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Pesca, la grande crisi. A Mazara del Vallo ricavi in calo del 30%

Oggi si guarda al Porto con malinconia, rimpianto e rabbia: il porto non è sostanzialmente navigabile ed è considerato persino dannoso dagli armatori

di Nino Amadore


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3' di lettura

Qualcuno se lo ricorda ancora. Il Porto di Mazara del Vallo era pieno, anzi strapieno di barche. Roba da libri di storia, ormai: nel secolo scorso, erano forse gli anni Novanta, c’è chi ha contato oltre 300 barche da pesca grandi (i famosi pescherecci mazaresi) e piccole. Altri tempi. Oggi si guarda al Porto con malinconia, rimpianto e rabbia: il porto non è sostanzialmente navigabile ed è considerato persino dannoso dagli armatori: i pescherecci d’altura sono ormai 67, secondo gli ultimi dati della Capitaneria di porto, ma se possono evitano come la peste questo porto pieno di sabbia. E anche le 163 navi minori cercano di fare altrettanto.  Al porto guardava, spesso, Giovanni Tumbiolo, il compianto fondatore e presidente del Distretto della pesca di Mazara del Vallo, che per anni ha portato avanti la battaglia per lo sviluppo di questo comparto costruendo reti e relazioni con mezzo mondo, ma soprattutto con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo.

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Il Distretto, con il suo Osservatorio sulla pesca mediterranea e la crescita blu che non viene aggiornato dal 2017, era un cantiere aperto nel tentativo di contemperare il legittimo interesse dei pescatori mazaresi (ma non solo) e le indicazioni sulla diminuzione dello sforzo di pesca nel Mediterraneo provenienti dall’Unione europea.

«La flotta a strascico di Mazara, che ancora nel 2011 presentava oltre 100 natanti con lunghezza maggiore di 24 metri e una stazza media di 160 Gt, operanti nel Canale di Sicilia ai limiti delle acque nord africane, in Grecia a Creta e in Egitto, vede ora ridotta la sua consistenza a meno di 85 barche - si legge nell’edizione 2017 del rapporto dell’Osservatorio presieduto da Giuseppe Pernice -. L’unica prospettiva per assicurare un futuro a questa importante attività che ha come target i crostacei, il gambero bianco, il gambero rosso e il viola e gli scampi, è l’avvio di un serio programma di cooperazione con i Paesi nord africani per l’adozione di piani di gestione degli stock che prevedano un prelievo razionale e sostenibile delle risorse, nonché adeguate aree di ripopolamento e protezione».Oggi i pescherecci d’altura danno lavoro a circa 600 persone cui si aggiungono 2.500 addetti nell’indotto: secondo stime circa la metà rispetto a dieci anni fa. Stesso discorso si può fare per il fatturato: i soli pescherecci, sempre secondo stime da parte degli armatori, fatturano oggi quasi 70 milioni l’anno ma la filiera comprende anche circa 30 imprese che si occupano di trasformazione e commercializzazione. Secondo alcune stime l’intero settore solo a Mazara varrebbe circa 200 milioni sicuramente il almeno il 30 per cento in meno rispetto a dieci anni fa.

 Tumbiolo è morto un anno e mezzo fa e ha lasciato orfani un mondo (quello della pesca) e una squadra di collaboratori preparati al Distretto della pesca e della crescita blu. E soprattutto è andato perduto quel patrimonio di rapporti e relazioni che lui aveva costruito con ambasciatori, ministri, capi di questa o di quella fazioni, rappresentanti dei governi dei Paesi africani. 

    Una diplomazia parallela che più volte aveva tolto il nostro Paese dall’impiccio nei casi di sequestri di pescherecci a ridosso della Libia. Ecco perché da queste parti è stato mal digerito l’accordo fatto da Federpesca nei giorni scorsi (e poi annullato) con la Libyan Military Investment del generale Khalifa Haftar.

    «Noi abbiamo chiesto al governo italiano di assicurarci la scorta - dice Domenico Asaro, presidente dell’associazione armatori di Mazara del Vallo -. Con i nostri pescherecci arriviamo fino a 20 miglia dalla costa della Libia per pescare il gambero rosso. Loro, i libici, avanzano pretese fino a 74 miglia. E così siamo costantemente in pericolo visto che il governo non ci dà le navi militari. Ma noi pensiamo non sia giusto pagare questo pizzo ai libici». 

    Asaro è uno di quelli che ha pagato a caro prezzo lo scontro mai risolto con la Libia: nel 1996 si è fatto sei mesi di carcere nelle prigioni di Gheddafi e gli hanno sequestrato un peschereccio di 37 metri. Gli armatori, che stanno pianificando una clamorosa azione di protesta con il rientro delle imbarcazioni il primo novembre e l’interruzione delle attività di pesca, lamentano una sproporzione di trattamento: agli italiani viene chiesto di allentare lo sforzo di pesca mentre i tunisini e gli egiziani aumentano la loro presenza nel mar Mediterraneo. «Vogliamo e dobbiamo essere uniti - dice Asaro - perché temiamo per il nostro futuro. A Mazara oggi c’è solo tanta preoccupazione».

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