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Petrolio, attriti Opec-Russia sul futuro dei tagli produttivi

La coalizione Opec Plus si avvia a prolungare oltre il terzo anno gli accordi per contenere l’offerta di petrolio. Addirittura si sta valutando se imporre tagli più rigidi. Ma alcuni Paesi continuano a dimostrare scarsa disciplina e tra questi c’è anche la Russia...

di Sissi Bellomo


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(© Alan Dawson)

4' di lettura

L’epoca dei tagli di produzione non è ancora finita per Opec, che dopo tre anni si accinge a prolungare un’altra volta gli accordi con la Russia e altri alleati per limitare l’offerta di petrolio. In vista del vertice che si terrà il 5 e 6 dicembre a Vienna l’ipotesi di rilassare le politiche produttive non è nemmeno sul tavolo: con la domanda in affanno e i fornitori concorrenti che non smettono di far paura, la coalizione valuta piuttosto se non sia il caso di chiudere ulteriormente i rubinetti, anche solo spingendo ad un maggior rigore i Paesi che finora hanno tradito gli impegni.

È degno di nota che sia stato proprio uno di questi, l’Iraq, a svelare la presunta esistenza di una mozione per aumentare di 400mila barili al giorno i tagli, portandoli da 1,2 a 1,6 milioni di bg per la parte Opec. La proposta ha contribuito a riportare il Brent sopra quota 60 dollari al barile, anche se a parlarne da Baghdad è stato Thamer Ghadaban, ministro del Petrolio di un governo dimissionario: il premier Adel Abdul-Mahdi venerdì ha rimesso l’incarico, in seguito ai disordini che hanno fatto oltre 400 morti nel Paese.

Come sempre accade nei giorni che precedono i vertici Opec, la diplomazia si sta muovendo in modo febbrile dietro le quinte. E ogni tanto il sipario viene sollevato ad arte, per mostrare spezzoni di una messa in scena volta ad influenzare il mercato (o a testarne le reazioni). È così che domenica oltre all’Iraq si è fatta avanti anche la Nigeria, altra sorvegliata speciale per lo scarso rispetto delle quote produttive:  in un comunicato ripreso, in modo inusuale, anche dal sito dell’Opec il ministro Timipre Sylva ha riferito di aver parlato con il suo omologo saudita Abdulaziz Bin Salman, garantendogli «un’aderenza del 100% ai tagli a novembre».

Abuja ha ottenuto l’estate scorsa di farsi riconoscere una quota produttiva più alta (1,77 mbg invece di 1,69 mbg), ma a ottobre secondo fonti secondarie estraeva ancora 1,81 mbg. L’Iraq nello stesso mese pompava 4,7 mbg invece dei 4,51 mbg dovuti.

L’Arabia Saudita non può permettersi che il vertice Opec Plus deluda il mercato al punto da far crollare anche solo temporaneamente il prezzo del barile, perché in questo modo rischierebbe di rovinare il debutto in borsa di Saudi Aramco (il prezzo dell’Ipo sarà fissato proprio durante il meeting di Vienna). Allo stesso tempo tuttavia è stanca di sobbarcarsi il peso dei tagli anche per conto degli alleati: i rumor lasciati filtrare da Riad indicano che il principe Abdulaziz – veterano dell’Opec, ma per la prima volta presente a un vertice nelle vesti di ministro dell’Energia – sarà meno incline alla tolleranza rispetto al suo predecessore Khalid Al Falih.

Anche con la Russia si annunciano attriti. Mosca nell’ultimo anno ha rispettato pienamente gli impegni solo per tre mesi, da maggio a luglio, durante il periodo di contaminazione del greggio nell’oleodotto Druzhba. I dati ufficiali, diffusi ieri, indicano uno sforamento anche a novembre, con 1,244 mbg prodotti invece di 11,18.

Il ministro russo Alexandr Novak la settimana scorsa ha detto di ritenere preferibile un rinvio della questione tagli alla prossima primavera, più a ridosso della scadenza dell’attuale accordo (che dura fino a marzo 2020): un atteggiamento che ha contribuito a far scivolare il prezzo del petrolio di oltre il 5% venerdì 29 novembre, in una seduta dai volumi sottili a causa del Thanksgiving negli Usa.

I russi stanno anche scalpitando per ottenere un nuovo tetto di produzione che – come quello dei Paesi Opec – non includa più i condensati, che estrae in modo sempre più copioso per via dell’espansione dei giacimenti di gas in Siberia: un problema che diventerà sempre più ingombrante con lo sviluppo delle forniture alla Cina, attraverso il gasdotto Power of Siberia, appena avviato.

Conciliare gli interessi all’interno dell’Opec Plus, come sempre, non sarà facile. E la coalizione stavolta dovrà fare i conti anche con uno scenario quanto mai incerto per il mercato del petrolio. L’offerta, almeno di alcune qualità di greggio, si sta dimostrando scarsa. Ma nella prima parte del 2020 si teme un surplus di offerta, difficile da quantificare con precisione finché non si risolveranno le trattative commerciali Usa-Cina e il mercato non avrà assorbito il contraccolpo di Imo2020, che impone il passaggio a carburanti navali meno inquinanti.

Ad offuscare le previsioni c’è anche lo shale oil americano, che persino il governo e i produttori Usa ormai ritengono avviato a frenare lo sviluppo nei prossimi mesi, ma che continua a bruciare un record dietro l’altro. Tra greggio e prodotti raffinati gli Stati Uniti sono addirittura riusciti a diventare esportatori netti a settembre, per la prima volta da 70 anni: il surplus è stato di 89mila barili al giorno, ma secondo l’Energy Information Administration (Eia) sarà in media di 750mila bg nel 2020.

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