il campione del mondo vince la roubaix

Peter Sagan, il grande funambolo del ciclismo moderno

di Dario Ceccarelli

default onloading pic


3' di lettura

Come dicono i francesi: chapeau. Peter Sagan, con la leggerezza dei grandi talenti, si diverte a riscrivere il lungo libro della storia del ciclismo. Dopo aver vinto per tre volte di fila il titolo mondiale, impresa non riuscita nemmeno a giganti come Binda e Merckx, questa volta lo slovacco aggiunge un'altra perla rara trionfando alla Parigi-Roubaix numero 116 con la maglia iridata.

L'ultimo a riuscirci era stato un altro corridore-monumento, quel Bernard Hinault che, dopo esser sceso dalla bicicletta, disse: “Questa è la prima e l'ultima volta che parteciperà a una corsa schifosa come questa…”

In realtà il bretone usò un termine lievemente più colorito, ma non è il caso di sottilizzare. Quello che voleva dire Hinault è che la Roubaix è una corsa pazzesca, una corsa che te la ricordi per tutta la vita. E infatti molti corridori si guardano bene dal parteciparvi considerandola una sorta di rumba per funamboli, una delle ultime follie del ciclismo eroico.

Ma non è questo il caso di Peter Sagan, straordinario funambolo del ciclismo moderno. Al Nord nel 2016 aveva già centrato il Fiandre, ma con la Roubaix sembrava non trovare mai il bandolo della matassa. L'unico piazzamento di un certo rilievo era stato un sesto posto nel 2014. Per Sagan la Roubaix sembrava stregata. In più tutti lo attendevano al varco perché ai campioni si chiede sempre qualcosa in più. E lo si chiede con quella sottile perfidia che viene generata anche dall'invidia.

Ecco perché Sagan dopo aver battuto in una volata a due il sorprendente Silvan Dillier, campione svizzero, era felice come un bambino. Alzare le braccia nel mitico velodromo di Roubaix con la maglia di campione del mondo è una di quelle soddisfazioni che toglie il fiato. «Mai stato così contento, è la vittoria più bella della mia vita. Una sensazione fantastica: non ho avuto forature, problemi meccanici, non sono caduto. È andato tutto bene, insomma. I mei compagni sono stati bravi, ma lo sono stato anch'io ad attaccare nel momento giusto».

Il momento giusto, cioè l'azione decisiva, arriva a circa 54 chilometri dal traguardo. Poco prima era scattato il vincitore della precedente edizione, il belga Greg Van Avermaet. Un attacco subito rintuzzato dal gruppo dei migliori. Ma quando scatta Sagan si capisce subito che non c'è trippa per gatti.

Sembra una pazzia, un'altra follia di un campione cui ogni tanto piace fare il fenomeno. Invece Sagan, contro ogni logica, se ne va seguito solo dallo svizzero che risulterà anche generoso nei cambi. Allo sprint, nonostante sia un ottimo pistard, lo svizzero deve però accettare la legge del più forte. Terzo l'olandese Niki Terpstra, vincitore settimana scorsa del Giro delle Fiandre.

Ormai gli elogi si sprecano per il campione del mondo. Ma per il ciclismo, dopo tanti anni di caduta di credibilità e di popolarità, è una straordinaria fortuna poter contare su un talento come lo slovacco.
Oltre ad essere un atleta straordinario (il suo cuore a riposo batte solo 32 volte al minuto) Sagan ha portato una sana leggerezza in uno sport troppo legato agli eterni schemi della fatica e del sacrificio. È un corridore moderno che sa comunicare e anche sdrammatizzare. Una volta ha detto: «Non sono il secondo Merckx, sono il primo Peter Sagan…». Anticonformista e anche spiritoso. Nel gruppo si diverte a fare le imitazioni di Forrest Gump, Usain Bolt, Di Caprio e Rocky Balboa. È l'idolo dei giovani cicloamatori, con oltre 6 milioni di contatti web al giorno.

Ora bisogna capire quali siano i suoi limiti. Nelle corse di un giorno è fortissimo (ne ha vinte 104 e ha solo 28 anni). Per i grandi giri il discorso è più complesso. Il suo fisico finora gli ha impedito di puntare al Tour o al Giro, ma bisogna vedere. Con Peter Sagan mai dire mai.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti