Narcisismo

Pericolo narcisisti in azione!

Può essere «a pelle spessa», tipico di chi è sicuro di piacere molto, o «a pelle sottile», sintomatico dei fragili e dei timorosi delle critiche

di Vittorio Lingiardi

 Andrea Carella, «Il riflesso di Narciso» (2011, particolare), collezione privata

4' di lettura

«I tacchi tripli da far eccellere la su’ naneria: e nient’altro»: è folgorante Carlo Emilio Gadda quando si tratta di fustigare i narcisi. Anche se è proprio lui a ricordarci che «il meccanismo auto-erotico allogasi, qual più qual meno, in tutte le anime». Siamo tutti narcisisti.

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Disturbo narcisistico di personalità

Ma non nello stesso modo. Soprattutto non tutti abbiamo un disturbo narcisistico di personalità, che è quando i tratti narcisistici si fanno così marcati da interferire con l’intera vita psichica e relazionale. Il narcisismo ci costringe a fare i conti con domande a cui non vorremmo rispondere: valgo qualcosa? Quanto conta per me il giudizio degli altri? Ho bisogno di sentirmi importante? Sono invidioso? Uso gli altri per i miei scopi? Li disprezzo, li seduco, li temo? Sono gentile solo per esser benvoluto? Combattendo fin da piccoli con queste domande, inesorabilmente legate allo sguardo di chi ci ha cresciuto, da adulti possiamo diventare arroganti, pretenziosi, privi di empatia, manipolatori, convinti di meritare un trattamento speciale. Ma anche timidi, timorosi del giudizio, vulnerabili alla critica, vergognosi di ciò che siamo e invidiosi di ciò che non abbiamo. Sono le due facce della stessa medaglia che gli psichiatri in vena dicotomica definiscono narcisismo overt e covert. Una medaglia che porta l’effige di Charles Foster Kane in Quarto potere, Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street, Stéphane Lachaux in Un cuore in inverno, Jasmine Francis in Blue Jasmine e dell’indimenticabile Norma Desmond nel Viale del tramonto.

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Funambolo dell’autostima

Funambolo dell’autostima, il narcisista cammina su una corda tesa tra un sano amor proprio e la sua patologica celebrazione. Pieno di sfumature e riflessi, il narcisismo è un mare di possibilità. Circa trent’anni fa uno psicoanalista inglese, Herbert Rosenfeld, propose di distinguere i narcisisti “a pelle spessa” (thick skin, grandiosi, svalutanti, sicuri di piacere molto) da quelli “a pelle sottile” (thin skin, fragili, timorosi delle critiche, preoccupati di non piacere abbastanza). Anche se in modi opposti, entrambi testimoniano un fallimento nella regolazione dell’autostima, l’incapacità di raggiungere un equilibrio tra l’affermazione di sé e il riconoscimento dell’altro. L’esperienza analitica, ma anche la frequentazione di amici e colleghi (e naturalmente di se stessi!), insegnano che le due forme del narcisismo tendono a coesistere, magari in occasioni diverse, nello stesso individuo. In molti casi altro non sono che due smorfie dello stesso volto alle prese con il dramma del proprio valore: il narcisista vulnerabile è sempre legato alla sua parte grandiosa, il narcisista grandioso cova sentimenti d’inadeguatezza e teme l’insuccesso. Anche se ci appaiono diversi come giorno e notte, il narcisista arrogante e quello fragile condividono la posizione egocentrica, poco interesse per gli altri, fantasie onnipotenti coltivate più o meno in segreto, sentimenti di invidia e inautenticità.

Il narcisista di pelle spessa

A partire da questa base comune, il narcisista di pelle spessa (ancora Gadda, geniale, parla dell’«impenetrata pelle dello ippopotamo egolatra») riflette i tratti legati al dominio aggressivo, mentre quello di pelle sottile cova una grandiosità taciturna perché minata dall’inadeguatezza. I narcisisti vulnerabili hanno mille antenne, sono ipersensibili alla critica e facili a sentirsi feriti nell’amor proprio. Se nel caso a pelle sottile c’è il vissuto degli affetti negativi, in quello a pelle spessa c’è il terrore di sperimentarli. È il caso della vergogna: inaccessibile alla coscienza nei quadri grandiosi e presenza insidiosa in quelli vulnerabili.

Tra questi estremi c’è il narcisismo cosiddetto “sano”. Lo descriverei come la consapevolezza e la convinzione del proprio valore, una buona regolazione dell’autostima, un’equilibrata soddisfazione per le proprie capacità e i propri successi. Una specie di gioia di sé, magari intermittente, ma capace di sostenerci senza spingerci a rivalità o attacchi invidiosi. È una collaborazione costruttiva tra l’attenzione allo sguardo altrui e la fiducia nel proprio, l’equilibrio tra il bisogno di riconoscimento e la capacità di farne a meno. Un amor proprio senza presunzione e la capacità felice di provare gratitudine. Nell’arcipelago dei narcisismi potremmo collocare quello sano a metà di una curva con due estremi patologici: da una parte un’immagine troppo negativa di sé, con sentimenti di inferiorità e impotenza; dall’altra un’immagine troppo positiva di sé, con sentimenti di superiorità e onnipotenza. Attenzione: questi ultimi possono tingersi di sadismo e impennarsi fino a configurare le forme gravi del narcisismo maligno o addirittura psicopatico. Se avete visto la serie The Undoing, quella con Hugh Grant e Nicole Kidman, sapete a cosa mi riferisco.

L’esibizione e l’autopromozione

In una cultura come la nostra, spesso definita “narcisistica”, dove l’esibizione e l’autopromozione sono rinforzate dal contesto, non è facile riconoscere il confine tra narcisismo sano e patologico, quel territorio dove il piacere di piacersi e di piacere si trasforma in dolore: per sé, ma soprattutto per l’altro. Per orientarci dobbiamo considerare lo stile delle relazioni, l’autenticità nell’amicizia, la generosità nell’amore, la sincerità del proprio interessarsi agli altri, la capacità di tollerare le frustrazioni e di perdonare le imperfezioni proprie e altrui. Su una cosa concordano clinica e ricerca: le persone che soffrono di un disturbo narcisistico di personalità non sanno volere bene né fare stare bene le persone che le amano.

Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo,Vittorio Lingiardi, Einaudi, pagg. 125, € 12Con questo articolo l’autore anticipa alcuni temi del volume

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