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Petrolio, con Biden lo shale oil perde anche la stampella della politica

Il mondo della finanza ha già voltato le spalle al settore e la produzione Usa – tuttora ridotta del 15% rispetto ai livelli record di un anno fa – difficilmente tornerà a correre come un tempo

di Sissi Bellomo

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Il mondo della finanza ha già voltato le spalle al settore e la produzione Usa – tuttora ridotta del 15% rispetto ai livelli record di un anno fa – difficilmente tornerà a correre come un tempo


3' di lettura

Indifferente al cambio della guardia alla Casa Bianca, il petrolio continua la sua avanzata sui mercati finanziari, dove si mantiene ai massimi da quasi un anno, vicino a 57 dollari nel caso del Brent e intorno a 54 dollari nel caso del Wti. Ma sul fronte dell’energia Joe Biden ha cominciato fin dal giorno dell’insediamento a tener fede alle promesse elettorali, con una serie di provvedimenti che non giocano a favore dei combustibili fossili e che potrebbero rendere ancora più difficile la ripresa – già zoppicante – dell’industria dello shale oil.

Nella carrellata di ordini esecutivi firmati dal neo presidente spicca quello che decreta la riadesione agli Accordi di Parigi sul clima, da cui gli Usa erano formalmente usciti nel novembre 2019: un ravvedimento che impone a Washington di redigere in tempi brevi un piano per la riduzione dei gas serra, che potrebbe essere molto drastico visto che Biden aveva detto di puntare alla neutralità climatica entro il 2050. Le operazioni di fracking, tra le più inquinanti nel settore dell’Oil&Gas, difficilmente sfuggiranno a un giro di vite.

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tra i primi atti di Biden c’è anche un nuovo stop alla realizzazione di Keystone XL: maxi oleodotto che punta a trasportare la produzione da oil sands del Canada verso verso raffinerie e porti Usa, un’opera molto contestata dagli ambientalisti, che era già stata bloccata dal veto di Barak Obama nel 2015, per ottenere via libera da Donald Trump due anni dopo.

Cancellati anche altri due provvedimenti del predecessore di Biden: quello che apriva nuove aree federali alla ricerca di idrocarburi e quello che stabiliva limiti più generosi per le emissioni fuggitive di metano dai pozzi.

Il Congresso Usa non si è colorato di verde: i democratici non sono tutti ostili all’industria petrolifera – tuttora importante per l’economia americana – e comunque hanno conquistato una maggioranza risicata, che lascia ampi spazi di manovra all’opposizione repubblicana.

Se il buongiorno si vede dal mattino, tuttavia, gli operatori dello shale oil non possono più sperare di ottenere favori dalla politica: ragione in più per dubitare che il petrolio «made in Usa» possa mai rivivere un boom come quello dell’ultimo decennio.

La produzione americana, che aveva raggiunto un record di 13 milioni di barili al giorno a fine 2019, oggi si aggira intorno a 11 mbg, dopo essere crollata a 10 mbg scarsi la primavera scorsa con l’arrivo della pandemia. E le previsioni per il futuro non sono ottimiste.

Lo shale oil – sceso a 8 mbg, dai 9,3 mbg di marzo 2020 – non tornerà a crescere «per molti anni», secondo Scott Sheffield, ceo di Pioneer Resources. Il manager, uno dei più autorevoli nel settore, prevede un incremento massimo di 100-200mila bg all’anno nel Bacino di Permian e un continuo declino nelle altre aree.

Anche per il Governo Usa la produzione di petrolio a stelle e strisce non andrà oltre una media di 11,5 mbg quest’anno, nonostante il rally dei prezzi. E la politica c’entra ben poco.

Il mondo della finanza, conquistato dagli investimenti Esg, da tempo ha voltato le spalle all’intero comparto dell’Oil&Gas. E a maggior ragione ha abbandonato le società dello shale, che non hanno mai mantenuto le promesse di redditività.

I frackers ormai faticano a finanziarsi, se non a condizioni molto onerose. E si sono convinti che l’urgenza non è più accelerare le estrazioni, ma risanare i bilanci.

In Nord America nel 2020 ci sono stati 46 casi di bancarotta tra le compagnie, secondo Haynes and Boones. E anche quest’anno il maggior rischio di default negli Usa si concentra nel settore dell’energia, avverte Fitch, che prevede un tasso di insolvenza del 7-8% sulle obbligazioni high yield, per 15-18 miliardi di dollari. Nel 2020 c’erano stati default per 28 miliardi, il 41% del totale.

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