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Performance: The show must go on!

Dopo la pausa forzata dovuta all'emegenza sanitaria riprende vigore l’arte performativa e negli ultimi mesi diverse sono state le proposte non solo negli spazi museali

di Maria Adelaide Marchesoni

Lee Mingwei. Our Labyrinth, performance nella Turbine Hall alla Tate Modern (Londra)

4' di lettura

Negli ultimi due anni a causa dell'emergenza sanitaria gli artisti che utilizzano la performance come modalità di espressione sono stati costretti a rimodulare il proprio lavoro impossibilitati ad instaurare il dialogo con il pubblico. Con il graduale miglioramento della situazione pandemica che ha allentato le misure relative al distanziamento sono riprese le attività in presenza e la performance torna ad essere la protagonista di numerose manifestazioni.

Torna la performance

Dal 27 maggio al 15 giugno alla Tate Modern a Londra, la performance «Our Labyrinth» dell'artista Lee Mingwei (Taiwan, 1964) è eseguita ininterrottamente dalla mattina alla sera nella Turbine Hall. «Our Labyrinth» trasforma il semplice atto di spazzare in una performance ispirata dall’esperienza dell'artista in Myanmar, dove i sentieri che conducono ai templi antichi vengono spazzati da volontari. L'atto performativo presenta due danzatori che indossano un pareo con campanelli alle caviglie che si muovono lentamente mentre spazzolano chicchi di riso formando dei disegni. Messa in scena a Taipei, Shanghai, Parigi, Giacarta, Berlino, New York e Tokyo, l’artista per la performance alla Tate Modern per la prima volta espande l’opera fino a includere due performer che danzano insieme. Lee Mingwei, che collabora con la galleria parigina Perrotin, crea installazioni partecipative che esplorano temi come la fiducia, l’intimità e la consapevolezza di sé. Nel 2017 ha partecipato alla 57° Biennale di Venezia nella mostra principale «Viva arte Viva» curata da Christine Macel con l'opera «Mending Project».

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«Our Labyrinth» di Lee Mingwei, performance nella Turbine Hall alla Tate Modern (Londra)

Performance anche alla 59°Biennale di Venezia nella mostra «Il latte dei sogni» di Cecilia Alemani con l'artista e coreografa rumena Alexandra Pirici che mette in scena una nuova azione performativa, «Encyclopedia of Relations» (2022). Alexandra Pirici non ha una galleria, ma ha ottenuto il riconoscimento internazionale nel 2013 per «An Immaterial Retrospective» quando ha rappresentato il suo paese alla Biennale di Venezia in collaborazione con il coreografo Manuel Pelmus e aveva messo in scena le opere di 100 artisti della storia dell'arte (da Guernica di Picasso all’opera in cera di Maurizio Cattelan del 1999 che raffigura Papa Giovanni Paolo II colpito da una meteora) usando solo il corpo dei performer. Inoltre ha partecipato a Skulptur Projekte Münster (2017) e ha esposto in musei come il Pompidou, la Tate, il New Museum.Tra i suoi lavori più famosi «Parthenon Marbles», in collezione alla Fondazione Kadist , una performance ideata come un “derivato” che ha come asset sottostante le sculture in marmo presenti nella collezione del British Museum e oggetto di una controversa richiesta di rimpatrio. Il loro valore immateriale è “trasferito” nei corpi degli interpreti, che assumono le sembianze delle statue, dialogano di problemi finanziari e stabiliscono le condizioni in base alle quali possono riapparire: compenso minimo; tra i performer tre su cinque devono avere un legame con la Grecia; se eseguito in un'istituzione in Gran Bretagna, le fee devono essere calcolate come una percentuale dei benefici economici che questi oggetti portano con sé.

In questi giorni al Mattatoio di Roma, in collaborazione con MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma, il Master in arti performative MAP_PA e l'Accademia di Belle Arti di Roma, l'artista Riccardo Benassi ha presentato «Dancefloorensick» (parola creata dall'artista mischiando tre parole: Dancefloor + Forensic + Sick), una performance divisa in sei capitoli con una serie di video-essays. La performance era stata presentata a Milano in occasione dell'ultima edizione del miart la fiera d'arte contemporanea (dal 1 al 3 aprile 2022) con l’inedito progetto «OutPut», a cura di Davide Giannella. Un ciclo di performance nello spazio pubblico (per il maltempo le performance sono state eseguite alla Triennale non in Piazza Sempione) con protagonisti Riccardo Benassi e Michele Rizzo — coreografo di origine italiana di base ad Amsterdam — realizzato grazie al sostegno della Fondazione Marcelo Burlon.

Prima del Covid

Altri esempi recenti di azioni performative svolte in ambito museale sono quella di Anne Imhof, che con «Faust» il Padiglione tedesco ha vinto il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia 2017, e tre anni dopo Imhof torna in Italia, al Castello di Rivoli (Torino) con l'ultimo capitolo di «Sex», una performance in continua evoluzione presentata per la prima volta nel 2019 alla Tate Modern di Londra e all'Art Institute di Chicago composta insieme a Eliza Douglas e Billy Bultheel in una partitura originale che combina musica classica, techno, punk, elettronica e grunge. La performance, parte di una mostra a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria, è stata rivista, riadattata e completamente riconfigurata a causa delle disposizioni per l'emergenza sanitaria.

L'anno scorso Bartolomeo Pietromarchi, direttore MAXXI Arte ha ideato un festival dedicato alla performance per la sede del museo a L'Aquila. Il titolo della prima edizione di PERFORMATIVE.01 è significativo, «CONTACT(less)» un titolo che fa riflettere sulla performance. Lo stesso Pietromarchi nella giornata AMACI ha sviluppato insieme a diversi artisti il tema legato al corpo dell'artista, materia prima della performance, coinvolto in prima persona o come presenza invisibile che regola la messa in scena. Tra gli artisti anche Francesca Grilli che nel suo intervento ha dichiarato che con il progetto «Sparks», vincitore dell'Italian Council (IX edizione 2020 ha ottenuto 42.500 euro a fronte di un richiesta di 62.475) ha incluso e trasformato il distanziamento fisico in elemento di forza.

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