sbagliando si impara

Persone multitasking? Forse sarebbe meglio cercare persone disponibili

Sono preziosi i soggetti cui l’organizzazione ha il compito, di volta in volta, di spiegare i motivi per cui le mansioni devono essere svolte

di Daniele Ciacci *

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(vege - Fotolia)

Sono preziosi i soggetti cui l’organizzazione ha il compito, di volta in volta, di spiegare i motivi per cui le mansioni devono essere svolte


3' di lettura

Quando apro la porta di casa, i bimbi mi accolgono con urla di gioia. Solitamente la situazione è la seguente: il più grande corre ad abbracciarmi, il più piccolo gioisce in braccio a Margherita, la mamma, che - rincasando prima di me - intanto sta cucinando, tenendo sott’occhio il salotto e scrivendo qualche messaggio agli amici. Mi accorgo che lei è davvero multitasking, ovvero capace di ampliare la sua capacità fattuale a diversi compiti nello stesso momento, e un po’ la invidio, perché è una qualità che non ho.

Ma il multitasking è davvero questo?
Sfogliando le job description su LinkedIn mi rendo conto che sono tante e diverse le aziende che mettono il multitasking tra le soft skill nice-to-have quando cercano nuovi collaboratori. Eppure, nella mia esperienza, difficilmente ho visto impiegati gratificati dal puro multitasking, e credo che il tema stia proprio qui: nel difficile equilibrio che sorge tra l’essere un master con un ruolo professionale ben definito e l’essere, invece, nella sua deriva più obbrobriosa e negativa, un semplice tappabuchi.

Sicuramente la capacità di fare due o più cose nello stesso momento è un vantaggio per chi ne è naturalmente predisposto. Non sono totalmente d’accordo con la frase del filosofo Byung-chul Han che, nel suo libro «La Società della Stanchezza» dice: «La tecnica del tempo e dell’attenzione definita multitasking non costituisce un progresso civilizzante. […] Il multitasking infatti si trova già largamente diffuso tra gli animali. […] L’animale è abituato a suddividere la propria attenzione tra diverse attività. Così è incapace – che stia mangiando o che si stia accoppiando – di qualsiasi immersione contemplativa».

In realtà, tanti siamo, e ogni testa vale uno: ogni persona è diversa, e ogni persona è più o meno capace di multitasking. Stando così le cose, però, è necessario che ognuno sia aiutato nel trovare il suo equilibrio dinamico, cioè che riesca – al variare del contesto, del compito e delle scadenze – a sentirsi sia soddisfatto dalla profondità verticale del suo compito, sia dall’espansione orizzontale dei diversi task che deve affrontare.

Se la flessibilità e l’apprendimento superficiale di mansioni consentono un rapido passaggio tra diverse necessità dell’azienda, dall’altra il multitasking mina profondamente il potenziale d’attenzione. A lungo andare, questo è straniante: non ci si sente mai «al lavoro» quando si lavora, bensì in uno stato intermedio dove tutte le cose vivono nello stesso momento. Il lavoro diventa un rumore di fondo in cui si incastrano altre attività. Inoltre, il depauperamento della capacità di attenzione mina anche la capacità di comprensione, di formazione personale e di scoperta del significato di ciò che si fa.

Condivido invece questa frase di Han: «Il rapido cambiamento di focus tra compiti, sorgenti di informazione e processi diversi caratterizza questa attenzione dispersa. Poiché tra l’altro essa ha una tolleranza minima per la noia, ammette poco anche quella noia profonda che pure non sarebbe irrilevante per un processo creativo». La creatività personale, l’invischiarsi a pieno in un problema, il discernimento della materia per potervi intervenire in positivo è ciò che rende appagante qualsiasi lavoro. Ma il multitasking può far sparire questa potenzialità a tutto danno delle motivazioni che spingono il singolo dipendente a dedicarsi ad un lavoro a lungo termine.

Questa può essere una chiave di lettura del feroce turnover cui è soggetta un’azienda, in un momento storico in cui, come anticipa lo storico Yuval Noah Harari in «21 lezioni per il XXI secolo», «già oggi pochi dipendenti si aspettano di fare lo stesso lavoro tutta la vita. Entro il 2050, non soltanto l’idea di “un posto per la vita”, ma addirittura l’idea di “una professione per la vita” potrebbe apparire antidiluviana».

È allora possibile riuscire ad essere solidi, lieti e felici pur nella dispersione delle mansioni? Margherita è felicemente multitasking perché è “disponibile”, è aperta ai compiti diversi che le sono assegnati. La “disponibilità” è la grande capacità del cuore di poter dire: «Accetto di fare ciò che mi è chiesto, accetto di farlo nei tempi che mi sono chiesti, accetto di farlo perché io ho deciso di farlo. E il bene che ne godo è presente, qui e ora, perché è una decisione che io prendo in ogni momento, che traspare quando mi vedo in azione e posso diventare protagonista di tutte le mansioni richieste».

La consapevolezza di essere all’interno di uno scopo – come crescere i nostri figli – la rende capace di fare tante cose e di farle felicemente. Ecco allora che le aziende, forse, trarrebbero vantaggio nel cercare non persone multitasking, bensì persone “disponibili” cui l’organizzazione ha il compito, di volta in volta, di spiegare le ragioni per cui le diverse mansioni devono essere svolte. Allora ne gioveranno sia l’azienda sia i dipendenti, e tutti diventeremo un po' più felici. Come Margherita.

* Consulente Newton SpA

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