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Petrolio Brent a 70 dollari. Tagli Opec da record e ora arretra anche lo shale oil

di Sissi Bellomo

Venezuela, ecco le ragioni del disastro economico

2' di lettura

Che a Donald Trump piaccia o meno, il petrolio continua a salire di prezzo. E a dare l’ultima spinta al rialzo – portando il Brent a sfiorare 70 dollari al barile e il Wti sopra quota 62 dollari, ai massimi da novembre – non sono stati soltanto i tagli record dell’Opec, ma anche una frenata dello shale oil americano.

La produzione di greggio «made in Usa», che nel 2018 non aveva fatto altro che crescere a ritmi da primato, ha fatto un passo indietro a gennaio, ripiegando a 11,87 milioni di barili al giorno: un livello ancora elevatissimo, ma in calo di 90mila bg da dicembre (quando peraltro era cresciuta di appena 35mila bg).

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Le cifre diffuse venerdì dall’Eia hanno infuso coraggio agli speculatori, sempre più orientati su posizioni rialziste. Anche perché a sostenere il rally del petrolio sono arrivati nel frattempo altri dati: quelli sull’attività industriale in Cina e negli Usa – migliori delle attese al punto da spingere ad accantonare i timori sulla crescita globale – e quelli sulla produzione petrolifera dell’Opec, crollata ai minimi da 4 anni.

Il gruppo a marzo ha estratto solo 30,40 mbg, secondo stime non ufficiali. Per Bloomberg in un mese c’è stata un’ulteriore riduzione di 295mila bg, che dipende non solo dalla tragica crisi del Venezuela (dove le estrazioni sono ora scese a soli 890mila bg) ma anche dalla determinazione con cui l’Arabia Saudita sta chiudendo i rubinetti, in spregio agli appelli via Twitter della Casa Bianca.

Riad ha ormai tagliato il doppio di quanto aveva promesso, riducendo la produzione ad appena 9,8 mbg dal record di 11 mbg dello scorso novembre, compensando in questo modo – con un piccolo aiuto da Kuwait ed Emirati arabi uniti –  le trasgressioni di altri Paesi Opec: la Nigeria ad esempio, che ha spinto l’output ai massimi da tre anni con l’avvio di Egina, un giacimento che Abuja (contraddetta dal partner Total) sostiene non contenga petrolio vero e proprio ma solo condensati.

La posizione della Russia, alleata dell’Opec, è ancora più ambigua. Dai dati ufficiali è emerso che la sua produzione di greggio a marzo è stata di 11,3 mbg, livello che implica un taglio decisamente inferiore alle promesse:  112 mila bg invece dei 228mila bg su cui Mosca si era impegnata «entro il primo trimestre».

Il ministero dell’Energia ha però dichiarato di aver «raggiunto secondo i piani il livello di riduzioni concordato», perché al netto dei Production Sharing Agreements (contratti di sfruttamento di risorse in partnership con società straniere) c’è stato un taglio di 225mila bg: una sottigliezza che i sauditi di certo non apprezzeranno e che potrebbe complicare ulteriormente le trattative per la prosecuzione degli accordi Russia-Opec oltre la scadenza di giugno.

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