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Peste suina, l’Italia rischia di perdere 20 milioni al mese di export

L’allarme di Assica (produttori di salumi): adottare le misure necessarie per arginare il fenomeno e difendere il principio di regionalizzazione senza penalizzare l’intero Paese

di Giorgio dell'Orefice

(dusanpetkovic1 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Da giorni le organizzazioni agricole sul territorio stanno denunciando la diffusione di casi di peste suina africana in particolare nelle regioni settentrionali. Una malattia che non si trasmette agli esseri umani ma che è molto contagiosa per suini e cinghiali e che rischia di mettere in ginocchio gli allevamenti.
Ma soprattutto, in prospettiva, nel momento in cui dovessero essere adottate misure restrittive delle importazioni da parte dei paesi Terzi, può creare danni economici pesantissimi all’intera filiera delle carni suine made in Italy.

La diffusione della peste suina africana in Cina nei mesi scorsi ha avuto effetti devastanti con milioni di capi abbattuti e un pesante vuoto di offerta in Cina che è stato necessario colmare con l’import da altri Paesi. Aspetto che ha finito per condizionare le quotazioni mondiali delle carni suine. Mentre però in Cina il fenomeno veniva in qualche modo e gradualmente gestito sono ricominciati a comparire casi di suini infetti anche in Europa e in Italia.

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In Italia focolai di peste suina sono stati registrati nel recente passato in Sardegna e in alcune circoscritte aree del Mezzogiorno. Tuttavia – e non senza difficoltà – è stato nel tempo possibile dimostrare come questi casi siano tutto sommato circoscritti e quindi ad evitare restrizioni da parte di altri paesi importatori.
Ma adesso con i casi registrati in diverse regioni settentrionali la situazione rischia di essere più insidiosa. È per questo che le preoccupazioni degli allevatori sono diventate un vero e proprio grido di allarme da parte degli industriali delle carni e dei salumi.

«La conferma del riscontro del virus della peste suina africana in una carcassa di cinghiale rinvenuta a Ovada, in provincia di Alessandria – ha commentato il direttore di Assica, l’associazione degli industriali delle carni e dei salumi, Davide Calderone – è la notizia che non avremmo mai voluto ricevere ma da diversi anni, ormai, la diffusione del virus in Europa destava la nostra preoccupazione e temevamo ci avrebbe riguardato da vicino, prima o poi».

In particolare, a preoccupare gli industriali dei salumi made in Italy è l’ipotesi che i Paesi terzi destinatari delle esportazioni di carni e prodotti a base di carne suina dovessero decidere in maniera ingiustificata – non riconoscendo il principio di regionalizzazione – di vietare l'ingresso a tutte le produzioni suine italiane. «È fondamentale - ha aggiunto Calderone - che i Paesi terzi riconoscano che le misure che saranno tempestivamente adottate dalle Autorità italiane e comunitarie sono sufficienti a fornire tutte le garanzie necessarie per mantenere aperto il canale commerciale con il nostro Paese».

Diversamente, le conseguenze possono essere disastrose: «Abbiamo stimato – ha aggiunto il direttore dell’Assica – un danno da mancate esportazioni di almeno 20 milioni di euro per ogni mese di sospensione del nostro export. Per questo confidiamo che le Autorità competenti affrontino l’emergenza col massimo rigore, rafforzando al massimo, su tutto il territorio nazionale, la sorveglianza nel settore del selvatico e innalzando al livello massimo di allerta la vigilanza sulle misure di biosicurezza nel settore domestico con particolare riguardo a tutte le operazioni di trasporto e di movimentazione degli animali, di mangimi, prodotti e persone per evitare il coinvolgimento dei suini domestici e per arrivare al più presto alla soluzione del problema».


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