stoccolma

Peter Handke, polemiche e proteste per la cerimonia del Nobel

Le critiche che hanno accompagnato la cerimonia di consegna del premio, con accuse allo scrittore austriaco di essere un negazionista, sono un messaggio all’Accademia svedese delle Scienze

di Flavia Foradini


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Lo scrittore austriaco Peter Handke, Premio Nobel della Letteratura 2019

4' di lettura

Sono quasi vent’anni che Peter Handke scrive dei conflitti jugoslavi. Già nel 1991 si era espresso sulla secessione slovena dalla Jugoslavia con “L’addio del sognatore al nono paese” e si era attirato critiche accese.
Poi, alla metà degli anni '90, con intento nobile aveva cercato di suscitare una visione più articolata sulla guerra jugoslava, più attenta alle sacche e alle pieghe della realtà, di quanto non stesse constatando nelle cronache e nei commenti dei media internazionali.

Ma il suo pamphlet “Giustizia per la Serbia”, pubblicato nel gennaio 1996, aveva nuovamente prodotto enorme clamore, perché non forniva una visione equidistante, equilibrata, bensì sguainava la penna per schierarsi con decisione, contraddicendo il proprio intento. Pur ammettendo: «Non si sa nulla di preciso sulla guerra in Bosnia. Chi è stato il primo aggressore? E chi ha provocato la guerra ne è stato anche l'iniziatore?», aveva preso inequivocabilmente partito per la Serbia.

Dopo oltre vent’anni da una sua lettura pubblica, Handke aveva pure deciso di offrirsi direttamente al pubblico, con un giro di promozione del saggio fra l’altro in Germania, Austria e in alcune città della ex-Jugoslavia. Alla presentazione in patria, a Vienna, durante l’inevitabile discussione con il pubblico, aveva mostrato uno scollamento impressionante tra l’immaginifico, sensibile, fantasioso affabulatore, e l’uomo dai modi volgari e verbalmente aggressivi: «È così: io scrivo in modo diverso da come parlo» si era giustificato poi.

Anche i suoi successivi interventi sul tema - saggi, testi teatrali, interviste, reportages, diffusi sempre da pulpiti di grande impatto, da quotidiani e riviste ad alta tiratura, edizioni rinomate, teatri di primo piano -, non hanno mai smesso di causare dibattiti, per quelle sue posizioni così spiccatamente filo-serbe.

Ancora dieci anni dopo il massacro di Srebrenica, nonostate documenti che provavano quella strage e la sua efferatezza, nell’estate del 2005 Handke aveva dato alle stampe il saggio ”Le Tablas di Daimiel”, in cui prendeva nuovamente posizione a favore della Serbia e spiegava al contempo il perché non potesse dar corso alla richiesta di Slobodan Milosevic, a processo al Tribunale dell'Aja, di far parte delle centinaia di testimoni della difesa come “expert witness”. Handke lo aveva visitato in cella per un colloquio di tre ore. «Non sarei stato capace di un resoconto scritto da esperto», aveva concluso, non senza scagliarsi al contempo contro un giornalismo che invece «suggerisce alla cieca».

E tuttavia anche negli anni successivi Handke tornerà sul tema, suggerirà, e insinuerà: per esempio che le “Madri di Srebrenica” fossero «organizzate e attivate a bella posta, su modello delle madri di Buenos Aires», salvo poi mitigare quelle sue uscite, definendo quel massacro come il crimine più orribile del dopoguerra europeo.

Poi è venuta l'orazione funebre alle esequie di Milosevic, il 18 marzo 2006: «Io so di non sapere - aveva detto -. Io non so la
verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io
pongo domande. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con
Slobodan Milosevic».

Il Premio Nobel ora assegnatogli ha naturalmente rinfocolato il dibattito, le critiche, anche gli insulti, fin dall'annuncio il 10 ottobre scorso. In particolare, ma non solo, nel mondo germanico, da almeno settant’anni così ipersensibile al tema del rapporto tra autori e politica, tra autori e etica, tra autori e responsabilità civile: una spaccatura netta nel mondo della cultura, tra fautori di un Premio Nobel «solo ed esclusivamente per la qualità letteraria e per nient'altro» come ha sostenuto Elfriede Jelinek, ovvero di onorificenze e premi che non possono prescindere dalle azioni umane intraprese, come ritiene Salman Rushdie: «Handke ha scritto ampiamente su quel conflitto jugoslavo. Non si può non tenerne conto, non si può giustificarlo».

Handke rivendica il primato assoluto della letteratura e della poesia, ma è sceso in campo con veemenza, con giudizi taglienti e inequivocabili, in un lungo arco di tempo. Lo ha fatto senza documentarsi a fondo, senza ritrattare davvero. Altri suoi colleghi illustri del passato, similmente incauti o pervicacemente schierati su posizioni indifendibili agli occhi della società di oggi, non avevano a disposizione gli strumenti del mondo di internet, non avevano accesso con un clic a documenti originali scritti, sonori, in video.

Da 50 anni la sua posizione di autore di primo piano conferisce enorme peso alla voce di Handke e in un mondo reso volubile da raffiche di notizie false, autorevolezza e fiducia nella capacità di discernimento delle figure di riferimento sono un’àncora necessaria per l'opinione pubblica.
Le numerose, articolate proteste di gente comune, uomini di cultura, politici, che hanno accompagnato anche la cerimonia di consegna del Nobel, con accuse all'autore di essere un negazionista e esortandolo a vergognarsi e a scusarsi, sono un segnale contro un'idea di intellettuale staccato dalla realtà, e sono un messaggio all'Accademia svedese delle Scienze.

«Niente di ciò che ho scritto sulla Jugoslavia può essere oggetto di denuncia, neanche una parola. È letteratura», si difende oggi Handke, che sia alla conferenza stampa al suo arrivo a Stoccolma, sia nel suo discorso, ha di nuovo agitato le acque: «Io non scrivo opinioni, non ho mai avuto opinioni, detesto le opinioni».

La responsabilità di un premio è di chi lo assegna. Il pianeta può vantare numerosi autori eccellenti, rimasti fermamente nel recinto della letteratura o che pur scendendo in campo, hanno scelto posizioni con cognizione di causa e che umilmente hanno ritrattato, se necessario. Vi sono molti autori che pur meritandolo, non hanno avuto il Nobel.

Se fra cent’anni Handke verrà letto e apprezzato, le sue esternazioni sulla Jugoslavia saranno sbiadite nel color seppia della memoria, così come sono sbiaditi crimini e intemperanze di Caravaggio; come viene minimizzato l'antisemitismo di Richard Wagner o le utili simpatie politiche di qualche scienziato. Ma l'oggi è ora. È la scelta dell'Accademia da porre in discussione.

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