Rockstar & BREXIT

Pete Townshend, l’anima contraddittoria degli Who, al debutto come scrittore

Una chiacchierata con il chitarrista più atipici del rock classico: genio e creatività a tutto tondo. E tra un mese esce il nuovo lavoro del gruppo che ha inventato, con “Tommy”, l’opera rock

da Londra Simone Filippetti


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Pete Townshend com’era e com’è oggi. Al centro una delle tante chitarre distrutte da Townshend durante un concertodegli Who

6' di lettura

Ricordi di un socialista milionario (in sterline). È la sera del 17 settembre del 2016: l'Unipol Arena di Bologna ospita gli Who, leggendaria band inglese simbolo di un’era che ha scritto un pagina importante di storia della musica. Sono 10 anni che la band, dinosauri o orsi fossili del rock come i contemporanei Rolling Stones e, di poco successivi, Led Zeppelin, non si esibiscono in Italia. Ed è passato quasi mezzo secolo, un 50 anni dallo loro ultima apparizione sotto la Garisenda.

Pete Townshend, il chitarrista fondatore e anima del gruppo, nota sotto al palco un gruppo di ragazzi, tutti maschi, che se ne sta in disparte. La cosa lo turba più del dovuto: per una leggenda che ha suonato centinaia di volte nella sua vita davanti a un pubblico, la cosa sarebbe dovuta quasi passare inosservata.

Eppure quella notte non riesce a dormire. La mattina dopo, tormentato dal dubbio, chiede informazioni al promoter locale: erano dei profughi siriani. «Quei ragazzi era la prima volta nella loro vita che assistevano a un concerto di musica rock. Mi ha dato la spinta per continuare a scrivere musica». Tra un mese uscirà un nuovo album degli Who, 54 anni dopo il primo.

Chitarrista, compositore, artista e ora scrittore
Quando racconta questo retroscena, Townshend, una leggenda vivente del rock, è seduto in una stanzina sottoterra dello Sloane Club, esclusivo club privato di Chelsea, quartiere aristocratico di Londra. Sta presentando il suo debutto nel modo della letteratura: il romanzo “The Age of Anxiety”, storia di sesso, droga e rock'n'roll.

Ci scherza su: «Cosa vi aspettavate da me?», ma in realtà la storia è una riflessione su genio e creatività, lui che ha avuto un maestro di scrittura d'eccezione, il nobel William Golding. E di genio e creatività, questo signore pelato dal naso prominente che ha appena scritto un romanzo, dopo una gestazione di 10 anni, composto un'opera con tanto di libretto; realizzato un'installazione artistica, inciso un nuovo disco, tutti collegati tra loro, e si prepara a suonare a Wembley la prossima primavera, ne ha da vendere.

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Knopfler, altro mostro sacro della chitarra, è uno degli ultimi fossili viventi della Golden Age del Rock, quando la musica era ribellione, e dunque politica; incanalava la protesta giovanile; la rabbia e la disperazione della working class. E ancora oggi fa politica, col cuore a sinistra ma il portafoglio a destra: se conoscesse Fedez, sarebbe un fan del suo “Comunisti col Rolex”.

A metà anni ‘60 gli offrono, a lui che è nato a Chiswick, zona popolare nella Londra del Dopoguerra, un appartamento a Belgravia, il quartiere dei super ricchi. Vive all'ultimo piano di una palazzina vuota, dove può suonare e comporre fino alle 3 di notte senza problemi di far rumore, fumando marijuana.

Una mattina scende al bar per prendere un caffè, ma viene letteralmente travolto da una “sciura” ricca impellicciata che lo scansa, chiedendo al barista il “solito”. Risale al suo appartamento e si mette a scrivere “My Generation”: “Ho voluto tracciare una linea, volevo dire: noi non saremo mai come voi” e infatti quella canzone è diventata un inno generazionale. Ma 50 anni dopo, oggi è lui l'impellicciato: vive a Richmond, i Parioli di Londra, ha come dirimpettaio il baronetto Mick Jagger, ma si definisce ancora un socialista, parola che nel mondo anglosassone è un insulto peggiore di “comunista”.

Un ossimoro vivente. È un forte sostenitore del Remain, dell'Unione Europea, ma si circonda di Brexiters: i suoi vicini di casa sono tutti feroci sostenitori dell'addio alla Ue del Regno Unito. «È gente che rivuole indietro la Little Britain» (espressione inglese equivalente al nostro “Piccolo Mondo Antico”, diventata anche il titolo di una famosa serie tv sull'Inghilterra tradizionale e un po' bigotta). «La gente non si rende conto dei benefici di essere nell'Unione Europea: i miei figli hanno pianto la sera del referendum».

Facile affibbiargli la patente di laburista, ma per aggiungere ulteriore contraddizione all'ossimoro, il suo nemico pubblico numero uno è Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista. «Un uomo che vuole far tornare la Gran Bretagna indietro al 1973, quando ero sì famoso ma vivevo in una casa piccolissima e guidavo una scassata auto del c…». Quando si nasce piccolo-borghesi e si diventa milionari si passa dalla parte delle elite, si diventa un capitalista. «Per salvare il pianeta, Corbyn vuole abolire i voli charter in UK nel 2025: come farò ad andare a Berlino in meno di 6 ore?».

Una rockstar anomala
Il semplice cappello, che per miliardi di persone normali sarebbe già un privilegio o un sogno, della rockstar gli va stretto. E d'altronde è sempre stato un chitarrista anomalo: è il compositore di tutte le canzoni degli Who ma le canta Roger Daltrey, il frontman che fa girare il microfono (all'epoca ancora a filo, mica wireless) come un lazo, inventando un genere, una moda, una rivoluzione.

Situazione rara nel mondo della musica: l'unico altro caso di compositore non cantante, sempre di una banda inglese, è quello di Martin Gore, la mente creativa dei Depeche Mode, ma la voce è quel carismatico frontman Dave Gahan. Su questa anomalia è nata la storia di una delle rock band più importanti del Dopoguerra. D'altronde il rapporto tra lui e Daltrey è sempre stato conflittuale; si attraggono e si respingono perché sono due poli opposti, anche fisicamente.

Townshend è un ragazzone alto, timido e tardivo («Ho fatto sesso la prima volta a 18 anni») quando incontra Daltrey, basso ma sfrontato e prepotente: è il “bullo” della scuola. Lo sceglie come frontman della sua banda, i futuri The Who, perché Daltrey aveva bisogno di essere aiutato, ma anche perché Townshend aveva bisogno di protezione.

Gli anni da studente di design all'Art College di Londra gli hanno trasmesso tanti stimoli, lo hanno plasmato come un “multiforme ingegno”. Quando rivela al suo insegnante che coi concerti e scrivendo canzoni guadagna 30 sterline ala teina, a metà anni 60, quello commenta: “Guadagni più di me”. Aveva solo 19 anni e aveva già scritto il suo primo successo: “I can't explain”.

Non solo musica
Quasi 60 anni dopo, è un artista eclettico, vulcanico: una versatilità alla Leonardo da Vinci, che già traspirava dai capolavori Tommy, storia semi autobiografica di abusi sessuali e disabilità; e Quadrophenia che reso immortale l'epopea dei Mod con il viso di Sting. Due rock opera, romanzi in musica (idea che 40 anni dopo sarà ripresa pari pari dai Green Day), composti da una singola persona, nello sforzo di riunire tutte le arti in un solo lavoro.

Bowie Chi?

Di una carriera mastodontica, della fama e del fardello degli Who, fa spallucce: quasi che fare la rockstar sia stato come un lavoro per avere una paga. «Non avrei mai voluto essere negli Who; mi sarebbe piaciuto essere in una band più artistica». La sua band gli piace così poco che non andrebbe mai a vedere un suo concerto. E, per la cronaca, nemmeno a uno di David Bowie, santificato post-mortem dal mainstream globale: “Bowie? Ma se l'ho inventato io. Venne a vedere Tommy, teneva mio fratello più piccolo. Guardandoci diceva, «Voglio farlo anche io».

Gli ha voluto bene, ma non sarebbe mai andato ad ascoltare cantare un uomo vestito in quel modo. «Ho dei gusti musicali cattolici». Maschilista e sessista, ma per un gruppo la cuoi fan base è costituita da soli maschi suona come un complimento: critica le donne perché non sono fan fedeli: «Sono ondivaghe, noi uomini non cambiamo mai i nostri idoli, dal calcio alla musica».

Fuori dal tempo. O no?
Oggi, nell'era del buonismo, uno “politicamente scorretto“ come Pete Townshend farebbe il cassiere al Tesco. Lo sa e non fa nulla per nasconderlo: «Negli anni 70 si facevano feste in casa: girava droga, ne usciva fuori del sesso con le ragazzine. Oggi lo chiamerebbero stupro».

Detto da uno scampato a infamanti accuse di pedofilia che, se non fosse vecchio, troverebbe la giovanissima star emergente Billie Eilish “attraente” e ci farebbe un pensierino. La macchia dell'arresto è però indelebile: «Non sono riuscito a scrivere mezza riga su un bambino nel libro: soffro la sindrome dell'elefante nella stanza».

Non s'è mai vista una rockstar così umile che schifa l'adrenalina del palco, che è una celebrità ma avrebbe voluto essere altro. Ma in fondo è un po' una sceneggiata, l'ennesima contraddizione da parte di un chitarrista, che dopo 70 primavere, ai concerti ancora rotea il braccio mentre suona il riff distorto di “Baba O'Reily”.

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