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Petrolio, il contagio dei prezzi sotto zero mette i pozzi in lockdown

Il greggio costa ormai 5-10 dollari al barile in quasi tutto il mondo e si moltiplicano le aree con prezzi in negativo. Non c’è più spazio per le scorte e dagli Usa alla Nigeria i produttori si arrendono

di Sissi Bellomo

Prezzo del petrolio a picco, chi vende lo fa in perdita

Il greggio costa ormai 5-10 dollari al barile in quasi tutto il mondo e si moltiplicano le aree con prezzi in negativo. Non c’è più spazio per le scorte e dagli Usa alla Nigeria i produttori si arrendono


4' di lettura

È la pandemia del petrolio. Il contagio dei prezzi sotto zero minaccia di diffondersi dopo il crollo del Wti per maggio a -40 dollari al barile. E lo spazio di stoccaggio per ricoverare il greggio “malato” si sta esaurendo. È così che si è arrivati al lockdown: dagli Stati Uniti alla Nigeria, un numero crescente di compagnie sta fermando le trivelle per chiudere le risorse nei giacimenti in attesa del risveglio dei consumi.

Oltre Oceano non sono più soltanto le società dello shale oil a gettare la spugna, ma anche i produttori del Golfo del Messico, un’area da cui gli Usa ricavano circa 2 milioni di barili al giorno di greggio. Per ora si sono fermati impianti minori, tra cui quelli di Cantium e Fieldwood. Ma le Major, pur tenendo duro, stanno comunque rinviando investimenti: Shell, che ha ridotto di un quinto il capex 2020, non darà via libera allo sviluppo del giacimento Whale almeno fino al prossimo anno, scrive la Reuters.

In Nigeria – dove si producono greggi leggeri e poco solforosi, oggi tra i più svalutati – è il ceo della compagnia statale Nnpc, Mele Kyari, ad alzare bandiera bianca: «Con o senza l’Opec siamo costretti a tagliare, perché non c’è nessun posto dove mandare il petrolio», ha dichiarato il manager alla stampa locale.

Sul mercato dei futures le quotazioni del greggio restano molto deboli, anche se c’è stato un rimbalzo dopo le due sedute pesantissime di inizio settimana. Il Brent per giugno è risalito a 20 dollari al barile, dopo essere scivolato fino a 15,98 dollari, il minimo da 21 anni. Il Wti per lo stesso mese ha concluso intorno a 14 dollari.

La situazione è ancora più drammatica se si allarga lo sguardo a quanto accade fuori dai mercati finanziari. I produttori – ammesso che riescano a vendere – spuntano prezzi di 5-10 dollari al barile quasi ovunque nel mondo. In molti casi devono addirittura pagare per farsi portare via il greggio: questo significa prezzi negativi. Nel listino pubblicato da Plains All American, una delle maggiori società di oleodotti negli Usa, i greggi Usa più cari costavano 6-7 dollari martedì 21. Colpa del benchmark, il Wti, che sta portando giù tutto.

Anche i benchmark usati nel resto del mondo ormai valgono pochissimo: il Dated Brent – cui fanno riferimento quasi due terzi delle transazioni commerciali – è crollato a 13,24 $/barile. Secondo S&P Global Platts «rimarrà tra 10 e 20 $ nel secondo trimestre, mentre le scorte salgono ai massimi livelli di contenimento e un miglioramento sembra rinviato al 2021».

L’Oman-Dubai, su cui sono prezzati molti greggi mediorientali venduti in Asia, è intanto sceso intorno a 15 dollari. È su benchmark come questi che si applicano i differenziali che determinano il prezzo finale del greggio per le raffinerie (sia negli acquisti spot che nei contratti di fornitura).

Il mercato non ha possibilità di risollevarsi in fretta, perché lo squilibrio tra domanda e offerta è diventato così grande che per la prima volta nella storia tutti i serbatoi di stoccaggio del mondo rischiano di riempirsi fino all’orlo.

Molti analisti pensano che anche per il Wti di giugno vedremo prezzi negativi: Paul Sankey di Mizuho Bank, uno dei primi a prevedere un crollo sotto zero, ora dice che il barile potrebbe addirittura crollare a -100 dollari il prossimo mese.

La prospettiva è concreta, soprattutto se gli Stati Uniti verranno inondati di greggio saudita, come rischia di accadere a breve: ci sono 19 petroliere in viaggio da Riad al Golfo del Messico, con a bordo circa 40 milioni di barili. Washington potrebbe vietarne lo sbarco, ma la patata bollente passerebbe ad altri.

Gli ultimi dati sulle scorte Usa diffusi dall’Eia confermano che oltre Oceano i serbatoi presto saranno pieni: a Cushing, punto di consegna del Wti, c’erano 59,7 milioni di barili di greggio il 17 aprile. La capienza residua (16,3 mb) è prenotata al 100% fin da marzo secondo Tank Tiger, società di intermediazione.

In totale le scorte di greggio Usa sono salite a 518,6 mb, vicino al record storico. In teoria c’è ancora posto (per 130 mb stima Kpler), ma in pratica ci sono vincoli legati alle possibilità di trasporto via oleodotti e al fatto che non si possono mescolare greggi troppo diversi, né tanto meno greggio e prodotti raffinati.

La situazione è analoga in molte aree geografiche: il poco spazio di stoccaggio rimasto non è detto che sia al posto giusto o che sia utilizzabile da chiunque. La capacità residua globale è di 500-600 mb secondo Energy Intelligence Research, ma «non tutta è prontamente accessibile». E comunque i serbatoi si stanno riempiendo molto in fretta.

«Siamo avviati a riempire per intero le cisterne verso fine maggio, inizio giugno», afferma Florian Thaler di OilX, società che scruta i livelli di storage con i satelliti.

I consumi, depressi dal coronavirus, non si riprenderanno così in fretta. Solo la produzione può scendere. E sulla spinta dei prezzi sotto zero i tagli stanno arrivando eccome: tra quelli dell’Opec Plus e quelli forzati delle compagnie in crisi potrebbero sparire dalla circolazione 17 mbg questa primavera secondo IHS Markit, che solo negli Usa prevede un «rischio immediato di chiusura» per 1,75 mbg e un’ulteriore riduzione di circa 1 mbg entro fine anno.

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