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Petrolifere in fuga dal Canada. Encana emigra negli Usa e cambia nome

La crisi del petrolio canadese ha già indotto molte compagnie a disinvestire dal Paese: le major straniere hanno fatto dismissioni per 30 miliardi di dollari negli ultimi tre anni. Ma l’addio di Encana, che trasferirà la sede negli Usa ribattezzandosi Ovintiv, è significativo perché si tratta di uno storico produttore locale

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

3' di lettura

L’industria petrolifera è in fuga dal Canada. L’esodo, cominciato in sordina, prosegue ormai da anni, ma è culminato – dal punto di vista simbolico – con l’emigrazione di Encana, storico produttore nazionale, nato a fine Ottocento, all’epoca della scoperta delle oil sands nella provincia dell’Alberta.

La società non solo trasferirà il quartier generale negli Stati Uniti, ma cambierà il suo nome , cancellando ogni riferimento alle origini: da Encana (abbreviazione di Energy Canada) diventerà Ovintiv, un marchio di cui nessuno si è preso la briga di spiegare il significato. Ammesso che ne esista uno.

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Incidente alla Keystone
Anche TransCanada qualche mese fa si era ribattezzata con un più neutro TC Energy. La società, proprietaria di oleodotti, ha appena ammesso un nuovo incidente – il terzo in tre anni – alla pipeline Keystone, che trasporta 590mila barili al giorno di greggio dall’Alberta alle raffinerie Usa del Midwest e del Golfo del Messico. Giovedì 31 ottobre si è aperta una falla che ha provocato uno sversamento nel North Dakota, evento che di certo non giova alla tormentatissima causa della Keystone XL, progetto già fortemente osteggiato dagli ambientalisti.

L’annuncio di Encana non ha stupito gli osservatori. Il ceo Doug Suttles, un texano, ex dirigente Bp, da quando ha preso il timone della società nel 2013 ha fatto di tutto per spostare il focus sullo shale oil statunitense, finanziando l’acquisto di licenze e intere società oltre frontiera con dismissioni in Canada. La sua strategia non è comunque isolata.

Cessioni per 30 miliardi di dollari
Il Paese della foglia d’acero è stato abbandonato in massa dalle major internazionali, a causa della scarsa redditività e forse anche per esigenze reputazionali: le sabbie bituminose sono molto inquinanti. Negli ultimi tre anni Shell, ConocoPhillips e altri hanno ceduto asset per oltre 30 miliardi di dollari calcola Bloomberg. A raccogliere il testimone sono state le petrolifere locali (tra cui Cenovus Energy, nata nel 2009 da una costola di Encana). Ma anche queste ultime sono ora in difficoltà. Da quando il prezzo del greggio è crollato nel 2014-15 ci sono stati numerosi fallimenti e chi è sopravvissuto molto spesso lo deve alla diversificazione geografica.

Trivelle spostate negli Usa
«Centinaia» di produttori hanno spostato impianti di perforazione negli Stati Uniti, afferma l’ex presidente della Petroleum Services Association of Canada, Mark Salkeld, intervistato da Cbs News. Ad attirarli nel Paese vicino una maggiore remuneratività delle operazioni, una burocrazia più snella e più amichevole con le compagnie petrolifere, ma anche un tasso di cambio favorevole: il dollaro Usa vale il 30% più del “loonie”.

Cinque anni fa c’erano circa 900 trivelle nel Canada occidentale, oggi il numero è sceso intorno a 550, di cui solo la metà è in funzione, ricorda Mark Scholz, presidente della Canadian Association of Oilwell Drilling Contractors.

Potenza petrolifera in difficoltà
Il Paese nordamericano è tuttora una potenza petrolifera: addirittura il quarto produttore mondiale di greggio dopo Usa, Russia e Arabia Saudita, con una media di 4,3 milioni di barili al giorno nel 2018. Ma è penalizzato da una rete di oleodotti insufficiente, che ne limita la capacità di esportazione e mantiene depresse le quotazioni locali del barile.

Le autorità dell’Alberta dallo scorso gennaio hanno imposto tagli produttivi in stile Opec per smaltire le scorte e risollevare il valore del Western Canadian Select (Wcs): una politica che è stata appena prorogata fino a dicembre 2020, sia pure con un’attenuazione dei tagli e con l’elargizione (annunciata proprio giovedì 31 ottobre) di permessi speciali per chi è in grado di esportare il greggio a bordo di treni.

I sacrifici hanno prodotto solo un beneficio parziale su scorte e prezzi. In compenso ci sono stati pesanti effetti collaterali in termini di riduzione degli investimenti. E infinite polemiche da parte degli operatori dell'Oil & Gas.

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