioni, bilanci società di calcio, stipendi manager, governance società quotate, conflitti d'interesse

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